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Ischia: isola verde o “provincia di Caivano”?

di Francesco Castaldi

ISCHIA – Qualche giorno fa, sulle colonne del nostro quotidiano, pubblicammo una intervista a Benedetto Valentino. Il patron del Premio Ischia Internazionale di Giornalismo, nel rispondere a una delle domande conclusive ( “Eppure da più di mezzo secolo ospitiamo turisti provenienti da ogni parte del mondo, possibile che non abbiamo saputo apprendere il meglio o quantomeno qualcosa?”) rispose affermando che «noi purtroppo abbiamo preso il peggio della realtà territoriale a noi più vicina. La cultura che ha avvinghiato in una morsa Ischia è della peggiore specie: invece di rifarci a quelli che sono i modelli europei, internazionali, siamo diventati… provincia di Caivano. E fino a quando noi guarderemo a quei paesini dell’hinterland partenopeo come riferimento culturale, l’isola è destinata a non avere un futuro. E poi occorre fare sinergia, capire che non si può andare più ognuno per conto proprio».

Sulla base di questo prezioso spunto di riflessione, abbiamo chiesto ad un campione di ischitani se condividessero o meno questa valutazione che, pur essendo assai severa, sintetizza in maniera lucida la progressiva decadenza del nostro settore turistico, che negli ultimi anni sembra aver perso quello smalto che l’aveva sempre contraddistinto. Buona parte degli intervistati, pur riconoscendo che l’influenza dell’hinterland napoletano ha condotto al depauperamento dell’offerta, ha sottolineato che la vera colpa della scarsa qualità del turismo isolano è da imputare all’arrivismo di taluni albergatori che, per massimizzare i profitti, spesso e volentieri puntano al low cost, che in buona parte dei casi non equivale a un’effettiva qualità del servizio erogato alla clientela che, essendo sempre meno selezionata, nel corso del tempo si è pericolosamente imbarbarita.

Se è vero che «i soldi non puzzano», è altrettanto corretto affermare che un’isola come la nostra, che vive essenzialmente di turismo, dovrebbe essere gestita in maniera più lungimirante. Gli ingenti introiti che derivano da questo nevralgico settore sono certamente importanti, ma non è possibile svendere un territorio in nome del “dio denaro”. Il famoso detto «il cliente ha sempre ragione», infatti, vale fino a un certo punto: un turista strafottente ma facoltoso non andrebbe accolto, bensì gentilmente messo alla porta. E invece, sempre perché i più ragionano di tasca, determinati comportamenti vengono tristemente assecondati. L’auspicio è che questo preoccupante trend possa scemare, e che l’isola possa finalmente riappropriarsi di un modus operandi turistico più oculato e produttivo.

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