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J’accuse Telese: Ischia, un’isola nelle mani di piccoli uomini

DI FRANCESCO FERRANDINO

ISCHIA. Nipote di Vincenzo Telese, sindaco di Ischia negli anni ’50, è stato a sua volta eletto primo cittadino nel maggio 1998 restando in carica tre anni esatti: nel maggio 2001, Giuseppe Zabatta orchestrò un ribaltone che fece venir meno l’appoggio di tre consiglieri di maggioranza, decretando così la caduta dell’amministrazione da lui guidata. Parliamo dell’avvocato Luigi Telese, a cui abbiamo rivolto alcune domande circa la complicata situazione che vive l’isola, a partire dall’inchiesta che di recente ha colpito la comunità di Barano, per poi allargare lo sguardo ad altre problematiche.

Avvocato Telese, qual è la sua opinione sull’inchiesta Free Market deflagrata alcune settimane fa?

«In realtà va detto che essa è composta da due filoni. Parlando del “primo” ramo d’inchiesta, che riguarda i mercatini locali, devo dire, senza false ipocrisie, che l’impressione che si ricava è quella di un paese di morti di fame: commercianti taglieggiati per un po’ di pane o una busta di frutta e verdura. Una vicenda che all’apparenza è molto squallida. Io spero vivamente che non risultino commessi i reati ipotizzati, ma da quello che leggiamo, dalle notizie che di riflesso sono rimbalzate, sembra davvero, ripeto, una vicenda da morti di fame».

Che cosa pensa delle disavventure giudiziarie del Tenente Stanziola? Meritava la misura dell’arresto in carcere?

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«Ripeto, io spero che il tenente chiarisca totalmente la sua posizione ma, sia detto anche nel senso buono del termine, egli dava l’impressione di essere uno “spaccone”, uno spirito troppo guascone, un pò approssimativo e superficiale nelle riflessioni, che utilizzava il suo ruolo ritenendo di poter andare talvolta oltre i limiti. Ma oggi si vive in una società globalizzata, non si può credere di imporre a lungo un certo modo di agire, nemmeno ai venditori e ai commercianti che partecipano ai mercati di paese: oggi tutti sono sufficientemente informati e pronti ad agire per rivendicare ciò che ritengono essere i propri diritti. Per quanto riguarda la misura dell’arresto, io credo che sia stata una misura giusta, perché il personaggio che finora è emerso dalle indagini e dalle intercettazioni, è quello di un soggetto naturalmente portato a  invadere le sfere di competenza altrui e quindi capace di inquinare le prove. C’era bisogno dell’arresto per “cristallizzare” la situazione, non sarebbero bastati i domiciliari».

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Come Lei ha ricordato, l’inchiesta si divide in due rami:

«Sì, l’altro “filone” dell’inchiesta, cioè la vicenda legata all’Hotel Casa Bianca, che riguarda anche la mia collega Maria Grazia Di Scala, è sicuramente una vicenda molto più delicata. E proprio perché è più complessa e strutturata, bisognerebbe prima capire bene i ruoli e le posizioni. A me sembra personalmente difficile credere che sia vero quello che la pubblica accusa afferma nei confronti dell’avv. Di Scala, perché è una professionista nota, molto seria, una persona perbene, capace, e a mio avviso non avrebbe avuto bisogno di ricorrere a questi trucchi o sotterfugi. Certamente i fatti contestati sono gravi».

E’ comunque notizia recente quella del Riesame che ha concesso al Tenente gli arresti domiciliari, mentre per l’avv. Di Scala persiste l’obbligo di dimora:

«Gli arresti domiciliari non sono un alleggerimento della posizione sostanziale, perché al momento il tenente è sempre in stato di arresto. Il fatto è che una volta cristallizzata la situazione, si tende sovente a stabilire la misura degli arresti domiciliari, semplicemente perché nelle carceri non c’è più spazio, tutto qui. L’avvocato Di Scala invece sin dall’inizio è stata destinataria dell’obbligo di dimora, di fatto un “domiciliare allargato”, comunque una misura certamente più lieve degli arresti, in carcere o a casa».

