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LE OPINIONI

IL COMMENTO Un bivio: essere chierici o laici

In questi giorni, nel rivisitare la nostra nutrita biblioteca familiare, ci siamo imbattuti nel testo: “Descolarizzare la Società, per un’alternativa all’istituzione scolastica” di Ivan Illich, prete ribelle che percorse l’America Latina a piedi, obbligato, nel 1969, a ridursi allo stato laicale.

Ebbene, lui cosa afferma? Che nei paesi di sviluppati e in quelli in via di sviluppo, sotto ogni regime e latitudine, tutti i sistemi scolastici hanno in comune una caratteristica fondamentale. Poggiano su una identica struttura nascosta, svolgono una medesima azione inconscia che inculcano gli allievi princìpi che determinano la loro esistenza. Nell’istruzione è più importante apprendere sul mondo che sviluppare la propria conoscenza del mondo. Tale orientamento occulto rende l’apprendimento non un’attività in divenire ma un prodotto, un bene di consumo, in cui il pensare laicamente diventa radicalmente marginale. Dopo cinquanta anni, l’auspicio di Illich è ancora lontano dall’avverarsi. Anzi, anche con la concausa del virus, la scuola si è dispersa come luogo della conoscenza, del sapere, dell’apprendimento e della formazione. Nel frattempo la piaga del clericalesimo, mentre colui che ha investito la propria esistenza per svuotarla di ogni consistenza perniciosa, il grande teologo tedesco Hans Küng, torna con virulenza all’interno della nostra società. Con i suoi principi fondati sul moralismo che pretende di rappresentare la maggioranza della pubblica opinione, sul giustizialismo fondamentalista e intollerante che non ammette mediazione con la propria rigidità, tende a zittire gli animi liberali individuando in loro la minaccia per l’egemonia che desidera imporre.

Assistiamo alla costituzione di varie strutture clericali. In politica, la populista progressista e la sovranista nazionalista che conduce all’eclisse dello stato di diritto. Nella magistratura, l’inquisizione nello stile Torquemada, accompagnata da un’aggressiva comunicazione e informazione. Nella chiesa, intanto, percepiamo un’ostentata repulsione verso Papa Francesco da parte di significativi settori ecclesiastici, dediti da sempre all’esercizio della perfida burocrazia della fede. Anche nell’ambito scientifico, sotto la scure della pandemia, sta rischiando di abbandonare la libera navigazione della ricerca e di chiudersi in una torre d’avorio di proprie dogmatiche arroganze. E tutto ciò si ripercuote sulle parole e sulle incertezze della collettività tanto da far diventare la nostra società una devastante e sanguinosa guerra simile a quella della di Vandea. Ecco perché urge scogliere il nodo di essere chierici per sempre, con tutte le tristi conseguenze, o laici, dal pensiero libero e solidale, come indica Voltaire quando proclama di essere disposto a morire purché, pur non condividendole, le idee altrui possano essere espresse e realizzate e non intrappolate nelle forche caudine del feroce pregiudizio.

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Fabio Milana

ma non fu affatto “costretto nel 1969 a ridursi allo stato laicale”. Scelse liberamente di rinunciare al ministero, ma non chiese mai quella “riduzione”, né gli fu mai comminata. Morì monsignore nel 2002. Perché era fuori e contro quella stessa distinzione/contrapposizione tra “clero” e “laicato”, all’interno della Chiesa, che questo articolo invece ribadisce e alimenta con polemica fuorviante

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