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CULTURA & SOCIETA'

Ischia e i suoi storici soprannomi, incontro in Biblioteca

Venerdì prossimo 10 maggio presso la Biblioteca Antoniana di Ischia si discuterà dei soprannomi affibiati agli ischitani di ieri e di oggi per “riconoscere un individuo nella società di appartenenza per distinguerlo dagli omonimi”. Relazioneranno Vincenzo Italiano e Pasquale Balestriere.L’ argomento  in  passato è stato studiato dallo scrittore del Borgo Giovan Giuseppe Cervera  e trattato di recente dal sottoscritto. L’occasione per riparlarnein questa sede,  me la offrono i due relatori di cui sopra. Giovan Giuseppe Cervera, intellettuale di valore, scrittore, poeta, saggista, studioso di testi teatrali e regista egli stesso, fra le altre virtù di cui dimostrava di essere dotato, annoverava anche la curiosità. E Cervera era molto curioso. Al punto che volle indagare sulla provenienza di certi soprannomi di suoi compaesani e studiarne la natura. L’argomento lo intrigava moltissimo. Scoprì che l’usanza del soprannome sull’isola partiva già dal ‘600 ed è continuato fino ai giorni d’oggi.Conserviamo un suo elaborato dove tra l’altro, Cervera svela il perché della Via Giovanni da Procida,un tempo non molto lontano, stradine di Ischia Ponte tra le  più trascurate, veniva e viene tutt’ora, denominata Vico di Luciona.

