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LE OPINIONI

IL COMMENTO Un natale con valori diversi?

A molti sono sfuggite due prese di posizione, in campo cattolico, da pulpiti diversi (il Papa e un Vescovo) che rappresentano una svolta nel modo di intendere il Natale e la vita religiosa. Sono due novità capaci di dare un senso diverso al Natale 2021; svolta su cui nemmeno laici e non credenti possono fare a meno di soffermarsi. Il vescovo di Noto, una bellissima cittadina siciliana con un duomo stupendo (che ho avuto la fortuna di visitare) ha pronunciato, in occasione di San Nicola, un’omelia che segna una novità assoluta. Monsignor Antonio Staglianò (Don Tonino), rivolgendosi

ai fedeli, li ha invitati a riportare Babbo Natale da personaggio immaginario a personaggio reale. Lasciamo stare, egli ha detto, Babbo Natale vestito di rosso (in onore della Coca Cola) che riempie di doni e giocattoli i bambini del mondo. Torniamo al babbo Natale reale, non consumistico, e cioè San Nicola (vescovo di Myra del IV secolo) che, per evitare che tre ragazze povere si prostituissero, portò loro dei doni d’oro. Meglio la Befana che, se non altro, “distingue” tra bimbi che si sono comportati bene e bimbi che si sono comportati male, ai quali va dato del carbone. Aggiunge che, a dimostrazione che altri Paesi mantengono ferma l’immagine reale di San Nicola cita la Danimarca che lo chiama Santa Claus e la Germania che lo chiama Sankt Nikolaus). Il vescovo, dunque, condanna il Babbo Natale consumista che porta doni solo ai figli dei ricchi e ripesca San Nicola, che beneficerebbe tutti i bambini. Don Tonino ha detto che il Natale è ormai una “festa senza il festeggiato”, senza Gesù insomma, che incarna l’idea della povertà e che viene “oscurato” da un nuovo messia: il supermercato o l’ipermercato. Basti guardare (questa è una mia considerazione) la pubblicità di Poste Delivery: “Fai più regali di Babbo Natale ma tu non hai la slitta?” per incoraggiare le spedizioni postali di regali.

Mons. Antonio Staglianò
Mons. Antonio Staglianò

Questa omelia ha destato scalpore nei fedeli di Noto, suscitando smarrimento nelle mamme che amavano tenere i ragazzi nella bambagia dell’ingenuità. Meno scalpore ha destato nel resto d’Italia, a conferma ormai della faglia esistente tra l’istituzione ecclesiastica e la pratica quotidiana dei fedeli, attratti dalla sirena consumistica. E poi l’altra novità sconvolgente ce l’ha offerta Papa Francesco, non nuovo a proclami che disorientano il cattolicesimo tradizionalista. Di recente, un professore ischitano mio amico (di una preparazione eccellente) nel mandarmi gli auguri di compleanno, ha scherzosamente aggiunto: “Ti auguro anche prosperità economica, perché checché ne dica il tuo amico in bianco dallo sguardo obliquo, anche quello è importante”. Il mio amico in bianco è, naturalmente, Papa Francesco che, da non credente, apprezzo per il suo modo di intendere il cristianesimo. Un modo che non esclude affatto e non condanna il benessere economico, bensì l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento, la mancanza di solidarietà. Il Papa non ha mai detto “Anche i ricchi piangano”, sciocchezze circolate in campo politico. Che cosa ha detto il Papa di così nuovo e sconvolgente? Sul volo di ritorno da un viaggio missionario in Grecia, alla presenza dei giornalisti sull’aereo, e in riferimento alle dimissioni dell’arcivescovo di Parigi, Nichel Aupetit, ha considerato – allo stato dei fatti e al netto del chiacchiericcio mediatico – che l’arcivescovo (di cui comunque ha accettato le dimissioni) non avesse compiuto niente di particolarmente esecrabile. Gli si attribuiscono, come fatti gravi, affettuosità e carezze che faceva alla segretaria. E aggiunge (e qui la dichiarazione che scandalizza i conservatori cattolici) che “i peccati della carne sono meno gravi di quelli dello spirito”. E quali sarebbero, a suo avviso, i peccato dello spirito? La superbia, l’odio, l’assenza di solidarietà, la vanità. Per non parlare di fatti gravissimi come il commercio delle armi, le guerre, la tratta degli esseri umani, l’appartenenza alle mafie. Però, precisa che nel campo dei peccati della carne ce n’è uno odioso e miserabile: la pedofilia. A tal proposito, il vaticanista de Il Corriere della Sera, Luigi Accattoli (che in passato è stato anche ospite della Diocesi di Ischia) ha scritto: “Nel volume < Dio è un poeta>il Papa ha rovesciato la classifica tradizionale dei peccati, considerando i peccati della carne come quelli più lievi”.