Credo che comunque sia una misura abbastanza penalizzante, vista la sua professione:

«Sicuramente, ma è più penalizzante per la sua attività politica di consigliere regionale. E qui devo dire che chiunque voglia ricoprire cariche del genere, politiche, amministrative e direttive, in qualsiasi ambito, deve giocoforza essere doppiamente irreprensibile, perché è evidente che ricoprendo un ruolo pubblico, si è  naturali destinatari di una gran quantità di strali (e sto usando un eufemismo) rispetto a chi resta semplice cittadino. Quindi, se si decide di candidarsi a una qualsiasi carica, dal parlamento alla bocciofila, bisogna comprendere che quel ruolo cui si aspira diventa poi un bersaglio, si è sottoposti a una sovraesposizione che moltiplica gli attacchi. Per gli antichi Romani “candidarsi” significava proprio presentarsi alle elezioni con la toga “candida”, cioè aspirare a un ruolo pubblico dimostrando la completa mancanza di ombre o macchie nel proprio curriculum».

 Pensa che il Gip avrebbe potuto evitare la misura cautelare per il consigliere regionale e il signor Piro?

«Guardi, ferma restando la grande stima personale che ho per l’avv. Di Scala, io sono del parere che in questa faccenda non ci sono ipotesi intermedie. I casi sono soltanto due. O emerge la colpevolezza, oppure l’avvocato è totalmente innocente e dovranno scusarsi per averla coinvolta. Non vi sono sfumature. Da collega e da amico, che frequenta l’avv. Maria Di Scala, spero che emerga la sua totale estraneità ai fatti contestati. E lo dico proprio perché credo che il reato ipotizzato sia molto grave».

Anche il sindaco Paolino Buono è stato sfiorato dall’inchiesta:

«Io sono convinto che Paolino Buono non sapesse nulla di questi presunti illeciti. Ma questo è ancora più grave, e qui mi sposto dal piano giudiziario al piano politico, perché un Sindaco non può non sapere cosa fanno i suoi subordinati. Se non lo sa, allora è inadeguato al ruolo di amministratore. Se lo sa, e non interviene, allora è un connivente. Si può fare un parallelo con ciò che sta accadendo a Roma: Marino si deve dimettere non perché sia connivente o per aver rubato una bottiglia di vino, bensì perché ha dato esempio di incapacità amministrativa. Ottimo chirurgo, ottimo parlamentare, ma l’attività di Sindaco non fa per lui, anche se va precisato che i veri crimini e le ruberie furono commessi durante la giunta Alemanno. Quindi un sindaco deve avere un doppio ruolo, non soltanto esecutivo, ma anche di controllo dell’attività dei suoi subordinati. È una responsabilità oggettiva. Quindi anche Paolino Buono, che conosceva il modo di fare e la personalità di Stanziola, doveva adoperare un “doppio circuito” di controllo per evitare che succedessero cose come quelle ricostruite e ipotizzate dalla Procura. Ad esempio, avrebbe dovuto imporre con fermezza al Comandante Ottavio Di Meglio l’obbligo di evitare che Stanziola si atteggiasse a Comandante, prospettandogli finanche il sollevamento dalla carica. Ecco, anche il dirigente dei Vigili di Barano, si è comportato in modo inadeguato per la carica che ricopre».

In che senso?

«Ho letto che durante un interrogatorio, Ottavio Di Meglio cercava di chiarire la propria posizione in modo assurdo dicendo che “Stanziola si comportava da comandante e tutti al mercato lo credevano tale”. Ma un “vero” comandante non permette assolutamente che avvenga una cosa del genere. E di sicuro non adduce tale argomento per difendersi in sede di interrogatorio. Una difesa peggiore di mille accuse. E qui torno al mio discorso di fondo che in altri miei interventi, sui giornali e sui social network, ho spesso esposto, cioè la scadente classe dirigente che interpreta le esigenze di questa isola e di questo Paese».

Quindi per Lei l’inchiesta baranese è una spia di un malessere ad ampio raggio:

«I due rami d’inchiesta nel complesso rappresentano lo spaccato di una realtà locale, e mi riferisco anche alle vicende ischitane, casamicciolesi, foriane, cioè a tutta l’isola, dove emerge l’immagine di una società che va disgregandosi. E’ davvero difficile ragionare con serenità anche per un impegno futuro, perché come dico spesso, se tutto va a rotoli è quasi impossibile tentare una “riparazione”. Se ci fossero settori “sani” della società, che funzionano, allora si potrebbe tentare di intervenire efficacemente su ciò che non va, ma la realtà che quotidianamente emerge è davvero sconfortante, una realtà locale che è anche specchio di quella nazionale, basti pensare che ormai c’è un’inchiesta al giorno, dove emergono corruzione e marciume morale. Noi da ischitani abbiamo a lungo sperato che la nostra fosse un’ “isola felice”, ma le recenti inchieste che hanno investito Ischia, sommate tra loro, dimostrano che non lo è affatto. Ma questo spaccato non si riferisce solo alla classe politica, bensì all’intera classe dirigente isolana, compresa quella imprenditoriale, che da tempo va scadendo. Si sono persi dei valori e quelli che dovrebbero costituire l’èlite che dovrebbe incarnare e interpretare questi valori, sembra non essere affatto all’altezza della situazione».

