LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Ischia, l’isola che incassa ma non trattiene mentre il turismo lavora e l’economia si svuota»

Scrivo in prima persona, come si conviene quando non si ha voglia di nascondersi dietro l’alibi del “si dice” e del “forse”. Scrivo con una punta di tristezza e sarcasmo, perché quando la realtà diventa grottesca, l’ironia è spesso l’ultimo modo per non prenderci in giro da soli. A Ischia succede che gli alberghi sono pieni, le strade sono intasate di buche che puoi coltivarci il grano, le brochure patinate, le terme sono in vacanza a Cortina, le foto su Instagram impeccabili e i cambiamenti, specie quelli culturali, non hanno nemmeno una nicchia di riflessione. E sotto, come le fondamenta di certi palazzi costruiti in fretta, il vuoto. O meglio: una cassa vuota, che fa più rumore di mille slogan sul “turismo di qualità”. Il caso dell’imprenditore (ex albergatore) Celestino Iacono — che non è un avventuriero, non è uno sprovveduto, non è un fallito come non lo sono quelli che resistono molte volte in silenzio nell’incomprensione generale — è emblematico proprio per questo.

A Ischia succede che gli alberghi sono pieni, le strade sono intasate di buche che puoi coltivarci il grano, le brochure patinate, le terme sono in vacanza a Cortina, le foto su Instagram impeccabili e i cambiamenti, specie quelli culturali, non hanno nemmeno una nicchia di riflessione. E sotto, come le fondamenta di certi palazzi costruiti in fretta, il vuoto. O meglio: una cassa vuota, che fa più rumore di mille slogan sul “turismo di qualità”

Uno che chiude (o meglio: si ferma) non perché mancano i clienti, ma perché mancano il senso e il futuro perché – magari – abbiamo eroso anche quelli. Dovremmo urlare tutti, all’unisono, ciò che afferma Celestino Iacono: a Ischia oggi si lavora non per costruire futuro, ma per resistere. E resistere, si sa, è una posizione militare, non imprenditoriale. Partiamo dalle tasse, che qui non sono un dettaglio tecnico ma una condizione esistenziale come l’assenza di visione. IMU e TARI, soprattutto. Un combinato disposto che, sommato alle imposte nazionali, ha un effetto molto semplice: consuma ogni margine, brucia ogni possibilità di investimento, trasforma l’incasso in un transito obbligato verso altri conti. Si lavora per far passare il denaro, non per trattenerlo o investirlo (posto che questa sia una pratica, oggi, in grado di rientrare nel normale gioco d’impresa). Una specie di casello fiscale permanente. La TARI, poi, è un capolavoro di astratta equità: si paga come se gli alberghi – e le attività commerciali – fossero aperti dodici mesi l’anno, anche quando sono chiusi.

È la tassa sul potenziale, non sull’uso. Un po’ come far pagare il biglietto a teatro anche quando il sipario è abbassato. Geniale, se non fosse tragico o utile per convincersi che ciò sia equo e che i Comuni possano guadagnarci tranciando di netto ogni altra possibile via di politica economica. Il risultato è che l’imprenditore — soprattutto l’albergatore — diventa il grande finanziatore silenzioso del sistema. Anche con le sue imposte si pagano servizi, welfare, scuola, sanità. Tutto giusto, per carità. Ma a una condizione: che il finanziatore non venga trattato come una mucca da mungere fino allo sfinimento. Perché la mucca, a un certo punto, smette di fare latte. E se è intelligente, se ne va proprio dalla stalla. Qui entra in gioco il secondo nodo, quello che nessuno ama affrontare: il debito incrociato tra Comuni e imprese. Sei amministrazioni, sei bilanci fragili, sei sistemi che spesso accumulano crediti verso gli imprenditori senza una reale strategia di rientro. È una spirale perversa: i Comuni vantano crediti, le imprese non hanno liquidità, il denaro non circola, e alla fine quei crediti rischiano di diventare carta straccia. Servirebbe, invece, un piano serio di ricomposizione e rientro del debito: accordi chiari, sostenibili, che permettano agli imprenditori di pagare davvero e agli enti locali di incassare realmente. L’unico Comune che ha risposto alla PEC inviata dal Presidente Francesco Pezzullo, di Confesercenti, riguardo alla possibilità per gli Enti locali di aderire alla “rottamazione” anche per le imposte comunali come disposto dalla Legge di Bilancio 2026, è stato quello di Forio. Gli altri, non pervenuti, non hanno dato alcun segnale. Perché un credito che diventa inesigibile non è rigore finanziario: è autoinganno contabile. E l’autoinganno, in economia, presenta sempre il conto con gli interessi. Ma attenzione: non basta “spalmare” i debiti. Bisogna ricostruire il rapporto. A Ischia si continua a ragionare come se amministrazione e impresa fossero su due sponde opposte del fiume. È un errore culturale prima ancora che politico. E qui di errori culturali per insipienza o incapacità ne abbiamo le tasche piene, anche se restano vuote.

