LE OPINIONI

IL COMMENTO Una voce d’estate

DI RAFFAELE MIRELLI

«Non esiste una realtà oggettiva senza lo sguardo che la abita» scriveva Merleau-Ponty. E così, da ischitano e da filosofo, non riesco a raccontare questa estate senza partire da me stesso. Da come vivo l’isola ogni giorno, nei suoi odori, nei suoi rumori, nei suoi silenzi più rari. Scrivo queste righe non come esperto di turismo o osservatore esterno, ma come uomo che ama profondamente questo scoglio, e che da anni percorre le sue strade, spesso in auto, a piedi, a volte in silenzio, riflettendo. La mia non è un’analisi oggettiva, ma uno specchio: il mio. Un’estate lunga, calda, affollata. Mare bellissimo, inaspettato. Eppure, sotto questa bellezza che stordisce, si nasconde un’inquietudine. Lo sento nei volti, nelle parole fugaci degli isolani, nei piccoli gesti quotidiani. C’è una domanda che non mi abbandona: perché non riusciamo a migliorare davvero, insieme? Perché non trasformiamo questa bellezza in qualcosa di più stabile, più sicuro, più rispettoso? Vorrei un’isola che fosse davvero anche per noi: green, vivibile, accogliente non solo per chi arriva, ma anche per chi resta. Questa riflessione nasce dal mio desiderio di tranquillità, ma anche dalla necessità di non smettere di pensare. Perché pensare, in fondo, è ancora un atto d’amore. Ma come si cambia davvero questa realtà? Come si tiene insieme la molteplicità degli sguardi che abitano quest’isola? Perché ogni abitante ha la sua Ischia in mente, il suo metro di giudizio, le sue urgenze, i suoi rancori. C’è chi sogna il silenzio, chi la movida, chi la bellezza della natura e chi invece punta tutto sul profitto veloce. C’è chi partecipa e chi si lamenta. Chi pulisce davanti casa e chi getta a terra la cicca. In mezzo ci siamo tutti noi, con livelli diversi di consapevolezza, di educazione civica, di amore per il territorio. Eppure – anche nel disordine – desideriamo sentirci ascoltati. A volte, purtroppo, vogliamo solo avere ragione. Ma chi ha ragione davvero? È questa la ferita più grande: vivere in un luogo comune ma sentirsi soli nel proprio punto di vista. Il rischio è che nessuno abbia veramente ragione, se non troviamo un modo per costruire una coscienza collettiva. Non per uniformare le differenze, ma per farle dialogare.

Mi sono chiesto perché il direttore de Il Golfo mi abbia contattato per scrivere un commento sull’estate ischitana. Forse aveva bisogno di riempire uno spazio, o forse – e mi piace pensarlo – ritiene che uno sguardo come il mio possa essere utile, almeno per accendere un dibattito che spesso manca: quello autentico, critico, partecipato. Perché su molti quotidiani si leggono notizie, si registrano eventi, ma raramente si legge un pensiero che nasce dall’interno, da chi abita davvero questa terra. L’estate a Ischia è, come sempre, un inno alla bellezza. Le acque limpide, le albe che sembrano promesse, i tramonti che commuovono. Il Castello, le terme, le pinete, il silenzio che ancora si può trovare all’alba. Tutto questo esiste, e dobbiamo continuare a raccontarlo. Ma non possiamo raccontare solo questo. C’è anche l’altra faccia, quella che brucia. Le strade affollate dai veicoli, la guida selvaggia, gli incidenti che ogni anno, puntualmente, arrivano a ricordarci che qui si può anche morire per una corsa o una distrazione. La morte di un ragazzo, di un figlio, non dovrebbe mai essere parte della cronaca estiva. Ma accade, e noi ci abituiamo. Le nostre strade non sono solo pericolose: sono il riflesso di una cultura che ha perso il senso del limite. E chi si mette al volante vive spesso un’ansia latente, un nervosismo che ci trasforma tutti in potenziali bersagli o responsabili. Ogni volta che mi metto alla guida, non è solo un viaggio verso una meta. È una prova di resistenza, quasi una sfida. Le rotatorie, per esempio, sono diventate campi di battaglia. Ognuno le interpreta a modo suo, ognuno pretende la precedenza. Ma più che un problema di regole, sembra un problema di ego. È lì che scoppiano i litigi, i gesti violenti, le urla dai finestrini. E mi chiedo: ne vale davvero la pena? La strada è lo specchio di come viviamo insieme. E se non sappiamo cederla, se non sappiamo fermarci un momento per lasciar passare l’altro, che società stiamo costruendo? «L’inferno sono gli altri», scriveva Sartre, ma forse l’inferno nasce quando gli altri smettono di essere riconosciuti come parte di noi. Quando vediamo nell’altro un ostacolo, invece che un compagno di viaggio. Siamo ammaliati dagli stranieri. Ci piacciono. Parlano lingue diverse, sembrano più gentili, più rispettosi. E a volte è vero. Ma tutto questo basta a salvare la nostra isola? Questa madre antica e cauta che ci accoglie ogni giorno con la sua bellezza, merita qualcosa in cambio. E allora: cosa portiamo noi, cosa restituiamo? Anche lo straniero può essere arrogante, e anche il “turista di prossimità”, il meccanico sotto casa, il bagnino o la cameriera stagionale possono essere colti, rispettosi, profondi. Ma come troviamo il giusto equilibrio tra l’eccellenza da mostrare e la sostanza quotidiana di chi lavora, si impegna e si preoccupa solo – ma non è poco – di tornare a casa sano, di trovare una famiglia felice, e una sicurezza economica che gli permetta di progettare un futuro? Nel Sud, spesso, questa possibilità è negata. Eppure lì, in quel desiderio modesto e autentico, c’è il seme più vero del cambiamento. Non la vetrina, ma la radice. Perché l’estate, per l’isolano, non è solo lavoro e sudore. È anche il tempo in cui si prepara l’inverno. Quello lungo, silenzioso, spesso vuoto di alternative. Dove si chiude tutto, dove si contano i risparmi e si fanno i conti con la solitudine. Se l’estate non è anche un investimento sul futuro, allora resta solo una corsa sfibrante verso il nulla. E a quel punto, davvero, chi ci salverà?

