Ischia, l’eccellenza turistica e l’eterno ritorno al Medioevo

Di Luca d’Ambra
Vi è una certa, perversa abitudine al disastro che finisce per logorare anche gli animi più ostinati. Da vent’anni, con la medesima e inesorabile puntualità di una condanna, il mese di agosto sull’isola d’Ischia è scandito da un rituale che ha ormai perso ogni residuo fascino pittoresco: il nostro ciclico, ineluttabile ritorno al Medioevo. Questa volta, però, lo sguardo deve spingersi ben oltre la hall degli alberghi. Questo collasso non è la prerogativa sfortunata di una singola categoria, ma una morsa che soffoca l’intero tessuto economico dell’isola. Parliamo di tutte le attività commerciali e di servizio che, con fatica e ostinazione, cercano di consolidare in pochi mesi il fatturato necessario per sopravvivere un anno intero. Imprese che devono pagare i propri dipendenti, far girare l’economia locale, mandare avanti le proprie famiglie, e che si ritrovano a operare con le infrastrutture di un avamposto dimenticato. Prendiamo le reti dati e telefoniche. Il paradosso raggiunge qui vette quasi letterarie: le compagnie continuano a dimensionare il servizio basandosi sul numero dei residenti, cullandosi in questa rassicurante finzione demografica. È come se l’imponente afflusso turistico fosse un’illusione ottica, un ologramma che non consuma banda. Il risultato è un sovraccarico sistemico, un silenzio di rete che isola una delle destinazioni più importanti d’Italia nel momento esatto in cui dovrebbe essere connessa col mondo. E non ci limitiamo più a contare i cadaveri degli aggeggi elettronici – i PC fulminati, le celle frigorifere spirate per un calo di tensione, con l’autopsia dei tecnici che rileva i soliti, fatali 186 volt al posto dei 220 contrattuali. Il danno reale, quello che scava in profondità, è l’impossibilità di esplicare la nostra professione al giusto livello. È il tempo rubato, l’energia dissipata nel tentativo disperato di tamponare falle non nostre per cercare di conferire, malgrado tutto, servizi di qualità.
E qui si consuma il capolavoro, la beffa finale. L’ospite, comprensibilmente, non è tenuto a decifrare le dinamiche di un guasto infrastrutturale regionale. Non vede l’inadeguatezza dei colossi dell’energia o delle telecomunicazioni; vede un POS che non funziona, un Wi-Fi assente, un’aria condizionata che si spegne. E così, l’inevitabile recensione negativa ricade come una scure sulle nostre spalle, macchiando la reputazione di chi lavora, per colpe squisitamente altrui. Tutto questo alla faccia di quel mitologico PNRR di cui si sussurra nei salotti istituzionali, una cascata di fondi che evidentemente evapora prima di raggiungere i nostri decrepiti cavi di rame. La misura colma non è un’espressione retorica; è un bilancio economico e psicologico insostenibile. Per questo motivo, abbiamo deciso di archiviare la sterile stagione dei lamenti. Invitiamo tutte le attività dell’isola, di ogni categoria, a unirsi per la messa in agenda di una Class Action. Istituite un registro dei danni. Fate redigere relazioni specifiche da tecnici abilitati per ogni interruzione e per ogni apparecchiatura compromessa. Allo stesso modo, i sei Sindaci dell’isola d’Ischia non possono più limitarsi al ruolo di comprensivi spettatori. Hanno il dovere di rappresentare con forza gli interessi delle proprie comunità, non come questuanti, ma con la consapevolezza di chi amministra un’economia vitale per l’intera regione. Già al rientro dalle ferie, pretenderemo un tavolo tecnico definitivo. Non per discutere della sfortuna, ma per garantire che il 2027 non sia l’ennesima replica di questa sfiancante commedia. Un servizio, molto banalmente, o lo si eroga o non lo si eroga. E noi, sinceramente, abbiamo smesso di sorridere al buio.
* PRESIDENTE FEDERALBERGHI ISCHIA





