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Il progetto Le Vigne dell’Indaco tra passato e futuro

di Malinda Sassu

Se la passione rappresenta un elemento trainante per la valorizzazione delle biodiversità e la riscoperta di antichi vitigni ischitani, ben vengano allora sogni e sentimenti di coloro che hanno a cuore quella tradizione enoica che l’Isola vanta da millenni. Abbandonati o dimenticati, trascurati per le loro rese basse o perché delicati rispetto alle malattie fungine, San Lunardo, Cannamela e Guarnaccia, rappresentano il passato dell’Isola che ritorna in tre bicchieri; tre micro vinificazioni presentate in anteprima assoluta al Vinitaly, in occasione di un tasting esclusivo, alla presenza della stampa nazionale e internazionale. Tre antichi vitigni che tornano in vita nel progetto di salvaguardia della biodiversità Le Vigne dell’Indaco, nato dal coraggio di Giancarlo Carriero, patron del Regina Isabella, la perla dell’ospitalità ischitana, e Ian D’Agata, critico enologico e celebre wine writer. Un sogno diventato certezza con il contributo di un grande enologo come Luigi Moio e il lavoro appassionato del giovane Nicola Mazzella, tra i maggiori produttori dell’Isola. Un’isola che non è solo terme o solo mare ma tradizione, tipicità e biodiversità, valori intrinseci di una terra ricca di storia, un patrimonio enologico unico, attraverso il quale recuperare l’idea di tradizione; un vincolo che leghi la storia alla cultura di un territorio e che sia anche mezzo di valorizzazione e di affermazione di nuove idee e orientamenti, scelte e percorsi che conservino i caratteri distintivi di vitigni antichi e tradizionali. Anche questa è innovazione. Nel progetto sono state coinvolte tutte le aziende dell’Isola, alla ricerca delle uve più rare, ancora presenti sull’Isola con pochi ceppi. Una nicchia di produzione limitatissima di tre vitigni, un bianco, un rosso e un rosato che diventano vino e che ripropongono l’anima di un territorio con schiettezza e carattere. Se il San Lunardo con le sue timide note mentolate, ha regalato una sorprendente acidità e sapidità, una rivelazione è stata la Guarnaccia ischitana, dal potenziale straordinario, dato dalla concentrazione incredibile di antociani e dai tannini non eccessivi. Una sorpresa per certi versi già annunciata, vista la sua maggiore diffusione sull’Isola, con un futuro certo e prossimo, un piccolo capolavoro a divenire, da trattare con lavoro maggiore in élevage per poterne migliorare sensibilmente le caratteristiche organolettiche. Ma la sorpresa tra le micro vinificazioni presentate al Vinitaly da Ian D’Agata è tutta in rosa. Nonostante la vinificazione in rosso, una macerazione di 10 giorni, la Cannamela si è presentata vestita di un bellissimo colore rosa con piccolissime note di frutta rossa. Come ha affermato Luigi Moio, “un uvaggio nel grappolo” per la discromia dei suoi grappoli, che vanno dal verde al rosso: una “contro-enologia” la sorpresa regalata da questa varietà, dal colore elegante e, perché no, con un futuro da bollicine tutto in rosa. I colori bellissimi, nitidi e schietti, gli accenni timidi di frutta ed erbe di questi tre vitigni, seppur nascosti dagli aromi di fermentazione, hanno incantato i fortunati presenti alla degustazione, premiando così le sfide dei produttori dell’Isola, l’intraprendenza di Giancarlo Carriero, l’impegno di Ian D’Agata e il lavoro, costante e meticoloso, del Prof Moio e di Nicola Mazzella, nell’attrezzare velocemente un piccolo centro di micro vinificazione adatto allo scopo. Quando si dice la passione per le uve dimenticate. Il progetto ha dimostrato che l’innovazione non significa “rompere” con il passato, ma spendere in ricerca e sperimentazione, fondare ogni prodotto su un progetto, senza mai perdere di vista la propria identità, la continuità che va di pari passo con la tradizione. Di certo, Guarnaccia, Cannamela e San Lunardo sono stati protagonisti per un giorno e perché lo diventino davvero, ci vorranno studi e approfondimenti, ulteriori vinificazioni e ricerche che non si esauriranno nello spazio di brevissimo tempo. Però ne è valsa la pena.

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