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Il fitofago e le fitofighette

Di Vincenzo Acunto

Il sussidiario alle elementari era il libro più bello. Compendiava pagine di: storia (con le foto di battaglie epiche e dei vari protagonisti), letteratura con poesie e, per non tirarla troppo, di scienze e agricoltura. Al maestro Raffaele era venuto il “pollice verde” e, non spiegandosi come mai la “puca” da innesto, donatagli, non faceva albicocche, mentre al donatore i rami diventavano stracarichi, ci coinvolgeva nella lettura di scienze per capire il perchè. L’attenzione si fermò sulla parola “fitofago” che nessuno conosceva. Il maestro, anche con qualche riferimento a umani, ci spiegò che il fitofago era (ed è) un insetto che trova ospitalità nei vegetali dai quali, però, ne succhia la linfa fino a provocarne la morte o comunque l’improduttività. A noi ragazzetti di nove anni, abituati a parlare la lingua napoletana o meglio il santangiolese (che è qualcosa di più raffinato), avevamo difficoltà a pronunziare la parola “fitofago”. A Gennarino, che temeva il maestro, la parola non usciva. Il maestro già rutulava le dita sulla scrivania quando Gennarino, mal recependo l’imbeccata del compagno di banco, disse “fitofaga”. Al femminile. In classe ci fu silenzio tombale in attesa della reazione del maestro che invece, di botto, scoppio a ridere a crepapelle coinvolgendo, nella risata, la sua abbondante corporatura. Nel rumore della sola sua risata disse: “bravo Gennarino l’hai fatto femmina. E, visto che sono insetti piccoli, la femmina la chiamiamo “fitofighetta”, e continuò a ridere.   Giorni fa, leggendo talune osservazioni che un politico del PD, in disaccordo col premier,  lessi il seguente commento: “Renzi è come il fitofago si nutre della pianta in cui vive fino ad ucciderla. Se la si vuol salvare e mangiare la frutta va fatta la terapia del caso”. La mente, con velocità supersonica, mi portò alle lezioni di agricoltura del maestro e alle considerazioni sul “fitofago” e le “fitofighette”, che “mutatis mutandis” apparivano recepite dal polito piddino.

Credo che il nostro primo ministro sia, tra quelli in carica, il più giovane al mondo. Quando scende la scaletta dell’aereo lo fa saltellando e gaio per l’incontro che avrà. Non tremolante o ingessato (alla Colombo) come eravamo abituati a vedere fino a poco tempo fa. Mentre fa il Consiglio dei Ministri gioca col telefonino e non legge il rosario. Possiede una “vis theatrandi” come pochi e, degli accadimenti che gli rovinano attorno, manco se ne fotte. E’ sempre gaio e sorridente pur se si sforza d’apparir pensieroso. Si presenta con il vestito del “post comunista” e sostiene un programma di destra. Magnifico. Quando intravede tra le sue fila qualcuno che si vuol “dare un che”, chiede “chi?” anteponendo il nome del “deriso” e, quale perfetto portatore del credo partenopeo secondo cui “u’ cummanà è meglio du’ fottere”, in caso di disagio, col vegetale d’annata, usa le “fitofighette”. Donne bellissime con decolté prorompenti, occhi rutilanti che armonizzano le papille gustative con movimenti unici nel genere, rossetti e lacche rosso fuoco, esaltanti labbra e unghie ministeriali uniche, al mondo, pronte al soccorso immediato, per fiaccare le resistenze dell’interlocutore che tenta di frapporsi sulla strada del nocchiero.

Un tempo avevamo Moro (che ci perdonerà dall’altro mondo) che provocava un effetto soporifero ai suoi interlocutori (come scriveva Kissinger), oggi un manipolo di donne bellissime che già nei nomi (Boschi, Madia,  Pinotti, Guida) evocano rilassamenti, che, agli attempati interlocutori, provocano alla semplice vista effetti allucinogeni. E così il fitofago continua nella sua opera di destra attraverso le caverne di sinistra con lo scopo, non dichiarato, di chiudere la bottega dei nipoti di Stalin. E così il ponte sullo stretto (qualche anno fa: una bestemmia ambientale, sismica e culturale), diventa l’occasione storica per il sud. L’abolizione della tassa sulla successione (che appena qualche mese fa era definita un regalo agli speculatori del mattone) è presentata come una necessità per fare giustizia tributaria a chi ha già pagato. Il contante (definito, ieri, la pappa dei ladri) riacquista dignità perché non è possibile acquistare, con la carta di credito, regali da non esibire. Nella  politica estera il premier di sinistra, forte dell’accompagnamento fitofighettiano, in un europa di sinistra dice, cose di destra e possiamo leggere che è meglio riflettere prima di procurare altri guai come in Libia (Napolitano) e in Kossovo (D’Alema). Mah!! In economia il povero ministro delle finanze non sa più come far quadrare i conti. Quando è in difficoltà (un giorno si e l’altro pure) trova “le fitofighette” schierate che, facendogli perdere la bussola, lo determinano a qualche correzione dei fogli di ragioneria, per spillare, all’approssimarsi di un giro elettorale, prima gli ottanta euro per gli impiegati, poi i cinquecento euro per i giovani diciottenni o altre nequizie del genere. Prelevate, in genere, dai pensionati. Cioè da quella fascia sociale che non ha più la forza fisica di reagire. Che invece di essere lasciata a vivere in serenità gli anni verso la chiusura, è stata inserita in un “cul de sac”  terribile nel quale non trovano più la famiglia ( i figli emigrati per lavoro), o un assegno decoroso per tirare a campare, al quale anelavano, dopo oltre 40 anni di contributi. E tutto ciò perchè? Perchè gli ultimi 30 anni, o forse più, sono stati caratterizzati da mariolizie di vario genere, per leggi scellerate i cui nodi sono giunti al pettine. E sono giunti al pettine, grazie a Dio, anche per coloro che un tempo facevano girotondi o scioperi oceanici contro chi accennava ad invertire la deriva fallimentare imboccata dallo Stato. Oggi accorgendosi che curarsi è sempre più caro, mangiare idem, spostarsi pure, e non c’è altri con cui prendersela, se la prendono con Renzi che pur se viene da “gauche” è etichettato come “fitofago”. Il popolo intanto continua a vivere, anzi sopravvivere, in un paese che continua ad elargire somme che non ci sono per: i partiti, per manifestazioni inutili o per  accogliere, a casaccio, masse di persone che, comunque stanno male, e poi ci rubano o ci sparano addosso o creano le condizioni perché i bambini, nelle scuole, non cantino più le canzoncine di Natale. Che fare? Facile a dirsi, difficile a farlo. Il maestro alle elementari, amareggiato dal non poter raccogliere albicocche per colpa del fitofago e delle fitofighette, lesse dal sussidiario, che era necessaria una terapia d’urto altrimenti la pianta sarebbe morta.

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