LE OPINIONI

IL COMMENTO Vocazione minoritaria o nuovo umanesimo?

DI GIUSEPPE LUONGO

Questa è la domanda che mi sono posto alla notizia della scomparsa di Goffredo Fofi. Egli è stato un intellettuale dal multiforme ingegno, saggista, giornalista, critico di opere cinematografiche, teatrali, letterarie, impegnato in buona parte dell’ampio spettro della cultura; un disubbidiente amato da uomini di cultura e amico dei deboli. La nostra società ha bisogno di persone come Fofi per riequilibrare una condizione culturale e socioeconomica di sofferenza estrema. I due aspetti della sofferenza nei componenti della società sono spesso disgiunti, ma Fofi ha risposto con la sua disobbedienza ad entrambe. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e me ne dispiace perché, ne sono certo, avrei avuto un contributo alla mia capacità di intendere il nostro mondo. L’arma utilizzata dagli intellettuali come Fofi per combattere il potere oligarchico è la cultura e il conflitto è combattuto dal potere svuotando l’azione dell’intellettuale classificando chi si oppone come vocazione minoritaria. Ma in democrazia esiste la minoranza che si contrappone alla maggioranza che detiene il potere. Non si può definire banale la tesi di chi si oppone per evitare il confronto. Purtroppo, il potere permea tutto e svuota di contenuti il ruolo delle istituzioni, che agiscono sviluppando azioni che contrastano con i loro compiti istituzionali, per utilizzarle contro quanti dovrebbero essere ascoltati e accolte le loro idee. Così si costruisce la condizione per definire minoritaria, in senso politico-culturale, la posizione di chi si oppone ai progetti contrari all’interesse della parte della comunità prevalente. Con il trascorrere del tempo il progetto respinto dalla minoranza debole, allorchè prevale tra i componenti della comunità il fascino esercitato dal potere, si traduce in disastroambientale, economico, sociale.Ma nessuno ha memoria delle esperienze pregresse sul territorio e si avvede dei cambiamenti fino aquando accade il disastro, specie se questo si costruisce lentamente e non con un’improvvisa rottura di equilibrio, come evidenziano i terremoti, le alluvioni, inondazioni, colate di fango e altri eventi naturali intensi. Purtroppo, anche i fenomeni che irrompono improvvisamente nello scorrere delle attività antropiche quotidiane, dopo un breve periodo emozionale, sono assorbiti dal potere senza che si sia risposto agli impegni contratti con i cittadini, all’indomani della calamità, finalizzati alla maggiore sicurezza del territorio.Le trasformazioni sociali ed economiche e il trascorrere del tempo aiutano a dimenticare la gravità di quanto accaduto in passato e, per di più, i progetti proposti dalla minoranza, nel tempo che fu, sono fatti propri dallestesse forze politiche ed economiche che li aveva respinti, presentandoli come una novità.

Ma nel mentre il territorio costruito si è esteso a dismisura, aggredendo anche i siti più impervi, e l’intensità e la frequenza degli eventi catastrofici crescono con il cambiamento climatico. Così il disastro non ha mai fine; si è sempre in ritardo sui tempi della natura, specie se questa rende più frequenti e intense le sue manifestazioni. Oggi si mostra di voler realizzare quanto si doveva in un tempo passato, ma si parte per un nuovo disastro che si scoprirà in futuro, perché i progetti sono costruiti su modelli inadeguati. Solo la ricerca può realizzare uno scenario di pericolosità attendibile perché esplora l’ignoto e costruisce modelli che possono aiutare i progettisti del territorio a realizzare interventi capaci di mitigare gli effetti degli eventi estremi attesi in futuro. Questa necessità è evidente a chi pone attenzione alle cronache che affliggono il nostro Paese, sulla siccità e, più in generale, sui disastri ambientali annunciati dal cambiamento climatico.

Goffredo Fofi

Viviamo una transizione rapida verso il futuro, come mai verificatosi in passato. Cambiano i tempi della transizione ma non le fasi. Anche nella nostra età bisognerà abbattere una struttura e ricostruirne un’altra, che potremmo chiamare paradigma. Non intendo essere blasfemo, ma vedo uno stretto parallelismo con il passato. La cultura medioevale poneva Dio al centro dell’Universo con totale sottomissione al potere della Chiesa; oggi è la tecnologia con l’Intelligenza Artificiale a essere posta al centro dell’Universo. L’uomo fa di tutto per scaricarsi di responsabilità, affidandosi alla tecnologia, come nel Medioevo si affidava al soprannaturale. Come allora l’uomo ritornò al centro dell’Universo con l’Umanesimo, al quale seguì il Rinascimento con la sua rivoluzione scientifica, alla quale il nostro paese ha dato un contributo significativo con Galileo Galilei.

Dopo le recenti esperienze del potere delle tecnologie o, meglio, di chi le gestisce, se l’uomo vuole ritornare al centro dell’Universo, per controllare e guidare le nuove tecnologie, deve passare attraverso un nuovo Umanesimo perché a questo possa seguire un nuovo Rinascimento, allora in Italia, oggi, probabilmente in California o in Asia.

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Un commento

  1. Professore oggi tecnologia ed economia non sono come dovrebbero essere cioè STRUMENTI per una vita virtuosa, di maggiori conoscenze, di cultura, di benessere, di sicurezza sociale, di giustizia ma sono diventati FINI.

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