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Ischia ricorda Giorgio Albertazzi

Gianluca Castagna | Lacco Ameno Alla Colombaia di Luchino Visconti, in una delle sue frequenti visite sull’isola d’Ischia, a Giorgio Albertazzi fu chiesto cos’era rimasto, tra quelle mura e quei giardini, della personalità del maestro che lo fece debuttare a teatro nel ’59 in “Troilo e Cressida” di Shakespeare. «Nulla», rispose Albertazzi. Disincantato ma franco fino al midollo com’era sempre stato nella vita e nell’arte. Seguendo il suo sogno fino in fondo e amando la poesia, la cultura, la bellezza, il palcoscenico.
Imperatore del teatro italiano (non solo perché ne interpretò uno, Adriano, per più di 20 anni), voce di insuperabile morbidezza e duttilità, divo sin da subito a dispetto del pedigree controverso. Eh sì, perché Giorgio Albertazzi aveva combattuto a Salò, e nell’Italia politicizzata del dopoguerra, è sempre stato considerato un uomo legato alla destra. In realtà, era un uomo, prima ancora che un’artista, profondamente libero. Anche di perdersi in progetti impossibili, grandi personaggi drammatici, spettacoli riusciti e sbagliati, provocazioni e affermazioni apodittiche che rivelavano una vitalità indomita, oltre che una salutare allergia alle convenzioni e ai tic dei colleghi più blasonati o riveriti.

Albertazzi è stato ospite dell’isola d’Ischia molte volte. Forse è l’artista di una certa grandezza che si è esibito di più, anche in palcoscenici inconsueti.
A Serrara Fontana, ad esempio, nel 2006, in una serata di fine estate straordinariamente fredda che affrontò con la tempra di un giovanotto.
O a Villa Arbusto a Lacco Ameno.
Reading, monologhi, happening sotto le stelle. Occasioni di riflessioni d’altra natura, talvolta più dense e sganciate dagli ormeggi letterari di partenza. Sempre nel segno di una spiccata generosità, dote che gli riconoscono tutti. Dai suoi impresari ai collaboratori più stretti, dalle attrici che scoprì e lanciò, agli amici con cui condivise ricordi ed entusiasmi nei suoi anni più maturi. Come Franco Iacono, che a un anno circa dalla sua scomparsa (avvenuta in Toscana il 28 maggio 2016) ha voluto ricordarlo in due giornate di studio e testimonianze. Coinvolgendo alcuni dei suoi collaboratori più fidati, interpreti che ne hanno condiviso pezzi di un cammino artistico longevo e ricchissimo, e perfino le scuole isolane, a cui è stato mostrato un documentario sulla storia del teatro curato dallo stesso Albertazzi e da Dario Fo.
«L’Associazione Terra ha voluto questo omaggio per celebrare l’Arte di Giorgio Albertazzi e per ricordare il suo particolare rapporto con l’Isola d’Ischia» ha spiegato Franco Iacono. «Penso alle sue sue stupende “performance” al Belvedere di Serrara, a Villa Arbusto, più volte, all’Antica Libreria Mattera, a Villa Napoleone. Abbiamo voluto coinvolgere anche il Liceo Statale di Ischia per alimentare conoscenza ed arricchire cultura. Singolare fu il suo rapporto con Lady Walton. Emozionante il suo “colloquio” con Luchino Visconti nella “sua” Colombaia, ora tristemente chiusa. Sento di dire che “dovevo” questo omaggio, anche per la personale amicizia, di cui Giorgio mi ha onorato. In queste giornate ho voluto anche Oliviero Beha, che sarebbe dovuto essere con noi: memorabile il “duetto” di Giorgio ed Oliviero in una serata indimenticabile a Villa Arbusto dove Beha giocava a fare il provocatore».

Al Regina Isabella di Lacco Ameno, in un incontro moderato da Ciro Cenatiempo, tempo e spazio per i ricordi, le immagini, gli incontri, le suggestioni di un’intera carriera. Come quelle, centrali, dedicate alle periodiche riprese di «Memorie di Adriano», lo spettacolo tratto dal romanzo della Yourcenar con regia di Maurizio Scaparro, che è diventato il lavoro simbolo della sua maturità d’attore. Del resto, nelle riflessioni immaginarie di questo imperatore romano alla fine dei suoi giorni, Albertazzi avvertiva la fine della bellezza che si consuma, il momento in cui l’armonia tra corpo e anima si rompe ed entrano in conflitto. Una venatura nostalgica per la classicità che si univa al suo vitalismo mai esausto, al suo spiritaccio fiorentino, al suo essere attore sino in fondo tanto da salire in palcoscenico finché ha potuto, anche quando stava male, ma sempre padrone e anima della scena che riusciva a dominare con maestria malgrado l’inevitabile appanno motorio dovuto all’età. Così era attore anche nella sua vita, seduttore di qualsiasi tipo di pubblico, in scena e fuori, e sempre generosissimo, come ricordano quelli che lo hanno conosciuto.
«Avevo 27 anni» rievoca il musicista Mimmo Maglionico, «e fui chiamato a collaborare alla scrittura di alcune musiche per l’edizione televisiva di ‘Memorie di Adriano’. Ricordo ancora la meraviglia di lavorare con Giorgio in un luogo bellissimo come Villa Adriana. Quello che mi colpiva, da musicista, era la semplicità e la scorrevolezza che acquistava questo testo che non è per niente semplice. Ascoltandolo da Giorgio, arrivava con una chiarezza unica, ricordo ancora lo stupore di fronte a tanta bravura».

