IL COMMENTO Un’estate a scuola, per solidarietà alla Palestina

È stato un ottobre caldo, quello che sta per concludersi e non soltanto per le temperature, che continuano a mantenersi alte, tanto da consentire bagni fuori stagione e abbigliamento leggero, per uno strascico d’estate che favorisce il turismo e gratifica attività commerciali e imprenditori. Il “calore” al quale si fa riferimento, in questo caso è relativo ai movimenti studenteschi, mobilitati in massa per stringersi al fianco della popolazione Palestinese, per chiedere una pace della quale, in queste settimane, si intravede soltanto un flebile ma importantissimo spiraglio. Al netto di chi tifa contro, sperando che tutto finisca in una bolla di sapone.
In questi giorni i ragazzi scendono in strada e urlano slogan, riempiono le piazze e sventolano striscioni ma soprattutto occupano le scuole. E qui la questione diventa delicata assai. Perché bloccare le lezioni, chiudere i cancelli degli istituti, fermare i corsi universitari, bivaccare nei corridoi tra un’assemblea e uno spinello, non solo non serve praticamente a un bel nulla ma obbliga tanti altri studenti (la maggioranza) a restarsene a casa, privati del loro sacrosanto diritto allo studio. E questo non è giusto, indipendentemente dalle ragioni che portano a questo tipo di protesta. Non è legale e non è neanche un esempio di coerenza. Perché se esiste una via per combattere soprusi e ingiustizie, questa è proprio la cultura, il sapere, la conoscenza e lo studio. Tutti ambiti che vengono sepolti nel momento in cui le porte di una scuola vengono sbarrate e l’ingresso alle aule viene impedito. Il fatto poi che tanti studenti non sappiano neanche bene il motivo per il quale si contesta è solo un dettaglio, nemmeno troppo trascurabile.


E allora basta pensarci sopra un attimo e magari sarà anche possibile trovare un’alternativa a tutto questo. Una soluzione che salvaguardi il diritto allo sciopero e alla protesta, senza che a farne le spese siano la maggioranza degli studenti. Quanto sarebbe più forte e di un impatto veramente devastante, se i licei venissero occupati, ad esempio, non in autunno o in inverno, ma durante l’estate. Pensiamo soltanto a quello che sarebbe il valore simbolico e provocatorio di un’occupazione, promossa semmai dal primo luglio al 30 agosto, senza soluzione di continuità. Con centinaia di studenti e docenti, perché molti di loro si sono detti solidali con i ragazzi e favorevoli alle occupazioni, che rinunciano alle proprie vacanze ad Ischia, ai viaggi in Grecia o in Sardegna, alle serate mondane, ai cocktail e agli happy hour, ai tik tok e alle gite in barca, alle palestre e ai centri estetici. Il tutto per trascorrere le loro brave otto settimane di ferie all’interno della scuola, con le bandiere palestinesi o di qualsiasi nazione che subisce soprusi e violenze (la scelta è ampia), con le bombolette pronte per scrivere proclami e frasi ad effetto, con gli striscioni e con il sacrosanto diritto a contestare chi li governa. Insomma, spiagge vuote e scuole occupate, per un’estate di cortei e contestazioni. Questa sarebbe la vera rivoluzione. Ma c’è di giurare che non andrà così. A giugno, luglio e agosto le scuole resteranno come sempre chiuse e vuote, i contestatori saranno tutti in riva al mare ad abbronzarsi, ai baretti di Chiaia e di Posillipo a bere e trastullarsi. Per qualche giorno Gaza sparirà dalle loro priorità. Ci sarà solo da attendere l’inizio del nuovo anno scolastico, per nuove proteste, nuove occupazioni e altre settimane di solidarietà, di cortei e di richieste di pace.