Ora lo posso dire con chiarezza: quello che avete letto è un punto di vista soggettivo. Ma la soggettività, quando nasce da un amore autentico per il proprio territorio, è anche una forza politica. Lo è ogni volta che decidiamo di non tacere, ogni volta che mettiamo in campo la nostra visione, anche piccola, per l’interesse collettivo. Ci sono, come me, scrittori di idee – colleghi che rispetto, accorati e mai vani, mai stanchi – che senza fronzoli e senza patetismi, cercano solo di aprire la realtà alla condivisione, alla giustizia, alla legalità. Di superare la logica del favore e del contatto, per riconquistare lo spazio pubblico come luogo sicuro, civile, in cui progettare il nostro futuro. Per quei figli che non vogliamo perdere, né metaforicamente, né lavorativamente. Né alle partenze, né alla rassegnazione. Ischia non è un contenitore di eventi da riempire per tacitare il dissenso con il volume alto. È un luogo da abitare con senso. Il cittadino isolano – quello vero – non cerca folla, ma armonia. Non vuole solo la città, ma l’isola. L’isola come dimensione interiore, naturale, umana. Perché l’eccellenza vera non è l’eccesso, è la natura. È la pineta che respira, è il silenzio del mare, è la voce che ci chiama quando ci allontaniamo troppo da noi stessi. Sono finiti i tempi in cui la città era la meta dello spirito. Oggi dobbiamo riscoprire l’isola, la misura, il limite. Dobbiamo ritrovare l’equilibrio anche nella “fiera del cibo”, che sembra divorare ogni angolo disponibile. Dobbiamo rimettere insieme le persone autentiche, quelle che credono ancora nel bene comune, nella cura silenziosa, nella responsabilità civile. E allora, facciamoci sentire. A chi ci visita, a chi ci governa, a chi ci ignora. Superiamo i personalismi, le divisioni, le astuzie. Forse l’unica vera cabina di cambiamento è quella che assomiglia alla cabina elettorale: piccola, silenziosa, ma decisiva. Solo se quella cabina tornerà ad essere uno spazio di scelta consapevole – non di falsa convenienza – potremo costruire un futuro meno ansioso per i nostri figli. E forse anche per noi stessi. E anche questo resterà, probabilmente, uno scritto per pochi. Ma se quei pochi – anche solo pochi davvero – inizieranno a mettersi insieme, a fare squadra, allora forse qualcosa si muoverà. Non serve gridare. Serve esserci. Serve restare. Serve scegliere, ogni giorno, di non arrendersi all’indifferenza. Anche in silenzio. Anche da soli. Ma mai senza speranza.

Alla fine, io non scrivo per mestiere. Scrivo perché non riesco a farne a meno. Perché questa isola mi attraversa, mi scuote, mi mette in discussione ogni giorno. Perché la amo, e come tutto ciò che si ama, mi fa arrabbiare. E perché la bellezza, se non diventa anche giustizia, finisce per diventare una maschera. Ischia è la mia voce quando tace, è il mio sguardo quando mi chiedo “che ne sarà di noi?”. Io non voglio un’isola perfetta. Voglio un’isola vera. Dove l’estate non sia solo un giro di incassi, ma una semina per l’inverno, per la crescita collettiva. Dove la musica non copra le voci, ma le armonizzi. Dove anche il silenzio possa avere dignità. E dove un cittadino, un qualsiasi cittadino, possa tornare a casa la sera, guardare il proprio figlio e pensare: sto costruendo un luogo dove anche tu potrai restare. Queste non sono frasi “scontate” ma gli effetti della crescita, quei luoghi comuni che tutti abitiamo quando ci ritroviamo all’improvviso nel mezzo della vita, nelle età, quando ci sentiamo poco maturi e poco originali, ma più vivi che mai. Se questo è scrivere soggettivamente, allora ben venga. Perché la soggettività, quando è radicata nella terra, ha il sapore più potente della verità.

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Un commento

  1. Era ineluttabile che l’isola rimaneva come tempi addietro. La colpa è degli amministratori. Invece di avere uno sviluppo ordinato, hanno consentito tutto agli isolani. Ed oggi è impossibile tornare indietro.

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