Il “peccato originale” della pianificazione territoriale di Procida
Le non scelte politiche del passato continuano ad essere determinanti per un comparto che, viceversa, avrebbe bisogno di indirizzi precisi e compatibili con un’isola che non è più il ritratto statico di una cartolina

Con l’avvicinarsi delle prossime tornate elettorali (Regionali in autunno 2025 e Comunali nella primavera del 2026) l’urbanistica, e più in generale l’edilizia, da sempre volano importante dell’economia italiana, rappresentano argomenti cui la cittadinanza e il mondo imprenditoriale, per motivi facilmente intuibili, sono sempre particolarmente sensibili. Per cercare di comprendere, quindi, anche ai non addetti ai lavori, in quale contesto ci muoviamo, partiamo col dire che l’isola di Procida è dotata di un Piano Territoriale Paesistico (PTP), approvato con DM 1.3.1971 (54 anni fa), che fa seguito all’apposizione del vincolo paesaggistico sull’intera isola (DM 26.03.1956), nonché di un Piano Regolatore Generale (PRG), redatto nel 1977 e approvato con delibera della Giunta Regionale nel 1984 (41 anni fa).
A questo punto, per districarci tra le maglie strette di una materia estremamente tecnica, abbiamo chiesto all’ing. Vincenzo Muro, decano dei tecnici procidani ed estremo conoscitore dell’argomento, di farci da “Caronte” in questo viaggio che, per non appesantire l’attenzione del lettore, divideremo in due parti.
“Il PTP, seppur approvato nel 1971, era stato redatto dal Ministero dell’Istruzione nei primi anni ’60 del secolo scorso, con il contributonotevole dell’ing. Luigi Cosenza e su impulso del famoso storico dell’arte Cesare Brandi, procidano d’adozione. Era uno dei primi dieci piani paesaggistici eseguiti in Italia e per lungo tempo venne portato ad esempio dagli ambienti ministeriali.
Seppur redatto in base alle leggi del 1939 (L.089/1939 -legge Bottai- sulla tutela delle “cose” d’interesse storico e artistico, e la L.1497/1939 sulla tutela dell’ambiente, delle bellezze naturali e panoramiche), da molti era considerato più un Piano di Fabbricazione che un vero piano paesaggistico, di certo era un piano che risentiva delle valutazioni e delle considerazioni dell’epoca, (la sua redazione avvenne nel pieno del boom economico e di ricostruzione del Paese). Comunque, era un piano non fossilizzato e che prevedeva la possibilità di uno sviluppo “dinamico”, per l’epoca innovativo; infatti, nella relazione di accompagnamento al piano inviata al Ministero, siproponeva l’idea di una revisione periodica del piano stesso nonché, ad esempio, la possibilità di interventi futuri, anche in campo turistico e molto consistenti, con la costruzione di impianti nella zona di Solchiaro. Era quindi un piano previsto non immutabile ma soggetto a integrazioni e ammodernamenti, mentre invece, fino ai nostri giorni, è rimasto inalterato.
Il PTP, quindi ha avuto, per alcuni anni, la funzione di regolarizzare le costruzioni ma, successivamente, è stato interpretato come una limitazione ed un vincolo non accettabile in un’epoca in cui si è sviluppata la “corsa” alle costruzioni abitative in tutte le zone dell’isola. Un demerito del PTP è stato,inoltre, quello di aver introdotto e favorito, attraverso il meccanismo della cubatura assentibile su un lotto di determinate dimensioni, il concetto della “villetta singola”, concetto nuovo per l’isola, dove i fabbricati, fino all’ultima guerra, erano costituiti, in larga parte, da più unità abitative, spesso a due piani, mentre i fabbricati ad unica abitazione erano per lo più solo quelli rurali di livello economico.
Ritornando al PRG, di pochi anni successivo, (viene redatto da tecnici incaricati dalla Regionein quanto l’amministrazione comunale di allora si era rifiutata di affrontare la questione per non perdere consensi in alcuni strati della popolazione), è nato col “peccatooriginale” di ritenere, nella dubbia legislazione dell’epoca, di poter sostituire il Piano Paesistico. In effetti, prevedeva, all’art. 2, addirittura il superamento del PTP con la possibilità di sostituirsi ad esso; la cosa fu però giudicata contro legge e quindi,in Regione,non passò, con la conseguenza che abrogato il fantomatico art. 2,il Piano venne comunque approvato, con alcune ulteriori modifiche di zonizzazione, rendendo il tutto monco e in gran parte irrealizzabile, perché amputato di un presupposto fondamentale che era alla sua base.
Conseguentemente ilPRG ha trovato un’applicazione reale molto limitata in quanto prevede norme e interventi che, non rispettando le previsioni del PTP (cioè del piano paesaggistico vigente, che prevale per legge e che costituisce la cornice dentro la quale devono inquadrarsi tutti gli altri piani), non sono applicabili. Sostanzialmente costituisce quindi un piano pressoché inutile e addirittura, in molti casi, più limitativo dello stesso PTP, e ancora senz’altro arretrato e che non contempla neppure la possibilità di molti interventi edilizi come definiti dalla legislazione nazionale. Ne è un esempio la stessa definizione del termine“ristrutturazione”, termine introdotto ufficialmente nella legislazione nazionaledalla legge 457 del 1978 e che il nostro PRG non contempla (e quindi sostanzialmente non ammette) perché fu redatto prima di questa legge e comunque nessuno si è maipreoccupato di procedere all’aggiornamento”.
A conclusione di questa prima parte del nostro cammino un aspetto risulta piuttosto evidente ed ovvero l’abdicazione, in tutto o in parte, di una classe dirigente isolana, che, in quegli anni (’60 –’80) ha delegato ad altri la pianificazione territoriale, senza una evidente visione prospettica del territorio.
(continua)







