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LE OPINIONI

IL COMMENTO Violenza sulle donne, un fenomeno in crescita

DI CARMEN CRISCUOLO

Parlare di violenza sulle donne vuol dire considerare ogni azione o pratica sociale, violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta alla integrità, allo sviluppo psicofisico, alla libertà o alla vita della donna. Lo scopo della mano violenta del carnefice è di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o, nei casi peggiori, alla morte. Secondo i dati del Viminale nei primi sei mesi dell’anno in Italia ci sono stati 57 femminicidi. In pratica, una donna ogni tre giorni viene uccisa da un partner, marito, compagno, ex fidanzato. Un trend che non accenna a diminuire e che dimostra che il fenomeno è addirittura in crescita rispetto allo scorso anno e al 2020, quando nell’arco dei dodici mesi ci furono rispettivamente 103 e 101 donne vittime della violenza degli uomini. E questo nonostante le campagne di comunicazione messe in campo in vari ambiti e l’inasprimento delle pene introdotte dalla legge 69 del 2019, conosciuta come “Codice Rosso”. Ciò significa che non è arrivata la tanto attesa inversione di rotta e che la prevenzione tarda ad avere la sua efficacia.

I numeri non mentono, certo, ma nonostante ciò non bisogna abbassare la guardia e l’unica strada da percorrere resta quella dell’azione politica e culturale. Con ancora più determinazione. Il femminicidio è un fatto sociale e come tale va affrontato coinvolgendo tutte le istituzioni sociali, con capillari campagne di sensibilizzazione che in particolare coinvolgano coloro che lavorano nelle istituzioni e che sono deputati a “trattare” le problematiche di violenza femminile. Ma anche con attività da svolgere nei luoghi della formazione, nelle scuole prima ancora che nelle famiglie, dove educare i giovani all’amore, al rispetto, alla comunicazione corretta. Occorrono a mio parere approcci integrati per un cambiamento culturale che abbia l’obiettivo di generare una coscienza sociale del femminicidio. E in questo possono svolgere un ruolo importante anche i Centri antiviolenza (Cav) che operano sul territorio e che negli ultimi anni sono aumentati in modo sensibile.

Molte donne vittime di violenza hanno difficoltà a denunciare tempestivamente le azioni violente compiute ai loro danni, vuoi perché hanno paura della reazione del proprio partner, vuoi perché pensano in questo modo di proteggere l’intimità familiare. Restano nel guado, intimorite e sole, in attesa di qualcuno che le illumini, che indichi loro la giusta strada da seguire. Ma spesso quei momenti di attesa, di indecisione, diventano fatali per la loro incolumità e la loro stessa sopravvivenza, come ogni giorno le cronache ci raccontano. I Cav possono aiutare a ridurre questi limiti grazie all’attività svolta al loro interno da professioniste, psicologhe, avvocati, mediatrici familiari. Lo scopo è di accorciare proprio quei tempi di attesa e dare a queste donne la forza necessaria per venir fuori dall’incubo in cui si trovano e denunciare il loro carnefice. Il compito principale di chi opera nei centri antiviolenza è capire la vittima, compito semplice se questa denuncia spontaneamente il suo aggressore, difficile invece se ha paura, se ha delle reticenze, se ha dei timori. Questo perché la vittima ha imparato a non fidarsi, così come non ha imparato a difendersi. Il lavoro da fare, insomma, è tanto e la strada da percorrere è lunga, ma non bisogna fermarsi se vogliamo che il femminicidio non resti (come troppo spesso accade) fatto di cronaca ma venga contrastato in maniera efficace e concreta.

* CONSIGLIERE COMUNALE ISCHIA

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