IL COMMENTO Ulisse è qui, oggi

Di Giorgio Di Dio
L'”Odissea” di Christopher Nolan, uscita nel 2026, non è un semplice film in costume. È piuttosto un film sul nostro presente, travestito da mito antico. Girato interamente con macchine da presa Imax, non cerca di ricostruire in modo fedele il poema di Omero, ma punta a un effetto di atemporalità”: un modo per annullare tremila anni di distanza e mostrarci un Ulisse che, in fondo, ci somiglia parecchio. Il primo vero colpo di scena riguarda proprio Ulisse. Da eroe astuto e un po’ malinconico, diventa qui il principale responsabile della caduta di un’intera civiltà. Non è più solo l’uomo scaltro che inganna il ciclope Polifemo e riesce a tornare a casa: è, in una lettura più cupa, l’artefice di un disastro collettivo. Questo cambiamento dice molto su come guardiamo oggi al potere e alla furbizia: non più qualità da ammirare senza dubbi, ma strumenti che, se usati senza responsabilità, possono trascinare nel disastro chi li possiede e chi li subisce.
Le spiagge su cui sbarca Ulisse nel film sono fredde, quasi grigie: per chi guarda nel 2026 richiamano subito l’Ucraina, Gaza, il Sudan, l’Iran, tutte le guerre in corso in questi anni. Il mare è nero, la Grecia è buia, e la furbizia di Ulisse non è più un pregio: viola la legge dell’ospitalità, che per i greci antichi non era solo una regola morale, ma la base su cui si reggevano i commerci e la convivenza pacifica tra i popoli. Quando Nolan mostra un Polifemo a cui nessuno dà la possibilità di parlare, la diplomazia lascia subito il posto alla guerra, e il dialogo viene calpestato senza rimpianti. È difficile non leggerci un commento severo sul nostro tempo, in cui negoziare sembra sempre più un’opzione secondaria, quasi un segno di debolezza. Un altro elemento che rende contemporanea questa rilettura dell’Odissea riguarda il modo stesso in cui il film è stato realizzato. Nolan affida al grande schermo una funzione precisa: non offrire semplicemente uno spettacolo più imponente, ma ricordare che l’esperienza cinematografica nasce in una sala, .davanti a immagini pensate per occupare il campo visivo dello spettatore in una misura difficilmente riproducibile nell’ambiente domestico. Per farlo ha scelto l’IMAX su pellicola da 70 millimetri, una tecnologia impegnativa e poco accomodante, ma capace di restituire una profondità visiva fuori dall’ordinario.
Questa scelta produttiva contrasta apertamente con la rapidità del digitale, dello streaming e degli strumenti generativi. Nolan sembra cercare una forma di cinema che conservi la propria materialità: macchine pesanti, spostamenti complessi, paesaggi reali, lavoro fisico. Anche il trasporto delle attrezzature, affrontato dalla troupe in diversi Paesi e su percorsi difficili, entra quasi in risonanza con il racconto che il film mette in scena. Il ritorno di Ulisse non viene evocato soltanto nelle immagini: si riflette, in modo più concreto, nella fatica necessaria a costruirle. Le proteste di alcuni puristi per l’assenza di Nausicaa o per certi dettagli storici sulle armature dicono forse più sulla nostra difficoltà ad accettare che un classico venga reinventato, che sulla qualità del film in sé. Nolan si prende libertà ancora più radicali sul piano estetico: le dee perdono la bellezza folgorante della tradizione. Calipso e Circe non sono creature di fascino sovrumano, e la maga di Eea veste anzi con trascuratezza, come se il regista volesse spogliare il mito di ogni scorciatoia estetica.
Eppure, proprio in un tempo segnato da guerre diffuse e da una retorica della forza che sembra aver sostituito quella dell’intelligenza, l’Ulisse più fragile del poema, quello che sbaglia, cede alle tentazioni, naufraga più volte, ma alla fine riconosce i propri limiti, resta un modello ancora prezioso. Il suo viaggio insegna che il vero potere non sta nel vincere sempre a ogni costo, ma nel saper gestire la tensione tra desiderio e misura: un antidoto sia ai Ciclopi di oggi, che sostituiscono l’intelligenza con la forza bruta, sia alle Sirene contemporanee, adulatori e algoritmi che promettono di spiegare e risolvere tutto pur di sedurci e conquistare la nostra attenzione. Mettendo in scena un’umanità fatta soprattutto di persone avide, narcisiste e disoneste, Nolan non ci regala un’epica consolatoria, rassicurante come tante altre. Ci restituisce, semmai, uno specchio scomodo: un’Odissea senza vera speranza, che assomiglia, più di quanto vorremmo ammettere, alla nostra epoca inquieta.
C’è infine un ultimo aspetto in cui il lavoro di Nolan tocca da vicino la sensibilità di oggi: il tema del ritorno, il viaggio, raccontato non come un lieto fine rassicurante e definitivo, ma come un compito faticoso, mai davvero concluso una volta per tutte. Ulisse torna a casa, ma quella casa va riconquistata pezzo per pezzo, difesa, in parte reinventata da capo. Non a caso, una volta approdato a Itaca, Ulisse riparte quasi subito per soccorrere il figlio Telemaco; e la scelta finale, affidare il trono allo stesso Telemaco per ripartire insieme a Penelope, capovolge l’idea consolatoria del ritorno: la casa ritrovata non è un punto d’arrivo, ma l’ennesima partenza; nel poema originale la pace arriva solo grazie all’intervento diretto degli dèi, come se il conflitto, lasciato soltanto agli uomini, non trovasse mai una soluzione davvero umana. È un’immagine che parla direttamente a un’epoca segnata da migrazioni forzate, patrie perdute e ritorni spesso impossibili: il viaggio di ritorno omerico, visto con gli occhi di un regista del nostro secolo, non è più solo la trama di un’avventura, ma diventa la domanda, sempre più urgente, su cosa significhi oggi avere, o non avere più, un luogo vero a cui tornare. L’Ulisse di Nolan, in fondo, non chiude il cerchio del mito: lo lascia volutamente aperto, come una ferita che il nostro tempo non ha ancora imparato a rimarginare del tutto. Forse è proprio questa apertura, più di ogni scelta tecnica o di casting, il vero gesto contemporaneo del regista: aver trasformato il poema più antico e più raccontato della cultura occidentale in una domanda rivolta a chi guarda oggi, seduto in una sala buia, davanti a uno schermo enorme che non consola, ma continua a interrogarci.





