LE OPINIONI

IL COMMENTO Zia Teresa e l’amarcord

DI ELENA WHITEHEAD

In merito alle incertezze sulla località, riprodotta in una foto degli anni cinquanta, vorrei affermare, senza ombra di dubbio, che ci troviamo di fronte ad uno scorcio di Ischia Porto. Precisamente, all’angolo di via Iasolino, nei pressi dell’attuale stazionamento dei pullman di linea. La mia sicurezza nasce dal fatto di essere stata, da bambina, più volte in quella casa, quando con mamma andavamo a far visita a zia Teresa. Costei era una donna d’altri tempi, sensibile e generosa, sempre memore degli insegnamenti ricevuti tra le mura domestiche. Poteva, infatti, vantare la guida di tre emeriti sacerdoti. Dato che la madre, Clorinda, era nipote dei due reverendi di casa Lombardi: “lo zio piccolo e lo zio grande”. Essi abitavano nel monumentale palazzo di famiglia, a Perrone, fornito anche di una Cappella gentilizia. Tuttavia, non di meno era la spiritualità dalla parte del padre, Giuseppe Ferrara, nipote di primo grado, di don Domenico Mennella, rettore della chiesa della Madonna del Buon consiglio a Casamicciola. Egli viveva al piano di sopra del palazzo di famiglia, accudito con devozione dalla nipote Teresa “senior”, monaca di casa. La zia che ho conosciuto, Teresa “junior”, viveva con la famiglia al piano terra. Ella era nata nel 1883 ed aveva sei mesi quando il terremoto colpì la nostra cittadina. Grazie alla solerzia dei soccorritori, la piccola fu sollevata dalle macerie e lanciata nel grembiule della nonna materna, accorsa da Perrone per prestare aiuto. Zia Teresa, crescendo, manifestò un carattere allegro e socievole. Giovanissima, esercitò l’attività di sarta, circondandosi di ragazze che aspiravano ad un mestiere creativo e sicuro che poteva essere esercitato, anche in casa, quando avrebbero avuto una loro famiglia. Tra le sue apprendiste ricordava, volentieri, Nanninella della Pithecusae, mamma del giornalista e direttore de “il Continente”, Peppino Mazzella, mio coetaneo ed amico di famiglia che quando abbiamo il piacere di ricevere una sua visita, non tralascio di indicargli la macchina per cucire che sua madre, adolescente, di sicuro, avrà usato. Successivamente, la zia si sposò col barbiere di Palazzo Reale, Stefano Barbarisi, proprietario della citata abitazione all’angolo di via Iasolino. Di sé stessa, diceva che era di “buon cuore” e di “avere dolore” per le sofferenze di tutti.

Infatti, a volte, mentre scambiava qualche parola con le dirimpettaie del palazzo di Silaniello, capitava che un passante le chiedesse un bicchiere d’acqua o di accedere ai servizi igienici. Ella non sapeva tirarsi indietro. Per cui, talora incorreva nei rimproveri del marito che le ricordava che così facendo, avrebbe ridotto la sua casa in un bagno pubblico. L’abitazione in questione, non era molto ampia, ma ospitava più di un inquilino. Tra questi vorrei citare la famiglia “Lo Piccolo” che la zia indicava come esempio di correttezza e di “saper vivere”. Infatti, ogni 23 del mese, puntualmente le veniva consegnato il corrispettivo del fitto. Tale precisione non fu tralasciata quando la zia, rimasta vedova, tornò nella casa paterna. Successivamente, l’abitazione di via Iasolino fu espropriata e demolita, nonostante i ripetuti esposti dell’avvocato Aniello Allocca che “tuonava” dal Foro di Nola. In realtà, con il senno di poi, considerando il progresso che avanzava, apparve chiaro che quel fabbricato costituiva un notevole “ingombro”. Fu, perciò, necessario “sacrificarlo” per lo sviluppo di un porto che si apprestava a sviluppare la sua capacità ricettiva, in vista dei grandi movimenti turistici che avrebbero portato benessere e maggiore notorietà alla nostra isola. Intanto, la zia tornò nella sua casa nativa dove l’attendevano la sorella Giuseppina e la fedele Rosina con il gatto “Mans”, nonché i diversi cugini e nipoti degli appartamenti attigui. Più tardi, con l’arrivo dell’estate, non tardarono a venire i villeggianti di sempre, come la zia Adelina, Don Vincenzino Leone con le sorelle Nunzia e Maria ed una loro nipote che era stata madrina delle campane della Chiesa dei Padri Passionisti. Ricordo anche la signora Campiglia Baruffo con il marito ed i figli Gigi e Teresina. In ultimo, ma non ultimo, Giancarlo con i genitori Nancy ed Aniello Allocca. Egli apparteneva ad una delle più rispettabili famiglie di Nola che da sempre avevano onorato i Ferrara con la loro presenza. Infatti, “zia Teresina”, così chiamata da Giancarlo, considerava il ragazzo come un figlio vero e proprio. Spesso, lo accompagnava alla spiaggia, proteggendolo dal sole estivo, con il parapioggia. Sicuramente, era bello vedere nella Casamicciola dei primi anni sessanta, affollata di turisti, una signora dai capelli grigi, un po’ nonna ed un po’ mamma che accompagnava un ragazzo di età scolare “a prendere il bagno”. Lungo la strada, ella non tralasciava un tocco educativo.

Infatti, recitava filastrocche che parlavano di “Giovanni senza paura”, di “Putrusinella”, di “un fanciullo che a scuola andava senza averne volontà”, della “Bettina che ai bagni va”, di “Farforello che scrivere e leggere non voleva ed il maestro gli diceva: Farforello, Farforello, tu sarai un asinello”. Camminando, salutando, parlando, in meno di un quarto d’ora arrivano nella piccola spiaggia a ridosso del Convento. Rimasto solo, non sempre Giancarlo si fermava. Era quello per lui un luogo troppo familiare, fatto di mamme e bambini, spesso, capricciosi e petulanti. Per cui spesso correva sul molo di Piazza Marina dove con i suoi coetanei si divertiva a fare acrobatici tuffi da qualche nave che stava lì in perenne approdo. Nel pomeriggio poi, tornato a casa, spesso giocava con noi. Ad esempio, correva in fondo al giardino e di lì ci parlava attraverso un “telefonino” di sua invenzione utilizzando due coppe da gelato collegate mediante un filo. A volte ci invitava a camminare in equilibrio dicendo: “vengo da Gerusalemme senza ridere e senza piangere”. Non di rado si dilettava a fotografare scene stravaganti, come quando Rosina che sempre lo chiamava signorino, si mise in posa con un coppello di paglia maschile, mentre con una mimica tutta sua, accompagnava un’antica canzone che terminava dicendo: “gettiamo la barca sul mare, stasera ti voglio baciare”.

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