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«Il mio incubo a Vienna tra spari e terroristi»

Il racconto di Ciro Buono, ischitano trapiantato a Vienna e proprietario del ristorante “San Carlo” ubicato nel pieno centro della capitale austriaca. Lui e i clienti sono rimasti barricati nel locale fino all’alba. «E’ stato spaventoso, abbiamo vinto l’angoscia bevendo vino e ascoltando musica»

È ischitano uno dei testimoni della notte di sangue e di terrore a Vienna. Si tratta di Ciro Buono, ischitano che vive in Austria, a Vienna dal 1988, con moglie e quattro figli, titolare del Ristorante italiano ‘San Carlo’. La polizia austriaca nel corso dell’attentato ha informato Ciro Buono di quanto stesse accadendo fuori il suo locale, nella zona pedonale della capitale austriaca ed a pochi passi dalla Wiener Staatsoper, il più celebre teatro di Vienna. Erano intorno alle 21 di lunedì sera quando gli agenti della polizia austriaca hanno intimare a Ciro Buono di fare entrare tutti i clienti nel ristorante e non farli uscire. E questo per lunghe ore. E così è stato. Alcuni dipendenti, lo stesso Ciro, ed alcuni avventori del locale, sono usciti dal Ristorante San Carlo solo alle 7 di martedì mattina.  

«Elicotteri, polizia armata sino ai denti, con mitra e cani» è la descrizione Ciro. Persone fermate e fatte spogliare per controllarle e anche un ragazzo «che correva all’impazzata – dice il ristoratore – con una pistola, non so se vera o giocattolo, mentre altri gli urlavano ‘Ali fermati». In un primo momento Ciro Buono aveva pensato ad una manifestazione contro il lockdown, anche quando l’ha chiamato la polizia dicendogli di far entrare tutti all’interno del locale «e che se qualcuno si faceva male era mia responsabilità». Dopo interminabili minuti di terrore Ciro ha capito quanto stesse succedendo. «È stata una cosa spaventosa – ammette – ma in questi casi devi tenere i nervi salvi e seguire gli ordini». Per provare a distogliere l’attenzione dall’attentato e rincuorare le persone all’interno del locale, così Ciro ha offerto vino ai clienti, fatto ascoltare musica e chi non ha potuto lasciare il locale perché non aveva l’auto e non c’erano più né taxi nè mezzi pubblici ha offerto anche un luogo dove trascorrere la notte. «Siamo rimasti in quindici fra clienti e dipendenti», conferma. «Faceva paura. Una cosa è raccontarlo, una è viverlo e adesso – conclude – Non c’è nessuno per strada. Il primo distretto è morto. Oggi Vienna è una città morta» 

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