La cantante e presentatrice Luisa Corna lavorò con lui nello spettacolo “Mami pappi e sirene in Magna Grecia”. «L’ho vista in tv e sono rimasto colpito dal suo talento» raccontava Albertazzi. «E’ un’ottima cantante e attrice. Con quei lunghi capelli neri e quel carattere mediterraneo, è una Circe perfetta: bella e sofisticata in scena, ragazza semplice nella vita». «L’ho incontrato in una serata a Firenze, dove cantavo – ricorda la Corna – e qualche giorno dopo mi chiamò per chiedermi se volevo fare i Canti delle Sirene. Poi mi propose Circe. Gli risposi che non mi sentivo all’altezza, un conto è studiare teatro, altro è farlo confrontandosi con interpreti di grande mestiere. Trovammo un compromesso: avrei studiato la parte, sostenuto un provino a patto che fosse sincero. Alla fine funzionò. Lo ricordo con grandissimo affetto, mi spiace che molti giovani non lo conoscano. Nonostante fosse un uomo maturo, aveva un entusiasmo e una vitalità da ventenne, è stato meraviglioso averlo incontrato».

Fiorella Ceccacci Rubino ha lavorato con Albertazzi per più di dieci anni. “Frugando nella valigia di Flaiano”, “La governante” (da Vitaliano Brancati), “Harem”, “Il mercante di Venezia”, “Memorie di Adriano”. «Sono tutti spettacoli che ho nel cuore» precisa l’attrice. «Nelle ‘Memorie’, dove interpretavo Plotina, Giorgio era magnifico, ogni sera creava una magia, entrava in scena ed era un fatto. Il teatro, diceva, è il silenzio udibile». «A lui devo tutto» continua la Rubino, «è stato il mio maestro. I professori insegnano quello che sanno, i maestri quello che non sanno. Si cresce insieme, uno scambio reciproco fondamentale».
Testimonianze ad alto tasso di commozione (e intensità) sono arrivate anche dal regista ed ex direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo Federico Fiorenza («un uomo e un artista di grandissimo spessore, l’ho adorato») e dalla sua assistente personale Marica Stocchi.
«Giorgio è un provocatore. E io, agli esordi della mia carriera, cercavo proprio qualcuno che mi chiedesse di tirare fuori dal mio intimo sentimenti che nemmeno sapevo di avere. Il primo ruolo che ho recitato con lui, prima che tra noi nascesse una relazione, fu quello di un transessuale. Rimasi stupita: perché scelse proprio me? Tutto pensavo fuorché di poter interpretare un trans». A dirlo è l’attrice Mariangela D’Abbraccio, legata ad Albertazzi da un periodo di vita e di arte. «Mi ha insegnato a capire cosa significava stare in scena. Non abbiamo lavorato tanto insieme, ma sono state stagioni cruciali. “Dannunziana”, ad esempio, è uno spettacolo costruito su di me, sul mio corpo e la mia sensualità. Venivo dal teatro dei De Filippo, la compagnia teatrale più importante d’Italia. Se Eduardo mi ha benedetta, è stato Giorgio a lanciarmi. Scegliendo le cose giuste per me. Era un attore modernissimo per la sua generazione, ha fatto quello che anni dopo avrebbero fatto Brando, De Niro e Al Pacino».

Una modernità che in fondo si è espressa soprattutto sul palcoscenico e nelle questioni che hanno sempre animato il suo teatro, anche quello più classico. Preservare la tradizione vuole dire davvero portare avanti una prassi polverosa e distante? Come si può mantenere una dimensione recitativa ‘alta’ senza per questo rinunciare all’autenticità? Esiste una via per raggiungere un pubblico così ampio in un teatro di così vaste dimensioni senza dover necessariamente caricare il registro interpretativo? Essere autorevoli senza diventare grevi?
Sulla sua dimensione artistica più specifica si è tornati a parlarne mercoledì mattina a Villa Arbusto.
Albertazzi è il divo della tv in bianco e nero degli anni Cinquanta, il principe Myskin ne “L’idiota” di Dostoevskij diretto da Giacomo Vaccari. Ma anche l’attore che recita con la naturalezza che solo i grandi conoscono, che non ha bisogno di copione, che regge da solo, senza (apparente) fatica il peso di un’intera rappresentazione. E’ un giovane architetto (lo ricorda Francesco Rispoli) che costruisce magnifiche macchine teatrali, ma anche l’interprete, al cinema, di un capolavoro dimenticato come “L’anno scorso a Marienbad”, di Alan Resnais, Leone d’oro a Venezia e film chiave per comprendere tanti sperimentalismi anni Sessanta. E ancora Amleto, Otello, Romeo, Shylock, Ulisse, l’amatissimo Dante e il televisivo (e anticonvenzionale) dottor Jeckyll e Mr. Hyde da Stevenson, l’Italo Calvino delle “Lezioni americane” e l’imprevedibile, appassionato funambolo in “Ballando sotto le stelle”, dove, quasi 90enne, danzava con le parole e i gesti. Perché – sosteneva – se è troppo tardi per il ballo, non lo è per la poesia. Al termine dell’omaggio una proposta di Franco Iacono all’amministrazione di Lacco Ameno: intitolare ad Albertazzi l’arena (attualmente assai malmessa, in verità) di Villa Arbusto. Invito affatto temerario, dato l’amore per la Magna Grecia e per una terra che è stata la prima meta dei coloni ellenici.
(Si ringrazia Ischiacity per le foto)

 

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