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«Gli incendi rendono l’isola vulnerabile»

Ugo Barano, esperto di Protezione Civile, commenta la stagione degli incendi già (pericolosamente) partita sulla nostra isola e spiega: «Attenti, le aree boschive rappresentano una barriera per chi vive sotto quei versanti, così si espongono suolo e ambiente a rischi più ampi di quelli visibili». E poi ancora…

La stagione degli incendi sembra essere già iniziata, con un anticipo insolito rispetto al periodo estivo. Qual è la sua valutazione su quanto accadendo dalle parti del Monte Epomeo e da cosa può dipendere?

«Sì, purtroppo stiamo assistendo a un avvio anticipato rispetto a quello che è considerato il periodo di massima pericolosità, che generalmente va dal 15 giugno fino al 30 settembre, con eventuali estensioni legate alle condizioni climatiche. Il fatto che gli incendi si manifestino già in primavera è un segnale da non sottovalutare, perché indica una combinazione di fattori, tra cui la siccità, le temperature più elevate della media e, soprattutto, la presenza di vegetazione secca accumulata durante l’inverno. E poi…».

E poi?

«C’è poi un aspetto fondamentale da evidenziare: quando brucia un’area boschiva, non si tratta mai di un evento isolato o lontano dalla vita quotidiana delle persone. Quel territorio rappresenta una vera e propria barriera naturale, una protezione per chi vive sotto quei versanti. La perdita di questa copertura vegetale espone il suolo e l’ambiente a rischi molto più ampi rispetto a quelli immediatamente visibili».

Oltre ai danni immediati, quindi, esistono conseguenze che si manifestano nel tempo. Può spiegarci meglio di cosa si tratta?

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«Certamente. Uno degli effetti meno noti, ma più pericolosi, è quello che in ambito tecnico viene definito “effetto idrofobico”. Le alte temperature generate dalle fiamme modificano la struttura del terreno, rendendolo meno capace di assorbire l’acqua. Questo significa che, con l’arrivo delle piogge autunnali e invernali, l’acqua non penetra nel suolo ma scorre in superficie, aumentando il rischio di smottamenti, frane e colate di fango. È un meccanismo che può attivarsi anche mesi dopo l’incendio e che rende queste aree particolarmente vulnerabili. Per questo motivo, gli incendi devono essere considerati non solo come emergenze immediate, ma come eventi che hanno ripercussioni nel medio e lungo periodo e che richiedono un monitoraggio costante».

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Alla luce di questi rischi, quali sono le azioni concrete che si dovrebbero mettere in campo per prevenire o limitare i danni?

«La prevenzione parte innanzitutto dalla gestione del territorio. I proprietari dei terreni hanno un ruolo fondamentale e dovrebbero provvedere a una manutenzione regolare, attraverso la pulizia e la rimozione della vegetazione in eccesso. È importante ribadire che queste operazioni non devono mai essere effettuate mediante il fuoco, perché si rischia di innescare incendi incontrollabili. Gli incendi, infatti, non solo distruggono la macchia mediterranea e gli habitat naturali, ma compromettono anche la qualità del suolo. Le ceneri che si depositano in superficie contribuiscono a ridurre ulteriormente la capacità di assorbimento dell’acqua, aggravando il rischio idrogeologico. In un contesto delicato come quello della Isola d’Ischia, dove il territorio è già esposto a fenomeni di instabilità, è fondamentale recuperare una cultura della cura e della manutenzione. In passato, ad esempio, i terreni venivano coltivati e modellati con sistemi di raccolta delle acque, come fosse e canalizzazioni, che consentivano di rallentare il deflusso e limitare i danni».

Dopo alcuni incendi sono riemersi antichi terrazzamenti, segno di una gestione diversa del territorio. Possiamo dire che oggi si paga anche l’abbandono di queste pratiche?

«Senza dubbio. Negli ultimi cinquant’anni si è assistito a un progressivo abbandono delle attività agricole, con un conseguente aumento delle superfici incolte. Queste aree, non più curate, si sono trasformate nel tempo in zone boscate o ricoperte da vegetazione spontanea. Questo fenomeno, se da un lato ha contribuito alla crescita del verde, dall’altro ha determinato un aumento significativo del materiale combustibile disponibile. Di conseguenza, gli incendi risultano oggi più intensi e più difficili da controllare rispetto al passato. Inoltre, la maggiore estensione delle aree boscate ha portato le fiamme ad avvicinarsi sempre più ai centri abitati, aumentando i rischi per le persone e per le abitazioni. È quindi evidente che la gestione attiva del territorio rappresenta un elemento chiave nella prevenzione».

Per quanto riguarda le cause, si può parlare con certezza che i due incendi all’Epomeo siano di origine dolosa oppure esistono anche altre possibilità?

«I dati e l’esperienza sul campo indicano chiaramente che l’autocombustione naturale della vegetazione, nel nostro Paese, è un’eventualità estremamente rara. Le condizioni climatiche italiane, infatti, non favoriscono questo tipo di fenomeno in modo spontaneo. Gli incendi possono avere origine accidentale – basti pensare a un mozzicone di sigaretta o a residui incandescenti – ma nella grande maggioranza dei casi sono riconducibili all’azione umana volontaria. È una realtà confermata anche da studi ufficiali: quasi tutti gli incendi che si verificano sono di natura dolosa o colposa. Questo rende il fenomeno ancora più grave, perché significa che nella maggior parte dei casi si potrebbe evitare con comportamenti responsabili».

In conclusione, quanto è preoccupante quanto accaduto a Serrara Fontana e su cosa si dovrebbe intervenire per ridurre il rischio in futuro?

«È un episodio che deve far riflettere, soprattutto perché si inserisce in un contesto territoriale già fragile. Tuttavia, la preoccupazione deve trasformarsi in consapevolezza e in azioni concrete. È fondamentale intervenire su più livelli: dalla manutenzione dei terreni alla realizzazione di fasce tagliafuoco, che possono limitare la propagazione delle fiamme in caso di incendio. Allo stesso tempo, è necessario evitare pratiche rischiose come gli abbruciamenti, soprattutto in presenza di vento o temperature elevate. E poi consentimi un’altra precisazione…».

Prego.

«Un ruolo importante è svolto anche dalla vigilanza diffusa. I cittadini possono contribuire in maniera determinante segnalando tempestivamente eventuali focolai o colonne di fumo alle autorità competenti, come vigili del fuoco e forze dell’ordine. La rapidità dell’intervento, infatti, è spesso decisiva per contenere i danni. In definitiva, la prevenzione passa attraverso un impegno condiviso: istituzioni, proprietari dei terreni e cittadini devono collaborare per tutelare un patrimonio ambientale che rappresenta non solo una risorsa naturale, ma anche una garanzia di sicurezza per l’intero territorio».

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