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«Ischia? E’ un’isola, e io non conosco isole felici»

DI GAETANO FERRANDINO

L’impressione è che quella che stiamo per lasciarci ormai alle spalle, per l’isola d’Ischia sia stata un’estate molto più tranquilla rispetto agli anni passati. Segno evidente che l’attività non soltanto di repressione ma anche di prevenzione da parte della polizia e dei tutori dell’ordine ha finito col dare i suoi frutti, nel segno di un’attività continuativa e costante.

«Io non vorrei deluderla, ma non riesco proprio a rimanere sorpreso dai risultati conseguiti. Perché, se così non fosse, potrebbe quasi sembrare che prima la polizia non lavorasse nella stessa efficiente maniera, ed in realtà sappiamo tutti che non è così. Voglio però sottolineare che, nel momento in cui si va a stilare un bilancio, bisogna prendere in considerazione tutti gli ingredienti che formano il cocktail attraverso il quale si garantisce sicurezza. Il problema è che spesso ne ritroviamo uno solo di ingrediente, rappresentato dalla polizia o più in generale dalle forze dell’ordine che operano in un territorio».

Può essere più preciso?

«Voglio dire che se ci si affida esclusivamente a chi svolge questo tipo di attività, rischiamo di andare fuori strada. Non possiamo dimenticarci, tanto per dirne una, del ruolo innegabile e fondamentale che svolge ad esempio il cittadino. Che, detto per inciso, non può limitarsi ad essere osservatore e spettatore o ancor peggio un opinionista. Deve decidere se essere protagonista e allora ha da svolgere la sua parte, rivendicando i suoi sacrosanti diritti ma ricordando anche quelli che sono i suoi doveri. Se succede questo, anche la storia delle forze di polizia risulta essere più efficace, più visibile, più tangibile. A me fa piacere quello che lei rileva sul bilancio di questa estate, ma le ripeto che la cosa non mi stupisce affatto perché l’impegno del commissariato di Ischia non rappresenta un fatto inedito, quanto piuttosto ordinario. Ed io ho la fortuna di essere testimone di questo, perché conosco questi ragazzi e  chi li dirige, il vicequestore aggiunto Alberto Mannelli».

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Tutti concetti condivisibili, è chiaro che qui non si metteva in discussione l’operato di un passato più o meno recente: volevo arrivare a spiegare che un’azione reiterata nel tempo ha fatto in modo anche che certi personaggi, sentendo la presenza ficcante delle forze dell’ordine, abbiano alzato bandiera bianca e deciso di non recarsi proprio più sull’isola a trascorrervi le proprie vacanze.

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«Certo, ma lei comprende che se a questa azione (che ribadisco ancora una volta, come lei ha fatto, deve essere continua ed insistita) viene accompagnata anche dalla consapevolezza del cittadino che la sicurezza è un bene comune e non un affare nostro o un appalto che qualcuno ci ha assegnato, beh allora le cose possono andare meglio. Occorre che ognuno faccia il suo…».

Sbaglio o è un modo elegante per dire che spesso siamo proprio noi isolani a tirarci certa gente sul territorio, come ad esempio accade con il fenomeno delle affittanze estive?

«Non c’è dubbio, questo esempio ci può stare, ma allargherei gli orizzonti. La gente deve percepire in maniera forte, chiara e netta, che la polizia non è soltanto quella che rilascia il passaporto o magari ti ritira la patente e mette le manette a chi commette un reato ma è molto altro. Noi siamo una componente di questa “benedetta” sicurezza di cui tanto parliamo e qualche volta anche a sproposito, purtroppo: più passa questo concetto, più la nostra azione diventa, come diceva lei, di natura stabile e visibile e ovviamente anche percepibile. Attenzione, questo non è un velato invito al cittadino a trasformarsi in una sorta di sceriffo della contea, ci mancherebbe, né tantomeno in un detective. Serve soltanto maggiore consapevolezza, tutto qui…»

Un’isola che nel periodo di alta stagione passa da 60.000 abitanti ad addirittura 300.000 presenze al giorno, per essere gestita degnamente sotto il profilo dell’ordine pubblico ha inevitabilmente bisogno anche di un coordinamento tra le forze dell’ordine. Ed in questo, possiamo dire che la macchina ad Ischia ha funzionato come un orologio svizzero…

«Ma anche questa  non è una novità e guai se lo fosse. Se in una realtà impegnativa come quella di Ischia ognuno andasse per la sua strada, ci faremmo solo del male complicandoci la vita tutti quanti. Questo parlare la stessa lingua ed operare di concerto è un fatto assolutamente irrinunciabile».

Molto spesso Ischia, nell’immaginario collettivo, viene ritenuta un’isola felice, ancora lontana da certi fenomeni. Ma non manca chi sostiene invece che anche qui non bisogna abbassare la guardia e che le cose non siano così ottimali come un tempo. Lei cosa ne pensa?

«Io sinceramente l’espressione “isola felice” l’ho sentita utilizzare anche in passato, ed in riferimento ad altre realtà. Personalmente, però, l’ho sempre respinta perché non era soltanto la storia, ma anche la realtà dei fatti a respingerla. Sarò sincero e schietto, io non credo all’esistenza di isole felici, perché sarebbe anche poco credibile e naturale. Ma forse sono io che la vedo così: non ho mai trovato isole felici, ho trovato isole e basta».

Beh, visto che siamo in tema di isole più o meno felici, posso chiederle, anche se lei l’ha visitata per motivi istituzionali piuttosto che da turista, un giudizio sull’isola d’Ischia?

«E’ vero, ci sono stato sempre nella mia veste istituzionale, ma questo non mi impedisce di guardarla come una realtà esaltante. E’ bella, così come la mia esperienza da Questore di Napoli, che io giudico splendida, unica e irripetibile. Ischia riflette fedelmente questa valutazione, intanto perché arrivando via mare regala uno spettacolo che definire mozzafiato è dir poco; e poi perché Ischia è lo specchio, ovviamente in miniatura, con le perplessità, le contraddizioni, l’impegno, le difficoltà che presenta una realtà come quella partenopea nel suo complesso. Ed è per questo che io ho usato due termini, “unica” ed “esaltante”, e lo è ogni giorno di più. Sono a Napoli da più di tre anni, e questo arco di tempo è letteralmente volato. Questo impegno forte non l’ho mai ritenuto uno sforzo, anzi spero di tenermelo a lungo».

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