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Il viaggio

 

 

Il viaggio è una forza positiva attraverso cui l’individuo costruisce se stesso, la sua identità e, nello stesso tempo, nuovi rapporti umani. La storia dell’Occidente è il risultato dei contatti, delle lotte, degli scambi, delle nuove relazioni nate dai viaggi. Ma se si scava a fondo, ci si accorge che la capacità creativa del viaggio, l’arricchimento nascono, paradossalmente, da una perdita, da una sofferenza.

 

Lo vediamo con chiarezza nei viaggi mitici di Ulisse o di Gilgamesh. Ulisse è costretto a errare, perde il bottino, i compagni, diventa  nessuno . Gilgamesh, chiamato dal dio, lascia la sua reggia, giunge sino ai confini del mondo, ma non può riportarne né l’immortalità né la giovinezza. Nel Medioevo il cavaliere errante lascia la corte e si addentra da solo nelle foreste misteriose dove lo attendono mostri e giganti, sofferenza e paura. Per produrre valore, crescita, il viaggio richiede un radicale distacco da ogni cosa rassicurante, dalla propria casa, dalla certezza delle relazioni note, quotidiane. Richiede di perdere la propria identità sociale, di smarrirsi, diventando  nessuno, e poi ritrovarsi, rinascere diverso, migliore. Il viaggio, nella nostra tradizione, è quindi una ricerca della propria identità più vera lasciando quella superficiale, inautentica. Una purificazione dei propri vizi, dell’orgoglio, delle debolezze, dei pregiudizi, per arrivare ai valori profondi e conoscere il mondo con oggettività.

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I viaggi organizzati, le vacanze della nostra epoca sono molto lontani da questo ideale. C’è lo spostamento fisico, ma il rischio, il disagio, il contatto con la diversità e lo sradicamento vengono ridotti al minimo. Nei villaggi vacanze la gente finisce per trovare la sua civiltà, i suoi comfort. La scoperta diventa visita guidata, la competizione sport.

 

Il significato ideale del viaggio oggi si realizza in altri modi. Uno è emigrare, andare a lavorare lontano Gli extracomunitari, i dirigenti delle multinazionali che vengono da noi, i nostri lavoratori che vengono inviati dalle loro imprese in tutti i paesi del mondo sono costretti a sradicarsi dalle proprie abitudini, ad imparare la lingua degli altri, ad inventare nuovi rapporti con loro. Nei prossimi anni, con la caduta delle barriere doganali, l’edificazione della nuova Europa sarà affidata a coloro che avranno il coraggio di affrontare questa prova.

 

Ma c’è un altro tipo di viaggio, quello compiuto non solo nello spazio, ma anche nella conoscenza. Sto pensando agli studiosi, ai managers che vanno a compiere un lungo periodo di studio all’estero, in una importante università. Lasciano i loro privilegi, il loro status, la loro sicurezza per ritornare sui banchi come quando erano bambini. Anche questo è un esercizio di purificazione e di umiltà. L’occasione non solo per apprendere, ma per ripensare, per guardare tutto di nuovo a distanza, sottratti alla propria presunzione.

 

E strano, ma la vera efficacia del viaggio non dipende dalla diversità che incontriamo, ma dall’estraniazione dal nostro io abituale. Ciò che conta non è tanto vedere cose nuove, quanto riuscire ad imparare a vedere con occhio diverso ogni cosa.

 

E per arrivare a tanto bisogna diventare di nuovo bambini, dimenticare il nostro io ipertrofico, goloso di riconoscimenti sociali. Il momento più vero del viaggio è perciò, paradossalmente, la solitudine.

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