Luigi Accattoli
Luigi Accattoli

Accattoli prende atto che prima di Francesco, la Chiesa ha considerato i reati di sesso più gravi di altri, ma Dante – per esempio – non la pensava così, tant’è che piazza i lussuriosi nel secondo girone dell’Inferno, subito dopo il Limbo. Dante, al pari di Francesco, considerava ben più punibili dei peccati della carne, gli avari, gli iracondi e gli accidiosi, i violenti e i fraudolenti. Fu in particolare San Tommaso che fece la voce grossa contro la sessualità: “In re venerea non datur parvitas materiae”. A questo punto non mi resta che sottolineare che, a differenza di queste due, per me, sconvolgenti novità ( del Vescovo di Noto e di Papa Francesco), sulle quali è calata indifferenza e disattenzione, la stampa e tutti gli altri mezzi mediatici si sono soffermati, scandalizzati, su una bozza, un’ipotesi poi ritirata, di un documento europeo di indirizzo che, inopportunamente, suggeriva di evitare sottolineature divisive ( per esempio il nome Natale dato ad un bimbo) per rispetto di altre sensibilità religiose. Ovvio che era una stupidaggine e bene è stato averla ripudiata. Ma perché tanto clamore per un’ipotesi non realizzata e tanto silenzio invece per due verità che ribaltano la scala di valori attualmente imperanti nella nostra società? Al mio amico professore giro un ulteriore interrogativo: “La fede cattolica presuppone l’accettazione di un intero corpo dottrinale, in cui è compresa anche l’infallibilità papale. Tale infallibilità, vale forse solo per alcuni papi e non per “il mio amico vestito di bianco e dallo sguardo obliquo”? Non mi si risponda, per favore, che l’infallibilità vale solo quando il Papa parla ex Cathedra. Francesco è uno e indivisibile e parla lo stesso linguaggio sulla poltrona dell’aereo come sul trono papale, in Grecia come a San Pietro. So che sarebbe troppo impegnativo e pretenzioso allargare il discorso sul valore del dogma dell’infallibilità. Ma qualcosa va detto.

Proprio in questi giorni, allegato al Corriere della Sera, alla modica cifra di 7,90 euro, si poteva acquistare (io l’ho fatto) una copia del libro del grande teologo del dissenso Hans Kung, di recente scomparso. Il libro è intitolato “Ciò che credo” in cui mette in dubbio l’autorità del Papa e preferisce l’ecumenismo (l’incontro fra le religioni monoteiste). Ecco, o si accetta in blocco il corpo dottrinale, compresa l’infallibilità del Papa ( e di conseguenza non si definisce “comunista”, demagogo e pauperista Papa Francesco) o si ha il coraggio di sposare le tesi di Kung contro l’assolutismo dottrinale e a favore della “ religione del cuore”. O, terza ipotesi, si è agnostici o non credenti. Per me il Natale, a prescindere dal sentimento religioso e da “ciò che credo” o non credo, rientra nella cultura e tradizione europea e, in quanto tale, va rispettato: ma confesso che mi piacerebbe di più un Natale come lo hanno dipinto il Vescovo di Noto e Papa Francesco, con un ribaltamento dei falsi valori attualmente imperanti.

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