Restiamo sul panorama isolano. Le inchieste che da vicino ci riguardano, secondo Lei, da cosa sono originate? Facili commistioni di interessi privati con gli incarichi pubblici rivestiti?

«È inutile che ci giriamo intorno: è evidente che chi ha accesso per funzione pubblica o per impiego agli uffici comunali è a conoscenza degli atti, li interpreta, e a volte, come sembrerebbe nel caso di Stanziola, determina gli atti, e quindi diventa poi difficile distinguere la parte lecita dalla parte indebita, “corruttiva” in senso lato. Quando la classe dirigente non è all’altezza della situazione, non riesce e non sa gestire questi fenomeni, e ne rimane invischiata. Si torna purtroppo sempre al punto di partenza. Parlo di classe dirigente e mi riferisco a imprenditori, albergatori, commercianti, professionisti, avvocati, ingegneri, precipitati in questa decadenza, questa debolezza sia in termini valoriali sia in termini professionali».

Avvocato, però la classe dirigente è anche in gran parte espressione di noi cittadini, di noi ischitani. Quindi il discorso andrebbe spostato anche sulla politica, o meglio sulla mancanza di vera politica, non più praticata “dal basso”, dai cittadini:

«Sono d’accordissimo con Lei, e infatti voglio ancora precisare che con “classe dirigente” io non mi riferisco solo ai politici, e nemmeno solo agli operatori economici. Parlo anche dell’educazione che diamo ai nostri figli sin dalle scuole elementari e nelle famiglie. È da lì che si dovrebbe ripartire. È evidente che se ai nostri figli non diamo dei valori e degli insegnamenti adatti, essi cresceranno diventando addirittura peggiori di noi. Il punto focale resta sempre la capacità di formare le classi dirigenti. Ciò riguarda anche i partiti, i sindacati…»

Quindi anche le varie rappresentanze di categoria:

«Certo, prendiamo come esempio emblematico l’associazione degli avvocati isolani. In questo momento noi avvocati abbiamo un difetto di rappresentanza, e questo difetto di rappresentanza ci espone a delle brutte figure, come la questione del parcheggio dinanzi all’attuale sede del Tribunale (liceo classico): ma come si fa ad affermare che quello è “il parcheggio degli avvocati”? Se non trovo posto per parcheggiare l’auto, devo cercare altrove, tutto qua. Al limite, ma proprio al limite, si sarebbe dovuto parlare di parcheggio degli utenti della giustizia (compresi funzionari e cittadini comuni coinvolti nei procedimenti). Ma purtroppo, a causa di una scadente rappresentanza della categoria, noi siamo passati per coloro che vogliono difendere privilegi di parte. Ma quali privilegi, suvvia…»

Secondo Lei, quindi, l’Assoforense manca di autorevolezza:

«Sì, è la parola giusta: manca di sufficiente autorevolezza. Chi è legato a certi interessi, anche legittimi, a causa della sua attività lavorativa, non può pretendere di essere rappresentativo e autorevole. Quello è un altro caso di “corto circuito” che rimanda, scusi se lo ripeto, alla inadeguata classe dirigente isolana. E anche se ci riferiamo alla classe politica, è inutile girarci attorno: i nostri politici, da Giosi Ferrandino a Francesco Del Deo (ma è solo un esempio che si può allargare a tante altre figure isolane)  sono sempre state figure minori, di secondo piano, nei decenni scorsi, poi si sono trovati a diventare sindaci di Ischia e Forio, ma a quel punto non hanno avuto la capacità di amministrare con la necessaria umiltà il proprio paese: sembra che il ruolo di amministratore locale sia solo un trampolino per altri palcoscenici politici, nazionali o europei. Autorità, purtroppo, non significa autorevolezza».

