LE OPINIONI

Il commento Spara al pitbull per salvare una vita: quando decidere diventa un rischio

di Antonio Iacono

C’è un momento, in certe situazioni, che dura pochi secondi ma pesa come un’eternità. È quello in cui bisogna decidere. Agire o aspettare. Intervenire o sperare che qualcosa cambi da solo.

A Barano, quel momento è toccato a un agente di polizia. Davanti a lui una scena brutale: una donna a terra, un cane che non mollava la presa, i parenti che urlano disperati, i vicini nel panico più totale, il tempo che scorreva troppo velocemente. Non c’erano molte opzioni. Anzi, probabilmente ce n’era una sola.

Eppure, in quell’istante, la decisione non è mai solo tecnica.

È facile immaginare cosa possa essere passato nella mente di quel poliziotto. E se sparo? E se poi mi denunciano? E se finisco sotto inchiesta? E se qualcuno dice che si poteva fare diversamente? Domande che oggi accompagnano sempre più spesso chi indossa una divisa.

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Perché il punto è proprio questo: non basta più fare la cosa giusta. Bisogna anche prepararsi a difenderla dopo.

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Alla fine ha sparato. Ha ucciso il cane per salvare una vita umana. Un gesto estremo, ma necessario. Solo così i soccorsi sono potuti intervenire.

Eppure, paradossalmente, il pericolo per lui non è finito in quel momento.

Oggi chi interviene si trova spesso a camminare su un filo sottile. Da una parte il dovere di agire, dall’altra il timore delle conseguenze. Non solo quelle operative, ma anche legali, mediatiche, sociali. Ogni scelta può essere messa in discussione, ogni intervento può trasformarsi in un caso.

E così accade che, mentre i cittadini chiedono sicurezza e interventi rapidi, chi dovrebbe garantirli si ritrova a esitare un secondo in più. Non per mancanza di coraggio, ma per eccesso di responsabilità.

È un paradosso difficile da ignorare: le forze dell’ordine sono chiamate a decidere in situazioni estreme, ma sempre più spesso devono farlo sapendo che, comunque vada, rischiano in prima persona.

Questo non significa giustificare tutto, né sottrarre le azioni a controlli. Significa però riconoscere una realtà: decidere, oggi, è diventato più complicato.

E forse la domanda da porsi è un’altra: vogliamo davvero uomini dell’ordine che esitano, o persone pronte a intervenire quando serve?A Ischia, quella decisione è stata presa. E una vita è stata salvata.

Le polemiche, come sempre, non sono mancate. Sui social il giudizio arriva immediato, spesso senza conoscere i fatti e senza assumersi alcuna responsabilità. È facile criticare da uno schermo. Più difficile è trovarsi lì, in pochi secondi, a decidere tra la vita e la morte di una persona. Ma come si dice… con i social è stata data “’a pazziella ’n mano ’e sciem.”

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