MOLTO FREDDO, MOLTO SECCO CON LIME Lamentele a gogò e soluzioni nel cassetto delle buone intenzioni

di Lisa Divina
Lo sconforto e le lamentele continue, quando motivate da problemi reali e gravi come quelli di Ischia, sono comprensibili e umane. Ma diventano controproducenti se si fermano lì, senza trasformarsi in proposte concrete, documentate e fattibili, che vadano oltre la denuncia e che magari puntino a soluzioni applicabili sul campo. Oggi a Ischia, la situazione è questa: un mix di ritardi cronici, lamentele diffuse, ma anche una frustrazione che – se non canalizzata – rischia di diventare solo rumore di fondo. Oggi fa freddo, non solo fuori. Anche dentro le case c’è un gelo che non si elimina con le stufe. E se lo chiedi a chi è rimasto, la risposta è sempre la stessa: “Tutto fermo”; “Sempre la stessa storia”; “Ce ne dobbiamo andare tutti”. Capisco. Davvero. Dopo tutto ciò che la nostra comunità ha vissuto è normale che la bocca si riempia di bile invece che di progetti. Ma sapete, lo sconforto non è un piano urbanistico. La lamentela h24 non è un decreto commissariale. Il “tanto non cambia niente” non fa partire un bulldozer né sblocca un contributo.
È solo il rumore di sottofondo di un’isola che, mentre si lamenta, rischia di affogare nel proprio piagnisteo collettivo. Sì, i ritardi ci sono. I piani sono belli sulla carta, eppure la percezione è che l’isola stia ancora galleggiando su una zattera di promesse. Scuole che affrontano disagi di ogni genere, piazze vuote, famiglie che tirano a campà, affitti turistici e spazi minimi per i più giovani che non sognano altro che scappare. E allora? Ci fermiamo al “che schifo”? O proviamo a trasformare il nervoso in qualcosa di utile? Perché le lamentele le capisco, si. Ma quando diventano l’unico sport praticato sull’isola, diventano anche il miglior alleato della burocrazia che odia il movimento. Chi propone, chi documenta, chi presenta osservazioni serie, rompe quell’inerzia infrangendo il muro della silenziosa lagna. Basta piangere sul latte di bufala versato e iniziamo a buttare giù ricette concrete. Le proposte sono già sul tavolo da anni. Gli studi ci sono, basta pretenderne l’applicazione. Le idee ci sono e sono tante, manca solo la volontà di farle diventare progetti esecutivi invece che post su Facebook. Perché se continuiamo a dirci che siamo “abbandonati”, alla fine ci abbandoniamo da soli. Ischia non ha bisogno di un’altra lamentela. Ha bisogno di mani che si adoperino. Di cittadini che non si limitano a contare le pecore, ma che pretendono – con lucidità e tenacia – che quelle pecore vengano finalmente utilizzate in modo funzionale e sostenibile. Ha bisogno di una comunità che non si accontenta di sopravvivere, ma che torna a immaginare, a progettare e a costruire. Perché la verità è semplice e scomoda: nessuno verrà a salvarci se non saremo noi i primi a smettere di aspettare. E allora dobbiamo trasformare la rabbia in carburante, la frustrazione in metodo, il dolore in direzione. Facciamo in modo che ogni voce non sia un lamento, ma un tassello di un piano. Che ogni critica diventi un documento, ogni intuizione un progetto, ogni discussione un passo avanti. Perché un’isola che sa organizzarsi, che sa proporre, che sa pretendere con competenza, non è un’isola che affonda ma diviene un’isola che riemerge. E forse è proprio questo il momento di ricordarci che la nostra forza non è mai stata nel piangerci addosso, ma nel rialzarci insieme. Ischia rinasce solo se lo decidiamo noi. E il primo mattone, oggi, è smettere di lamentarsi e aprire il cassetto delle buone intenzioni.





