Il commento Ischia non sta morendo di turismo ma di miopia

di Antonio Iacono
C’è un errore che Ischia sta commettendo da troppo tempo: confondere la resistenza con la salute.
Finché gli hotel aprono, i ristoranti lavorano e i turisti arrivano, ci raccontiamo che “tutto sommato il sistema regge”. Ma quello che emerge dalle interviste a Luca D’Ambra e ora dalle parole dell’architetto Gino Sannino è una verità più scomoda: Ischia non è in crisi, Ischia è stanca.
Stanca di reggere un sistema che le chiede sempre di più e le restituisce sempre meno. Stanca di essere considerata una miniera da scavare, mai un organismo da curare.
Per anni ci siamo raccontati una favola comoda: finché arrivano turisti, tutto va bene. I numeri coprono le crepe, i fatturati nascondono la fatica, le stagioni piene mascherano bilanci vuoti di futuro. Ma un’economia che vive solo di incassi immediati non è un’economia sana: è un corpo che va avanti a stimolanti, ignorando i segnali di collasso.
L’albergatore, il commerciante, l’imprenditore ischitano non sono “privilegiati”. Sono ammortizzatori sociali non riconosciuti. Tengono in piedi occupazione, servizi, identità, spesso anticipando risorse che lo Stato incassa e basta. E quando il sistema li spinge a indebitarsi non per crescere ma per sopravvivere, quel debito non è più uno strumento: è una trappola.
Qui sta il punto che fa più male: stiamo mettendo a rischio proprio gli imprenditori sani.
Quelli che pagano, che rispettano le regole, che mettono la faccia e il nome sull’insegna. Sono loro oggi i più esposti, i più fragili, i più soli. E quando un sistema rende fragile l’onestà, non sta fallendo economicamente: sta fallendo moralmente.
Si parla molto di tutela del territorio, di sostenibilità, di qualità. Parole giuste, necessarie. Ma diventano ipocrisia se chi produce ricchezza viene trattato esclusivamente come un bancomat fiscale. Non si può chiedere a un imprenditore di essere custode dell’isola mentre lo si considera solo un contribuente da spremere. La tutela non è una punizione, è un patto. E i patti si fanno in due.
Il turismo di lusso, da solo, non salverà Ischia. Senza servizi efficienti, infrastrutture adeguate, trasporti funzionanti, una fiscalità coerente, il lusso diventa una vetrina fragile in mezzo a un sistema che scricchiola. Un’isola a due velocità non è resiliente: è instabile.
Questa non è una battaglia tra imprese e cittadini, né tra turismo e ambiente. È una scelta di visione.
O Ischia diventa una comunità economica consapevole, dove istituzioni, imprese e cittadini condividono responsabilità e benefici, oppure continuerà a consumarsi lentamente, stagione dopo stagione, emergenza dopo emergenza.
La vera domanda non è quante presenze turistiche faremo l’anno prossimo.La vera domanda è: quanta Ischia resterà in piedi tra dieci anni.E questa, finalmente, è una domanda che non può più essere rimandata.





Interessante punto di vista o meglio sollecitazione a riflettere che dovrebbe coinvolgere un pubblico ampio tra operatori e cittadini che hanno a cuore l’isola
Addirittura? Sostenere che gli imprenditori siano i sostituti del welfare è inaccettabile. Non so chi scrive queste scempiaggini e sotto effetto di allucinogeni o è egli stesso un albergatore o familiare. Si è puntato sul turismo low cost e si sa, chi va per questi mari…e il conto lo pagano tutti.