I soprannomi a Ischia pigliavano il sopravvento sul proprio nome di battesimo per un difetto fisico della persona, per particolari abitudini dell’individuo e per speciali appartenenze e provenienze del cittadino. Se Salvatore camminava con una gamba offesa, veniva chiamato per tutta la vita, Tore ‘O Stuorto, se sentiva poco, Tore ‘O Surdo, se poco intelligente, Tore  ‘O Scemo. E così per tutte le altre interpretazioni. Soprannomi   noti  che non costituivano offesa erano Carmelina ‘e Zappone, Recchie ‘e Cuniglie, Rita ‘e Ngelott, Rosa ‘e Paricchianiel indicati anche sui lo manifesti funebri. Lo studio di Giovan Giuseppe Cervera su questo argomento,  porta in un mondo molto vasto, dove la fantasia “costruttiva” dell’uomo sull’uomo, appare davvero infinita. Ad un certo punto del suo studio, appren diamo che  non sempre in passato, la collettività accettava supinamente tale scelta.  A mano a mano che il fanciullo  andava acquistando personalità, l’occhio sagace del popolo prendeva a definirlo  in base alle caratteristiche più spiccate.  Nasceva in tal modo il soprannome  quale sovrapposizione  al nome anagrafico, sul quale pigliava, peraltro., il  sopravvento al punto, che la persona non era più riconosciuta, se non dal soprannome. Gli stessi atti ufficiali ( che trascuravano la data di nascita>) lo riportavano, facendolo seguire al nome mediante le espressioni: alias, vulgo, detto…indispensabile a precisare il soggetto. Per esempio, il notaio  Aniello Attenasio, il 12 agosto 1730 stende un atto col quale Francesco Penniello, detto ‘U Faraone precisava per l’individuazione esatta, fittava una abitazione nel vico di Ciccio Storto a 5 ducati all’anno. A suggerire il soprannome o nomignolo, contribuivano i difetti fisici o morali dell’individuo: Mario Iacono, Chiattone, citato a proposito del fitto del territorio detto Ruta son Guaruta alla Cava Pontina nel 1580. Per fitto al Cimiento Rosso e di altro a Fontana detto la Migliaccia  vien citata Carlo D’Ambra, alias Mezzafemmina, soprannome che portò anche il figlio Stefano. Per motivi analoghi si trovano: Aniello Di Scala, Terrebole, Giuseppe Iacono, ‘U Luongo. FrancescoEsposito di Matarese, ‘O Surdo, sposò Lucrezia Colonna il13 aprile 1690, Francesco D’Aniello, alias Ciccio Storto , a Praiano se ne morì il 23 luglio 1693: la sua presenza fece dare dai contemporanei alla strada che abitava il nome di Vico Ciccio Storto (l’attuale Via Giovanni da Procida a Ischia Ponte) entrato addirittura nella toponomastica ufficiale il tutto il settecento. In questo filone si riscontrano: Giuseppe Piro, ‘U Sicco, Isabella Colonna, Coruzzo Tommaso Di Scala, Nasone. A costoro fa seguito tutta la serie delle teste dì’eccezione: Cape  ‘e Fierro; prerogativa dei Matarese, che se ne vantavano dal ‘500 per tutto il ‘700; Cape ‘e Lupo, Tommaso apaenniello, Capotonno, Giacomo Scotti, (1740); Caposecco, privilegio dei Jovene di Barano per tutto il ‘700 ed anche di Berardino Di Scala, il cui figlio, però, lo perdette per quello a lui più acconcio di Schiattillo; Capochiatto, di un ramo degli Iacono; Capo Russo, di Francesco Di Maio; Mezzacapa, di Nicola Di Scala. Chi poteva essere il Diavolo di Bajola, se non Gaetano D’ambra col quale l’abate Ferrigni, all’inizio del settecento , dovette sostenere un lungo processo per il territorio  Cràtica?  E chi, se non Nicola De Siano soprannominarsi ‘U Signore del Casale ? Suo figlio Giulio nel 1760 dovette giurare che nel i699 sul territorio, detto appunto Lo9 Casale, tenuto da suo Zio Giuseppe, e dalla consorte Restituta Piro, si erano obbligati col convento degli Agostiniani non solo questi, ma anche il loro figlio            reverendo Antonio,  in qualità di erede, Bel tipo dovette essere Lucia Del Mezzo, abitante  a Santa Lucia m proprietaria di una casa nel Borgo di Celsa (Ischia Ponte), se veniva connotata come La  Mossuta.Agli inizi del ‘500 erano Maluosso  degli Amalfitano. A volte il mestiere stesso esercitato dall’individuo suggeriva il soprannome. Per essere commerciante in ferro , Domenico Del Deo ebbe il soprannome di Ferraiolo (1699) e, probabilmente,  per costruire spade fu soprannominato Spataro Antonio Iacono (1699), come per vendere medicine Matteo Di Maio fu detto Lo Speziale (1708). Lo Saracaro era Bartolomeo Di Meglio e Lo Pecoraro Antonio Esposito. Durante il settecento il denaro veniva, generalmente, investito sulle barche da nolo e da pesca: Uno dei padroni di barche era Aniello Scotti, il quale, forse, per l’ufficio di scrivere i nomi degli investitori, fu soprannominato Lo Scrivano.

Il 30 novembre 1681 se ne moriva la signora Anna Di Carlo; per mano dell’economo della Parrocchia  d’Ischia lasciò un legato alla Chiesa dello Spirito Santo. Si trattava di una pezza paludosa Villa Bagni (Porto d’Ischia), situata tra L’Arso d la vis pubblica. Anna era figlia di Giacomo e di Leonora Lauro, e aveva sposato Lorenzo Amodio ‘U Console.  Il 31 dicembre 1690 decedeva Giovanni, di professione cocchiere, il parroco, nello stendere l’atto, mostrò di non ricordare nemmeno lui, il cognome del povero Giovanni, essendo stato conosciuto per tutta la sua vita col soprannome di Cocchiere Riccio. In alcuni casi il soprannome veniva dettato dalla provenienza.  Giovan Battista Di Laurienzo doveva provenire da Roma se era chiamato ‘U Romano e sua figlia Lucia  La Romanessa; Francesco Matarese 1701) era ‘ U Sardo; Giovan Aniello Iacone ‘U Calabrese. ‘U Spagnuolo era Francesco Buonomano,  la cui figlia Anna Maria nel 1760 dovette obbligarsi sopra un territorio alla Bocca (Forio).

                                                                                  antoniolubrano1941@gmail.com

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