LE OPINIONI

Il commento Crediti inesigibili o comunità in difficoltà, il banco di prova per i Comuni

Di Antonio Iacono

A Ischia il dibattito sulle sanatorie locali rischia di essere affrontato con l’approccio sbagliato: quello della paura di “passare per deboli” o, peggio, di fare favori. Ma qui non siamo davanti a un condono mascherato né a un regalo elettorale. Siamo davanti a una domanda molto più semplice e molto più scomoda: ha ancora senso difendere crediti che nessuno riesce più a pagare?

Negli ultimi anni l’isola ha vissuto una sequenza di crisi che hanno lasciato segni profondi. Attività economiche che sopravvivono a fatica, famiglie che hanno smesso di programmare il futuro e Comuni che, nel tentativo di tenere i conti in ordine, spesso hanno finito per accumulare solo carta, ruoli e contenziosi. In questo scenario, continuare a caricare i contribuenti di sanzioni e interessi non è una prova di rigore, ma un esercizio di finzione contabile.

La normativa oggi offre uno strumento legittimo e trasparente per cambiare passo: chiedere a tutti di pagare il dovuto, ma togliere il peso che rende quel pagamento impossibile. Non è un’amnistia, è una scelta di realismo. E il realismo, in un territorio fragile come Ischia, dovrebbe essere considerato una virtù, non una colpa.

Ai cittadini spetta una riflessione altrettanto onesta. Le sanatorie non cancellano il dovere di contribuire ai servizi comuni. Pagare il capitale significa riconoscere che scuole, strade, rifiuti e assistenza non sono gratis. Ma chiedere allo Stato e ai Comuni di rinunciare a una parte delle sanzioni, quando quelle sanzioni rischiano di strangolare definitivamente chi è già in difficoltà, è una richiesta di equità, non di furbizia.

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Un primo segnale concreto sembra arrivare proprio dal Comune di Ischia. L’Amministrazione guidata dal sindaco Enzo Ferrandino starebbe infatti valutando, nell’ambito della manovra di bilancio 2026, l’introduzione di una definizione agevolata per i tributi locali non versati negli anni passati, con l’eliminazione di sanzioni e interessi per cittadini e imprese.

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Se questa impostazione sarà confermata, non si tratterà di una scorciatoia, ma di una scelta coerente con lo spirito della normativa nazionale e con le condizioni reali del territorio: trasformare crediti oggi difficilmente esigibili in entrate certe e, soprattutto, ricucire un rapporto di fiducia logorato tra il Comune e la sua comunità economica e sociale.

A questo punto la questione diventa politica, nel senso più alto del termine. La politica isolana è davanti a una scelta che va oltre i regolamenti e i pareri dei revisori: decidere se l’esperienza di Ischia resterà un caso isolato o se potrà diventare un riferimento anche per gli altri Comuni dell’isola, evitando una frammentazione di scelte su un tema che riguarda trasversalmente famiglie, imprese e finanze pubbliche. Può rifugiarsi nella prudenza burocratica, lasciando tutto com’è e scaricando la responsabilità sul “non si può”, oppure può assumersi il rischio – calcolato – di una decisione capace di tenere insieme conti pubblici e tenuta sociale. In mezzo non c’è neutralità: c’è solo l’inerzia.

Le sanatorie locali non risolveranno tutti i problemi dell’isola. Ma possono evitare che il rapporto tra cittadini e istituzioni si rompa definitivamente. Perché quando le regole diventano percepite come irraggiungibili, smettono di essere rispettate. E un’isola che perde fiducia nei propri sindaci è un’isola che, prima o poi, smette anche di credere nel futuro.

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