Parlando dei recenti sviluppi sull’inchiesta CPL, i PM adesso hanno sollevato la questione della competenza, secondo cui il processo andrebbe spostato a Modena:

«Sul punto, gli avvocati difensori di Giosi Ferrandino avevano descritto come un successo la circostanza che il processo fosse stato spostato almeno in parte a Modena. Oggi non capisco perché si lamentano quando il PM prende atto che il filone principale dell’inchiesta sia stato spostato a Modena. Delle due l’una: gli avvocati difensori hanno sbagliato all’epoca ad essere contenti del parziale trasferimento a Modena, o stanno sbagliando adesso. In definitiva, bisognerebbe conoscere le carte, in un processo del genere. Innanzitutto capire qual è il “filone” principale, e ricondurre ad esso quelli secondari, per evitare assurdi conflitti tra le decisioni dei magistrati di Napoli e Modena. Sarebbe assurdo che Casari venisse assolto a Modena mentre Giosi Ferrandino venisse condannato a Napoli. Il “giudice naturale” deve essere quello che conosce unitariamente tutti gli aspetti dell’inchiesta, per arrivare appunto a un’unità di giudizio. Quando ci fu lo spostamento a Modena i difensori di Giosi sostenevano che anche il filone ischitano dovesse essere trasferito a Modena. Insomma, quella degli avvocati mi sembra un po’ un gioco delle parti. Il Tribunale sta prendendo il giusto tempo per decidere su una questione importante e delicata. Io credo che sia fondamentale che vi sia un solo giudice per l’intera inchiesta».

Secondo Lei, in prospettiva, quale sarà il futuro politico del Sindaco Giosi Ferrandino?

«A mio parere Giosi ormai appartiene al passato. In ogni caso non si potrà ripresentare a Ischia alle prossime elezioni. La sua vicenda giudiziaria, al di là dell’esito che lo vedrà colpevole o innocente, ha gettato discredito sull’intera isola. Suvvia, con cinquecento strutture alberghiere sull’isola, la CPL ha scelto proprio l’albergo della sua famiglia, per stipulare una convenzione di circa trecentomila euro. Ecco, questo è qualcosa che il sindaco si dimentica sempre di spiegare, una spiegazione che sarebbe doverosa dal punto di vista morale e politico. Un episodio che ha fortemente screditato Ischia. Fra l’altro, il sindaco non ha mai reso conto ai cittadini, come invece aveva promesso, delle sue spese di campagna elettorale. Non credo che un politico della Prima Repubblica avrebbe potuto fare una convenzione per mezzo dell’albergo di famiglia, come ha fatto la famiglia di Giosi Ferrandino. Credo che all’epoca ci sarebbero state ben altre cautele. Invece oggi c’è questo senso d’impunità».

Ha fatto riferimento alla Prima Repubblica. Cosa è cambiato?

«Io non credo a quel che si dice, cioè che fino a Tangentopoli si “rubava per il partito”.  All’epoca la corruzione era su livelli più alti, e comunque si rubava anche allora per le proprie tasche. Oggi si ruba per molto meno, forse anche a causa di questa lunga crisi, che dura dal 2008. La corruzione è sempre molto presente, ma non è più “di apparato” come allora, è più estemporanea, quindi più difficile da combattere. Oggi chi viene eletto come amministratore, spesso ritiene di poter ottenere dal suo ruolo pubblico guadagni che invece non gli spettano in alcun modo, al di fuori di ogni presunta strategia di partito».

Torniamo a Ischia. Quindi, per Lei, dopo Giosi si apre una nuova fase:

«Sì, come ho detto ritengo che Giosi appartenga al passato. Si dovrebbe più che altro parlare della successione».

Parliamone:

«L’arresto del sindaco è stato come un terremoto per Ischia, con la conseguente caduta dell’amministrazione. Dico così, perché, di fatto, oggi Ischia non è amministrata. Le conseguenze di questo “terremoto” sono ancora in divenire, le macerie non si sono sedimentate e la polvere non si è diradata. Quindi è difficile fare previsioni precise, anche se di sicuro tra tali macerie si stanno già muovendo vari sciacalli, sia “privati” che “pubblici”; intendo sia tra gli imprenditori che tra i politici.»

Quindi per il momento Lei non vede nessun possibile “successore” adeguato? Ad esempio, Enzo Ferrandino o Gianluca Trani:

«I nomi che Lei ha citato, soprattutto Gianluca Trani, non sono riusciti ancora a convincere gli ischitani di poter costituire una vera valida alternativa, politica ma soprattutto morale, in grado di amministrare adeguatamente. Fin quando non sarò convinto di questo, non crederò che essi possano essere i successori adatti, né li appoggerò. Se invece dovesse emergere un leader che dovesse riconoscere che il problema di Ischia è un problema di moralità, quindi di pulizia, di trasparenza e onestà, valori da cui scaturisce nei fatti il buon governo, io non avrei problemi ad appoggiarlo».

L’ipotesi del Senatore De Siano come sindaco a Ischia?

«Se il Senatore è una persona attenta, gli basterà fare due conti per capire che è un’ipotesi rischiosa oltre che difficile. Tutti possono candidarsi, ma essere eletti è un’altra cosa».

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