LE OPINIONI

IL COMMENTO Vi racconto la convivenza con il “nemico invisibile”

Non pensavo fosse così vicino, ma percepivo che “ronzava” intorno alle nostre famiglie, alle nostre comunità, dentro le nostre famiglie, dentro le nostre comunità, dentro le nostre vite. Non è il momento di puntare l’indice, di interrogarsi sul perché, era ed è il momento di tendere la mano. La nostra priorità era ed è quella di salvaguardare, si, la salute dei nostri genitori e della famiglia, ma anche e soprattutto l’incolumità della nostra Comunità. Ed è per questo che da subito, e senza indugio, ho ritenuto che fosse opportuno comunicare quanto accade nella nostra famiglia. Per condividere una esperienza ed informazioni che, spero, possano essere utili per superare, insieme, un momento che mai avremmo pensato di dover vivere. Non ci siamo mai chiesti chi avrebbe potuto contagiare i nostri cari, ci siamo solo preoccupati di chi avremmo potuto, inconsapevolmente, contagiare. Non è un nemico invisibile, forse subdolo, sconosciuto, ma non invisibile. Anzi! Si rende ben visibile nel dolore che provoca, nelle paure che alimenta, negli effetti, a volte drammatici, che produce.

È importante avvertirne la presenza in tempo, è fondamentale sentirne la presenza da subito, anche nei sintomi più banali. La nostra esperienza racconta che ci abbiamo vissuto insieme, per decine di giorni. Il sistema (?), il protocollo (?), il triage (?), l’unità di crisi, i numeri più o meno verdi (?) provavano a tranquillizzarci che fosse altro. Hanno fatto finta di non sentirlo, magari perché non lo conoscevano, ma non hanno fatto niente per drizzare le orecchie o acuire la vista, e così ci hanno fatto credere che stavamo convivendo con una “banale” bronchite. Sono state messe a rischio vite umane, al momento, miracolosamente, ancora vive. Non ci abbiamo creduto per settimane. Per quanto possibile siamo stati prudenti, lo abbiamo trattato con grande diffidenza per settimane. Poi si è reso invisibile! Da oltre 20 giorni ha fatto finta di andare via, ma era ancora qui, è ancora qui. Ma ne aveva dato di tempo per “avvertire” che c’era. Si è preferito permettergli di rendersi invisibile. Hanno fatto finta di niente! Si forse troppa burocrazia per chiedere un tampone, si forse meglio nascondersi dietro lotte intestine tra istituzioni o all’interno delle stesse istituzioni. Amministrazioni contro ASL, medici contro medici, pazienti contro medici e medici contro pazienti. E tra tanto chiasso non siamo stati capaci di avvertirne la presenza ed in mezzo a tanto fumo il virus si è reso invisibile. Forse era più comodo alzare la voce sui cittadini che sul virus. Prendere a calci il nemico o l’antipatico di turno e non insieme il grande nemico di tutti.

Ci hanno, giustamente, costretto a restare a casa per evitare la diffusione del contagio, ma non è stato previsto che all’interno di quelle case, di quei territori, di quelle strutture, di quelle RSA già si era annidato il nostro nuovo “compagno” di vita e… di morte. Uscivo per andare in farmacia, al supermercato, dal medico per provare a dare assistenza ai miei vecchi genitori e con grande paura entravo nella loro casa per lasciare le cose con mascherina, guanti, quando ancora non era obbligatorio, a distanza per paura di portargli dentro casa un ospite indesiderato, per loro molto pericoloso. Ma era già lì! È vero forse era ancora presto per capirlo. Ma abbiamo gridato le nostre preoccupazioni, le nostre paure con insistenza, con determinazione, con ansia, angosciati. Ci hanno detto che era altro. Lo diceva il triage (?), il protocollo, la procedura. Non è colpa di nessuno, forse era troppo presto. E così in giro per l’Italia sono morte migliaia di donne e uomini, quelli più fragili, medici ed infermieri, magari anche loro tranquillizzati dai protocolli che poi “grazie” al loro insopportabile sacrificio sono cambiati.

Non è il tempo delle polemiche, non è il tempo dei processi, non è il tempo delle recriminazioni, perché, purtroppo, non è ancora finita. Ma è necessario parlarne, non per “elaborare” lutti o paure, o per scaricare responsabilità che sono di tutti noi. Solo per dare una mano. Siamo tutti sulla stessa barca Spesso in questi giorni non abbiamo saputo remare nella giusta direzione, magari lo abbiamo fatto inconsapevolmente, perché non eravamo preparati, non conoscevamo la giusta rotta o eravamo accecati dalla paura e pensavamo di vincerla assumendo comportamenti sbagliati e superficiali. L’appello e l’auspicio è che tutto questo possa essere servito a qualcosa, possa servire a qualcosa. Spero che i Sindaci o chi li rappresenta nelle loro Amministrazioni siano al fianco dei medici di famiglia, ai pediatri, li convochino, istituiscano un tavolo permanente di lavoro, raccolgano dati utili per uno screening serio del nostro territorio e diano il giusto supporto e le necessarie informazioni alla struttura sanitaria che ne ha competenza. Si rivalutino casi “archiviati” per “altro”, si dia vita ad una squadra forte che sia vicina alle famiglie e gli faccia superare il disagio e la paura, anche per fargli recuperare il giusto coraggio per autodenunciare il sospetto di aver contratto il virus superando così anche un senso di istintiva, ma ingiustificata, vergogna.

Non è tardi per azioni concrete per la messa in sicurezza del territorio, per condividere buone prassi per continuare a vivere l’isolamento, per dare il necessario supporto logistico, psicologico ed organizzativo alle famiglie in isolamento ed in quarantena ormai da troppo tempo. Questo anche per sentirci tutti più vicini e seguiti, per avere concretamente la percezione di essere distanti ma vicini, distanti ma uniti. Tutti sulla stessa barca!

Ads

Ads

Articoli Correlati

Un commento

  1. Avete ragione ma penso che non abbiamo politici in grado di fare valere il bene di noi isolani già non sono coerenti tra di loro ma chissà perché fanno bene i loro interessi. …

Rispondi

Back to top button