IL COMMENTO In vino veritas, la necropoli sepolta di San Montano

DI BENEDETTO MANNA
È risaputo che la nostra isola è stata testimone di un cambiamento epocale, che gli archeologi definiscono orientalizzante, collocato intorno al 720 a.C., all’epoca in cui è stata realizzata la tomba che custodiva la coppa di Nestore. Con esso inizia una nuova fase della storia del Mediterraneo e dell’Occidente, che si alimenta proprio dei contatti, degli scambi fra il mondo greco e quello orientale. Pithekoussai – Ischia è come se fosse una macchina del tempo per osservarequesto fenomeno in una comunità multietnica, fatta di greci, di indigeni, di orientali, che costruiscono più o meno consapevolmente un nuovo mondo. Va ricordato che gli eroi che ci hanno restituito questo immaginario sono Giorgio Buchner, al quale giustamente il liceo è stato titolato in quanto non vi è stato archeologo più brillante e al tempo stesso più umano, insieme a David Ridgway. I loro scavi, esemplari per esecuzione e qualità, hanno fornito un insieme di informazioni inestimabilinon tanto per la qualità e la ricchezza e il tipo di materiali, che sono quelli conservati nel museo di Villa Arbusto, che restituiscono le immagini delle tante culture che quisi sono succedute, ma sono le informazioni che Buchner ha saputo ricavare nello scavodelle tombe,registrando ogni minima informazione rispetto alla disposizionedegli oggetti in relazione al cadavere o in relazione al tumulo, ma quello che è più importante è la stratigrafia della necropoli. Cioè le relazioni tra una tomba e l’altra in una sequenza che sembra riprodurre sul terreno le relazioni familiari che univano queste persone, che sceglievano dove collocare i propri congiunti in base ad una logica che gli archeologi possono ricostruire non solo nella forma di un diagramma stratigrafico (matrix),come se fosse appunto un albero genealogico, ma anche in una nuova analisidella sequenza tipologica, cioè della cultura materiale di Ischia.Con questi dati si è potuta delineare la curvadell’evoluzione demografica con un livello di approfondimento privo di precedenti per qualità e ancora oggi che non ha eguali in tutto il Mediterraneo. Si è potuto osservare il modoin cui i bambini erano rappresentati all’interno della necropoli per arrivare a comprendere la loro rappresentatività.Quanti dei bambini che morivano in percentuale di uno su due dei nati erano rappresentati nella necropoli di Pithecusa? Quasi la totalità. A Ischia non vigevano quelle regole dell’esclusione funeraria che sono documentate altrove. Tutto questo si intreccia con le informazioni eccezionali che si possono desumere dall’osservazione della distribuzione degli oggetti del corredo all’interno di tombe divise per nuclei familiari nel corso del tempo con una qualità delle informazioni che fa vedere come la necropoli si forma anno dopo anno. Crescono le ramificazioni, le relazioni fra i gruppi familiari. Si è potuto notare che la spartizione per lotti dei terreni è stata stabilita fin dall’inizio. C’erano degli spazi attribuiti a determinate famiglie e si può ritenere che nella fase di maggiore importanza demografica della necropoli nessuno era escluso.
L’esclusione inizia per altri motivi ma perché i Pithecusani si trasferiscono a Cumaproprio intorno al 720 a. C. quando inizia una nuova fase forse più aggressiva più determinata nel rapporto tra coloni euboici e indigeni. Nella necropoli quasi o nessuno era escluso, ci sono molte tombe senza corredo, ci sono tombedi individui seppelliti rannicchiati, forse degliindigeni, c’è addirittura il caso di un individuo gobbo con una deformità, c’è il caso di un individuo connotato come un artigiano con tutto il suo set di oggetti e poi naturalmente ci sono i bambini. Bambini deposti all’interno delle anfore da trasporto o all’interno di grosse ollespesso d’impasto. Dal 670 a.C. a Ischia troviamo più bambini che adulti, questo ce la dice lunga sul fatto chela comunità funeraria non è più rappresentativa della comunità dei viventi. Sono forse i bambini che morivano a Ischia in famiglie che dovevano fare la spola, i pendolari tra Cuma e Pithecusa. Seppellivano i bambini nella loro comunità di origine.Si faceva di tutto finché erano in vita perché raggiungessero l’età degli adulti e quindi l’iniziazione. A Pitecia erano accompagnati da scarabei fino al superamento dell’adolescenza. Scarabei che sono stati trovati consunti dall’uso, indossati quotidianamente e che sono un indicatore di età straordinario, un elemento che non poteva mancare, come il corno, come un amuleto che consentiva la sopravvivenza a questi bambini oltre la morte. Si è ricostruito un rituale particolare che non era mai stato osservato studiando il rituale delle tombe pithecusane nel suo complesso e soffermandosi su alcuni corredi eccezionali. Uno è quello della tomba 656 pertinente ad un bambino di nove mesi. È curiosamente una tomba ad inumazione con grand tumolo di pietre e il bambino era custodito all’interno di una cassa lignea colorata con ocra rossa. Questo bambino di nove mesi aveva un corredo completo e aveva tra le mani, come testimoniano le falangi delle dita rinvenute all’interno di una tazza profonda con due manici (Kotyle), una coppa per bere vino, intorno al capo era stata messa una benda, una tenia di oro (fascia simbolica) con delle immagini geometriche.
