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«Così stiamo mettendo a rischio gli imprenditori sani»

L’intervista al presidente di Federalberghi ha avuto il merito di portare alla luce alcune contraddizioni, introducendo un cambio di paradigma: l’albergatore non come sfruttatore del territorio, ma come suo custode naturale. Una visione che però rischia di restare retorica se non accompagnata da scelte coerenti delle istituzioni. Perché non si può chiedere a chi produce ricchezza di farsi carico della tutela dell’isola mentre viene trattato esclusivamente come un soggetto da tassare

Dopo l’intervista a Luca D’Ambra, che ha acceso i riflettori sulle contraddizioni del turismo ischitano, abbiamo raccolto il punto di vista di Gino Sannino, professionista che da anni affianca piccole e medie imprese dell’isola nei settori turistico, commerciale e dei servizi. Uno sguardo meno istituzionale, ma forse ancora più diretto sulle fragilità del sistema economico locale.

  • Architetto Sannino, lei ha letto l’intervista di Luca D’Ambra. Che impressione ne ha avuto?

«La sensazione è che, finalmente, qualcuno abbia detto ad alta voce ciò che molti imprenditori sussurrano da anni. D’Ambra non fa allarmismo, fa un’analisi accurata. Il sistema regge, sì, ma è sotto stress cronico. E quando uno stress dura troppo, non si chiama più emergenza: si chiama normalità malata».

  • Quali sono, secondo lei, le situazioni più pericolose oggi per gli imprenditori ischitani?

«La più pericolosa è l’illusione che “finché arrivano turisti va tutto bene”. Non è vero. Molte aziende lavorano con fatturati apparentemente buoni ma con liquidità ridotta al minimo. Si incassa e si gira tutto: tasse, fornitori, banche. Non resta spazio per investire, innovare, respirare. ».

«Non si può chiedere agli imprenditori di custodire Ischia mentre le istituzioni si limitano a esigere. La tutela del territorio non può essere una colpa pagata a caro prezzo».

  • D’Ambra parla di “debito cattivo”. Lei lo riscontra davvero sul territorio?

«Ogni giorno. Ci sono imprenditori che hanno acceso mutui non per crescere, ma per pagare imposte, contributi, cartelle. Questo è il vero corto circuito. Il debito, così, non genera valore: genera dipendenza. E un’impresa dipendente è un’impresa fragile».

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  • Fragile anche rispetto a quali rischi?

«Rispetto a tutto ciò che approfitta della fragilità. Quando un’azienda è in affanno, diventa vulnerabile: a proposte sbagliate, a soci sbagliati, a “soluzioni rapide” che rapide non sono. Non parlo solo di criminalità organizzata, che esiste ovunque, ma anche di pratiche opache, scorciatoie, compromessi che avvelenano il mercato».

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  • Quindi il rischio non è solo economico, ma anche etico?

«Assolutamente sì. Quando il sistema spinge l’imprenditore onesto all’angolo, il problema non è l’imprenditore, è il sistema. Ischia è fatta in gran parte di aziende familiari, di persone che mettono il nome e la faccia. Se queste realtà si indeboliscono, perdiamo identità prima ancora che PIL».

  • Un altro tema sollevato è quello dei servizi pubblici. Quanto incide davvero?

«Più di quanto si voglia ammettere. Un’impresa paga per rifiuti, trasporti, infrastrutture, sicurezza. Se questi servizi non sono all’altezza, il costo reale raddoppia: paghi due volte, con le tasse e con soluzioni private. La TARI per un hotel sull’isola d’Ischia non può essere di 10 euro al mq. Alla lunga, questo è insostenibile».

  • Molti sostengono che il turismo di fascia alta possa “salvare” l’isola. È così?

«Può aiutare, ma non è una bacchetta magica. Il lusso senza un sistema sano intorno diventa una vetrina fragile. E soprattutto rischia di creare un’isola a due velocità: pochi forti e tanti che arrancano. La vera resilienza nasce da una filiera equilibrata, non da punte isolate di eccellenza».

Negli ultimi anni il racconto pubblico di Ischia si è fermato ai numeri: presenze, arrivi, mercati in crescita. Ma dietro le statistiche si muove una realtà più complessa e fragile, fatta di imprese che reggono sotto una pressione fiscale crescente, di servizi pubblici spesso inadeguati

  • Cosa l’ha colpita di più dell’intervista a D’Ambra?

«L’idea dell’albergatore come “custode” e non come sfruttatore. È una svolta culturale enorme. Ma attenzione: non si può chiedere agli imprenditori di fare i custodi se le istituzioni fanno gli esattori. La cura del territorio deve essere un patto, non una colpa».

  • Se potesse lanciare un messaggio alle istituzioni, quale sarebbe?

«Guardate meno i bilanci annuali e più la salute del sistema. Un’imposta equa oggi vale più di un incasso record domani. E restituite dati, servizi, ascolto. Senza informazioni e senza fiducia, nessuna economia può reggere».

  • E agli imprenditori?

«Di non isolarsi. Il rischio più grande è pensare: “me la cavo da solo”. Le fragilità individuali, sommate, diventano un problema collettivo. Ischia o ragiona come comunità economica o continuerà a consumarsi pezzo dopo pezzo».

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