Il risultato è che l’imprenditore — soprattutto l’albergatore — diventa il grande finanziatore silenzioso del sistema. Anche con le sue imposte si pagano servizi, welfare, scuola, sanità. Tutto giusto, per carità. Ma a una condizione: che il finanziatore non venga trattato come una mucca da mungere fino allo sfinimento. Perché la mucca, a un certo punto, smette di fare latte. E se è intelligente, se ne va proprio dalla stalla

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Senza imprese sane non esistono Comuni in equilibrio. Senza Comuni intelligenti non esistono imprese che investono. E allora perché non immaginare accordi mirati, selettivi e intelligenti? Premialità vere per chi decide di tenere aperto più a lungo, magari riduzioni delle imposte locali per chi accorcia la stagione morta, per chi assume anche d’inverno, per chi prova a trasformare l’isola da economia stagionale a economia continua. Non regali, ma scambi: tu contribuisci alla stabilità sociale, io ti alleggerisco il peso amministrativo. Si chiama politica economica, lessico e disciplina che tanto chi fa politica quanto chi si appresta a diventare maggioranza in un Comune dovrebbe studiare e imparare a usare e, comunque, far cenno in programmi elettorali e di governo magari pure coinvolgendo banche e istituti di credito. Non è un’eresia ma – si chiama – salto culturale. Tutto questo, però, va letto alla luce di una verità scomoda, che un amico mi ha descritto con crudezza: Ischia soffre una crisi di liquidità profonda. Non mancano i flussi turistici, manca il denaro che resta. Il sistema è diventato una “scatola vuota”: tanto packaging, poca sostanza. Si vende l’immagine, non si costruisce valore. E quando il valore non si crea, qualcuno prima o poi paga il prezzo. Chi? Spesso i lavoratori (e, si badi bene, anche gli imprenditori lo sono, chiaramente con un ruolo differente!). Perché se si lavora solo per pagare tasse, imposte, rate e fornitori, l’imprenditore che decide di restare aperto rischia di sottopagare il personale. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Ed ecco il circolo vizioso: bassi salari uguale bassa motivazione uguale servizio mediocre uguale qualità in discesa. Altro che turismo di qualità. È turismo di resistenza, appunto. E le banche, che una volta chiudevano un occhio, oggi li tengono ben aperti.

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A Ischia si continua a ragionare come se amministrazione e impresa fossero su due sponde opposte del fiume. È un errore culturale prima ancora che politico. E qui di errori culturali per insipienza o incapacità ne abbiamo le tasche piene, anche se restano vuote. Senza imprese sane non esistono Comuni in equilibrio. Senza Comuni intelligenti non esistono imprese che investono. E allora perché non immaginare accordi mirati, selettivi e intelligenti? Premialità vere per chi decide di tenere aperto più a lungo, magari riduzioni delle imposte locali per chi accorcia la stagione morta, per chi assume anche d’inverno, per chi prova a trasformare l’isola da economia stagionale a economia continua

La “tolleranza bancaria” – continua l’amico con cui ho avuto modo di dibattere sull’argomento – è finita. Il credito si restringe, gli anticipi spariscono, la solvibilità diventa il vero discrimine. Non si guarda più il singolo hotel, ma l’intero sistema. Se il sistema appare stanco, nessuno scommette. Ecco perché quando un imprenditore sano decide di fermarsi, il problema non è lui. È l’ambiente che lo circonda. A Ischia si rischia un default silenzioso: non il botto, ma il logorio – mi dice ancora l’amico. Non il crack, ma la decadenza. E chi pratica la politica, la mastica e mostra di capirci qualcosa quando in fondo non sa di cosa parla, specie in economia, fa finta di non accorgersene. Continuiamo pure a stampare etichette bellissime. Continuiamo a raccontarci che va tutto bene perché “la stagione ha tenuto”. Ma ricordiamoci una cosa, semplice e poco poetica: un’isola che vive solo di immagine e tasse, e non di valore e liquidità, prima o poi resta senza imprenditori e lavoratori. E quando se ne vanno i custodi, restano solo le cartoline e le foto su Instagram. Belle, sì. Ma vuote.

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