IL COMMENTO Serve reagire e uscire dalla passività

DI MARCO BOTTIGLIERI
Nelle ultime settimane ho avuto la fortuna di partecipare a due eventi culturali che, per ragioni diverse, mi hanno aiutato a guardare con occhi nuovi anche alla crisi e alle difficoltà di tante imprese dell’isola di Ischia. A Napoli, al Gambrinus, la presentazione del libro di Giuseppe Cerasa, Sipario siciliano; a Roma, al Teatro de’ Servi, quella di Claudio Cerasa, L’Antidoto. Due giornalisti di grande spessore: Giuseppe, amico di vecchia data; Claudio, conosciuto più recentemente. Con Giuseppe Cerasa ho collaborato negli anni, facilitando alcuni importanti progetti di promozione dell’isola d’Ischia, tra cui Le Guide di Repubblica – edizione Ischia. Ma è attraverso il suo ultimo libro che ho avuto modo di conoscerlo ancora meglio, ripercorrendo la sua carriera di cronista in prima linea negli anni più duri per la Sicilia e per l’Italia, segnata dalle guerre di mafia. Dal Giornale di Sicilia a L’Ora, fino a Repubblica, dove ha diretto per lungo tempo la cronaca nazionale, Cerasa ha attraversato alcune delle stagioni più complesse del nostro Paese. A lui si deve anche l’ideazione del format delle Guide di Repubblica, che in vent’anni sono diventate molto più di semplici guide turistiche: un vero magazine capace di raccontare storie, territori e angoli sorprendenti d’Italia.
Con Giuseppe, spesso, ci siamo confrontati sulle enormi opportunità che la nostra isola offre e che potrebbero emergere se solo si riuscissero a mettere insieme le energie imprenditoriali e politiche più sane e virtuose. A Ischia non mancano imprenditori capaci e amministratori competenti. Quello che spesso manca è la capacità di uscire dalla propria “bolla”. In un mondo globalizzato, non condividere visioni, strategie e competenze non è solo un limite: diventa un fattore di rischio. L’impoverimento economico è sotto gli occhi di tutti, ma ancora più preoccupante è quello relazionale, accompagnato dall’assenza di una visione comune. È anche per questo che, negli ultimi tempi, mi sono sentito particolarmente pessimista sul futuro della nostra isola. La lettura de L’Antidoto di Claudio Cerasa, però, mi ha costretto a fermarmi e a riflettere. Il suo è un invito a un ottimismo ragionato, non ingenuo, che non rimuove i problemi ma li affronta senza rassegnazione. Un approccio che mi ha spinto a rivedere alcune convinzioni troppo negative, senza per questo dimenticare le criticità strutturali che Ischia continua a vivere. Oggi, forse, vedo il bicchiere mezzo pieno.
Resta il fatto che quasi ogni giorno la stampa locale racconta la chiusura di attività, di aziende, talvolta anche storiche, in seria difficoltà. I motivi sono tanti. Le soluzioni, probabilmente, ancora di più. La vera domanda, allora, non è se esistano, ma chi è disposto a metterle in campo e come. Forse il primo passo è smettere di ragionare per compartimenti stagni e tornare a sentirci comunità. Imprese, professionisti, amministratori: nessuno può più permettersi di restare chiuso nella propria bolla, (metaforicamente , una condizione di isolamento psicologico, cognitivo o relazionale, in cui una persona vive limitata dalle proprie convinzioni, pregiudizi o da un ambiente virtuale che rinforza solo le proprie idee) aspettando che siano altri a decidere. Le difficoltà vanno affrontate con una visione condivisa, con una strategia comune, con la consapevolezza che il futuro dell’isola non si costruisce per inerzia, ma per scelta. Questo articolo, in fondo, non vuole essere una diagnosi né l’ennesima lamentazione. È, riprendendo una suggestione di Cerasa, un invito alla reazione. A uscire dalla passività, a informarsi, a partecipare, a pretendere qualità e competenza. È un invito a non rassegnarsi all’idea che il declino sia inevitabile. Perché, come forse direbbe oggi Benedetto Croce, nonostante tutto, non possiamo non dirci ottimisti. Ma l’ottimismo, da solo, non basta: va organizzato, condiviso e trasformato in azione.