L’unico oggetto d’oro tra quelli rinvenuti nel primo lotto della necropoli pubblicato da Buchner; un oggetto rarissimo, preziosissimo, di fattura orientale, e un corredo che era composto di aryballoi (piccoli contenitori per olii e profumi) e di un oinochòe (brocca con un solo manico) per versare vino, addirittura con il coperchio per chiudere. Probabilmente i genitori, i congiunti avevano configurato questo piccolo defunto come un simposiasta (convitato a un simposio), che aveva bevuto del vino idealmente nell’ultimo momento prima di ricevere l’ultimo saluto dai suoi genitori. La benda era la benda che i simposiasti indossavano, la corona che li contraddistingueva, ma lui era un bambino, non aveva raggiunto l’età nella quale si era ammessi a questa pratica. Come lui altri bambini vicini spazialmente nello stesso lotto, a pochi cm. o mt. di distanza, avevano un rituale molto simile, erano bambini di cinque anni, uno di essi una donna indossava una tenia, una corona d’argento, ma la coppa era collocata vicino al bacino, simulando un rituale molto simile; un altro bambino maschio sempre di cinque anni sempre in inumazione con cassa lignea, questa coppa l’aveva vicino alla testa, una posizione enfatica come se potesse girarsi e bere del vino. Una delle tombe più importanti di Pithecusa, la tomba 325, quella con lo scarabeo di Bocchoris (faraone dell’VIII sec. a. C.) che fornisce un elemento cronologico fondamentale per l’intera sequenza: un bambino di dieci anni aveva scollocato sopra il suo corpo un bambino più piccolo di due anni mezzo e aveva sul bacino un’altra coppa di quelle per bere vino. Cosa significa tutto questo? Dalla documentazione ateniese che non è lontana dall’Eubea e condivide molte delle prassi rituali euboiche, si conosce molto bene attraverso le fonti letterarie un rituale che avveniva in occasione delle Antesterie (feste antiche ateniesi) feste in onore di Dionisio, ma anche delle feste che avvenivano a febbraio quando la natura cercava di rigenerarsi e anche il vino si rigenerava. Era una cerimonia che sanciva una serie di rituali di passaggio per i bambini che a tre anni venivano inscritti nella loro tribù,grazie alla prima ammissione al vino, come quello contenuto in coppe oinochòe, che raffigurano dei bambini che si protendono verso contenitori di vino. In una cerimonia le Antesterie, dal nome dei fiori anthos, con i quali si costruivano le corone che venivano indossate durante questa cerimonia, si sanciva l’ingresso nella comunità degli adulti per i bambini di tre anni attraverso la prima possibilità di bere del vino. Era una sorta di battesimo, non dell’acqua, ma del vino, che sanciva il loro ingresso nella comunità degli adulti. Che cosa si è quindi potuto riconoscere a Pithecusa? Una prassi rituale che prevedeva l’uso del vino, probabilmente gestita dalle madri perché le coppe per bere (Kotylai) ricorrono in particolare nelle tombe di bambini e di donne adulte, che attraverso il vino garantivano la loro ammissione nella società degli adulti, anche se erano morti prima di ottenere quel diritto. Nella finzione simbolicache è la morte come continuità della vita, un rito di passaggio consentiva a chi non ne aveva avuto diritto perché era morto prematuramente, di essere integrato tra gli altri. Non bastava quindi la sepoltura insieme agli altri adulti, serviva un ulteriore rituale. È forse per questo motivo che l’iscrizione sulla coppa di Nestore sancisce il piacere di Afrodite dalla bella corona per chi berrà da questa coppa, poiché il vino è afrodisiaco, inebriante, facilita le relazioni sociali. È il motore attraverso il quale la prima colonizzazione ha potuto garantire il rapporto tra gli indigeni e i greci, ma è anche il vino che sugellava quelle unioni dalle quali si auspicava potessero nascere nuovi uomini.
Ci troviamo di fronte a società complesse che vivono di simboli e il bello di questi simboli è proprio nel loro modo in cui ci attestano le forme mentali di società che potevano credere come noi che la vita poteva continuare oltre la morte. Ci sarebbe molto ancora da dire se il 90% rimasto inesplorato della necropoli fosse conosciuto. Nonostante si sia costruito sopra, oggi con le nuove tecniche di indagine stratigrafica sarebbe possibile poter osservare il sito a 10 mt. di profondità superando ogni tipo di ostacolo materiale. Per il momento ci sia consentito di brindare per il nuovo anno con lo stesso spirito sacrale per l’esistenza di chi ci ha preceduto bevendo dalle coppe ancora sotterrate.





