LE OPINIONI

Il commento Isolani non per scelta: quando il mare diventa una disuguaglianza

di Antonio Iacono

Vivere su un’isola non può e non deve significare avere meno diritti. Eppure, per migliaia di ischitani, studenti e lavoratori pendolari, è esattamente ciò che accade ogni inverno, quando i collegamenti marittimi con la terraferma si trasformano da servizio essenziale a variabile imprevedibile.

L’insularità non è una condizione folkloristica da esibire nei mesi estivi, né un dettaglio logistico da sacrificare quando il turismo rallenta. È una condizione strutturale che richiede tutele permanenti, continuità e responsabilità. Tutto ciò che oggi, troppo spesso, manca.

Il comportamento di alcune compagnie di navigazione solleva interrogativi seri. Cancellazioni improvvise, corse sospese anche in assenza di reali condizioni meteo proibitive, servizi ridotti all’osso nei mesi invernali: un copione che si ripete e che colpisce sempre gli stessi soggetti. Non i turisti, ma i residenti.

Chi studia a Napoli, chi lavora sulla terraferma, chi deve raggiungere un ospedale o un ufficio pubblico, si ritrova ostaggio di decisioni spesso opache, giustificate con il “maltempo” anche quando altre compagnie navigano regolarmente. Questo non è più un problema organizzativo: è una questione di equità e di diritti.

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Il mare non può essere usato come alibi.

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Un cittadino della terraferma dà per scontato di poter prendere un treno o un autobus. Un ischitano, no. Deve controllare orari ballerini, sperare che la corsa non venga cancellata all’ultimo momento, mettere in conto notti forzate fuori casa e costi aggiuntivi.

È qui che la continuità territoriale mostra tutta la sua fragilità: sulla carta esiste, nella realtà è intermittente. E un diritto intermittente non è un diritto, ma una concessione.

Gli ischitani non chiedono privilegi. Chiedono gli stessi diritti di chi vive a Napoli, a Pozzuoli, in qualunque altra città collegata da infrastrutture ordinarie. La residenza su un’isola non può trasformarsi in una penalizzazione sociale.

C’è poi una questione centrale, troppo spesso ignorata: gli slot. Chi detiene il maggior numero di autorizzazioni e passaggi marittimi ha anche la maggiore responsabilità verso il territorio. Se quella responsabilità non viene rispettata, se le corse vengono sistematicamente sospese, allora è legittimo, anzi doveroso, rimettere in discussione l’assegnazione degli slot.

Non è accettabile che gli slot restino nelle mani di chi non garantisce continuità, mentre altre compagnie dimostrano affidabilità e regolarità anche in condizioni difficili. Gli slot non sono un diritto acquisito per sempre: sono una concessione pubblica e come tale devono rispondere all’interesse collettivo.

In questo scenario, la Capitaneria di Porto non può limitarsi a un ruolo notarile. Deve essere arbitro, garante, autorità attiva. Verificare se le sospensioni sono realmente giustificate, distinguere tra sicurezza e convenienza economica, intervenire quando le regole vengono piegate.

Rimodulare gli slot, riassegnarli a chi dimostra di garantire il servizio, imporre standard di affidabilità: sono strumenti previsti, legittimi e necessari. Non usarli significa accettare che l’insularità diventi una condanna anziché una condizione da tutelare.

Ischia non è un parco tematico stagionale. È una comunità viva dodici mesi l’anno, fatta di studenti, lavoratori, famiglie, anziani. Finché il sistema dei collegamenti resterà piegato esclusivamente alle logiche del profitto stagionale, l’isola continuerà a vivere a due velocità: veloce d’estate, immobile d’inverno.

Ma uno Stato che si definisce equo non può accettare che il mare diventi una barriera sociale. Non può tollerare che il diritto alla mobilità dipenda dalle convenienze economiche di una compagnia o dalla discrezionalità di una cancellazione.

Garantire collegamenti certi, affidabili e controllati non è un favore: è un dovere.
E chi sceglie di navigare nei nostri mari deve sapere una cosa con chiarezza: non gestisce un servizio privato qualunque, ma un servizio pubblico essenziale. Non si può aprire e chiudere la porta a proprio piacimento. Che piaccia o no.

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