CRONACAPRIMO PIANO

«Ischia e la Campania puntino sulla cultura»

Maurizio de Giovanni racconta il suo rapporto con Ischia e invita le amministrazioni a investire sempre di più in rassegne di qualità. Poi il legame con il mare, un’isola che considera scenario ideale per sentimenti, passioni e storie, il successo arrivato quasi inaspettatamente e una riflessione sull’editoria italiana

Partiamo dalla sua recente partecipazione all’Ischia Noir Festival. Che importanza e quale valenza possono avere eventi di questo genere, non soltanto per l’isola d’Ischia ma, più in generale, per l’intera Campania?

«Credo che la Campania abbia nella cultura una delle sue principali industrie e, soprattutto, una delle più importanti opportunità di sviluppo economico per il futuro. Con il progressivo venir meno del settore manifatturiero, la fine dell’industria pesante e le difficoltà che riguardano anche la logistica, il nostro territorio deve necessariamente individuare nuove strade sulle quali costruire crescita e occupazione. Al di là della gastronomia, che rappresenta naturalmente una delle nostre grandi eccellenze, penso che la cultura, intesa anche come turismo culturale e come capacità di proporre arte, architettura, archeologia e cultura contemporanea, sia ormai diventata una necessità. È una consapevolezza che finalmente anche le amministrazioni locali stanno cominciando ad acquisire e a tradurre in iniziative concrete. Fino a qualche anno fa l’offerta dei territori era legata prevalentemente alle sagre, alle feste popolari e alle celebrazioni dei santi patroni, appuntamenti che naturalmente hanno una loro importanza e appartengono alla nostra tradizione, ma che non possono rappresentare da soli un progetto culturale. Adesso, invece, le amministrazioni locali cominciano opportunamente a investire in rassegne culturali di livello nazionale e internazionale, costruendo programmi capaci di richiamare pubblico e attenzione anche dall’esterno. È un processo che sta andando avanti da qualche tempo. Come spesso accade, probabilmente siamo arrivati un po’ in ritardo, ma per fortuna ci siamo arrivati».

Tornando nello specifico all’Ischia Noir Festival, che impressione ha ricavato dalla rassegna?

«Credo che Ischia Noir sia una bellissima rassegna, perfettamente inserita in quel percorso che punta a offrire a un numero sempre maggiore di lettori ciò che i lettori stessi dimostrano di apprezzare. Noi pratichiamo un genere letterario che è molto letto e molto amato, e le classifiche continuano a dimostrarlo. C’è un pubblico vasto, attento e partecipe che segue il noir e che ha voglia non soltanto di leggere i libri, ma anche di incontrare gli autori, ascoltarli e confrontarsi con loro. Di conseguenza, anche gli eventi dedicati a questo genere sono sempre più frequentati. Nel corso della mia permanenza a Ischia, ad esempio, ho fatto uno spettacolo alla Colombaia di Forio e abbiamo avuto trecento persone, registrando il tutto esaurito. Mi sembra un dato significativo, perché dimostra che esiste una domanda culturale concreta e che, quando viene proposta un’iniziativa capace di suscitare interesse, il pubblico risponde. È certamente un segnale molto confortante».

Qual è il suo rapporto con il mare e, in particolare, con l’isola d’Ischia? E che tipo di fonte d’ispirazione può rappresentare una terra come questa per uno scrittore?

Ads

«Sono napoletano, quindi con il mare e con l’isola d’Ischia ho inevitabilmente un rapporto perenne e fortissimo, un legame che fa parte della mia storia personale e della mia formazione. Ischia, peraltro, mi piace moltissimo e credo che, tra le isole e le penisole che conosco, sia probabilmente il luogo che preferisco. Una delle caratteristiche che apprezzo maggiormente è la sua dimensione: non è un’isola claustrofobica, perché ha un’estensione tale da consentire una proposta estremamente diversificata. Ischia offre panorami differenti, situazioni diverse, scorci che cambiano continuamente spostandosi da una parte all’altra del territorio. È un luogo che non si esaurisce in una sola immagine e proprio questa varietà rappresenta, secondo me, uno dei suoi elementi più affascinanti. La trovo bellissima e sono sempre molto felice ogni volta che ho l’occasione di tornare qui. Dal punto di vista narrativo, poi, Ischia è un territorio attraversato da sentimenti e passioni, e qualsiasi luogo del genere può diventare uno spazio ideale per raccontare storie. Chiaramente il genere che pratico non richiede necessariamente un luogo piuttosto che un altro. Purtroppo, e lo dico dal mio punto di vista personale, il delitto fa parte della natura umana e può quindi manifestarsi in qualsiasi situazione e in qualsiasi condizione. Ischia, però, possiede caratteristiche particolari: la sua stagionalità, il grande numero di persone che nel tempo sono emigrate e, allo stesso tempo, la quantità enorme di turisti che ogni anno raggiungono l’isola. È un territorio attraversato continuamente da una corrente umana fatta di partenze e di arrivi, di persone che vengono e persone che vanno, di incontri e separazioni. Tutto questo, secondo me, costituisce un terreno particolarmente fertile per chi vuole raccontare delle storie».

Ads

Quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore di successo? C’è stato un momento preciso nel quale ha avuto la percezione che qualcosa fosse definitivamente cambiato?

«L’ho capito tardissimo. Ho cominciato a scrivere a quarantotto anni e, in realtà, non mi sono reso conto fino in fondo di quello che stava accadendo neppure quando i miei libri erano ormai tradotti in oltre venti Paesi. Non sono una persona dotata di grandissima autostima e non sono mai stato uno di quelli convinti, fin dall’inizio, che il successo sarebbe necessariamente arrivato. Per questo ho avuto bisogno di segnali molto concreti per rendermi conto che qualcosa era effettivamente cambiato. Ho cominciato a capirlo quando le persone hanno iniziato a riconoscermi per strada, quando qualcuno mi fermava perché aveva letto un mio libro o conosceva i miei personaggi. E l’ho capito anche quando voi giornalisti avete cominciato a cercarmi con grande frequenza per interviste, incontri e occasioni come questa. Sono stati soprattutto questi elementi esterni a farmi comprendere la dimensione che aveva assunto il mio lavoro. Probabilmente, senza questi segnali, non me ne sarei mai accorto. E non sono nemmeno del tutto sicuro di averlo capito ancora oggi».

In Italia si scrive troppo, si legge troppo poco oppure, come spesso accade, la verità sta nel mezzo?

«Secondo me si pubblica troppo, che è una cosa diversa. Non credo che il problema possa essere semplicemente ridotto all’idea che si scriva troppo o che si legga troppo poco. Il punto è che arrivano alla pubblicazione troppi libri e molto spesso queste opere non vengono poi sostenute adeguatamente sul piano della comunicazione, dell’impegno degli editori e degli spazi disponibili nelle librerie. Il risultato è che il lettore si trova letteralmente sommerso da una quantità enorme di nuove uscite e non dispone neppure del tempo necessario per approfondire, orientarsi, scegliere e valutare con attenzione ciò che gli viene proposto. Un libro rischia così di avere una vita brevissima, perché subito dopo ne arrivano decine o centinaia di altri che reclamano lo stesso spazio e la stessa attenzione. Questo meccanismo non aiuta né gli autori né i lettori e rende più difficile anche costruire un rapporto duraturo tra un’opera e il suo pubblico».

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio