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Je suis No Paris

di Vincenzo Acunto

Enrico di Navarra, nel 1594, per diventare re di Francia (Enrico IV), dovendo abjurare la sua religione, calvinista per quella cattolica, non esitò a dire “Parigi val bene una messa”. La superficialità nelle considerazioni religiose da parte dei francesi è, quindi, storica.

La tragedia dei 130 giovani ammazzati il 13 novembre scorso a Parigi, ha prodotto nei salotti dei “maitre à penser” l’espressione “je suis paris”, come inno di solidarietà alla Francia. Un momento!! Io piango quei 130 giovani e le loro famiglie e prima di essi quei 250 russi fatti precipitare con l’aereo, ma non mi intruppo in manifestazioni di solidarietà, a chi, pur sapendo di essere nel mirino di un fanatismo religioso dilagante, nulla ha fatto per proteggere quei ragazzi colpevoli di trovarsi in un posto sbagliato nel momento della follia di altri. E chi colmerà il dolore delle loro famiglie? Un vecchio detto napoletano ricorda che “Santa Chiara, ropp’arrubbata, facette ‘e porte ‘e fierro”. Così sembra stia accadendo in Francia ove, oggi, si scoprono covi, si arrestano sospetti, si espellono irregolari.  Ma, dall’attentato al “Charlie Hebdo” del 7 gennaio scorso, fino al 13 novembre, dov’era la polizia ed i servizi francesi? Sulla torre Eiffel a guardare il panorama? Il Presidente Hollande ed il suo governo farebbero bene a passar di mano, perché la loro responsabilità politica è piena.  E’ gravida di responsabilità che oggi gemma colpe antiche. Chi non ricorda, quando quella nazione ospitava, quali rifugiati politici in fuga, il fior fiore di delinquenti che nel nostro paese avevano ucciso? E’ nello stesso principio filosofico di Enrico di Navarra che, in quella nazione, si è consentito e si consente, senza batter ciglio, la pratica di ogni “religione”. La “grandeuer” dice qualcuno è anche questo. Ma si sa: i francesi sono un po’ duri di comprendorio e fino a quando non battono la testa non capiscono. Non a caso il mio maestro alle elementari, era solito dire a chi tardava ad apprendere, “ma chist è francese?”. Nell’aurea delle loro “noblesse” inseriscono ogni comportamento se vantaggioso. Il resto è noia per dirla alla Califano o “merd” per dirla alla francese. Qualcuno riterrà che io ce l’abbia con i francesi. Assolutamente. Hanno il senso dell’arte e del bello nel DNA poi le donne poi sono meravigliosamente charmant. Ma non tutto è moda, profumi e merletti. E non dimentichiamo che in un recentissimo passato, prima che l’Onu  votasse risoluzioni contro la Libia, i suoi bombardieri già demolivano Tripoli. Non dimentichiamo che mentre l’Italia era invasa dagli africani, essi blindavano Ventimiglia, respingendo con i mitra quelli che volevano andarci. Ognuno s’è fatto “una Schengen” a suo piacimento condita, quando serve, anche da un “sorrisetto di circostanza”. Quando poi ci sono i morti ognuno si la guerra che ritiene, cercando l’aiuto degli altri. E’ così che il presidente francese, dopo che se l’è fatta addosso allo stadio, ha dichiarato che la Francia è in guerra. Ma sono in guerra con chi? Attacchi terroristici di persone che vivono in quel paese, che conoscono luoghi, percorsi stradali, sensi unici, tombini e vie di fuga, sono atti di guerra di uno stato ad un altro stato? E’ giusto che si mandino altri giovani (mai i figli di chi comanda) a bombardare altri paesi,  facendo altre carneficine di persone che non c’entrano nulla con i terroristi e seminando altri odi? Non sarebbero più logiche azioni di intelligence e di polizia sul proprio territorio? Suvvia!! La politica è in mano a dilettanti ed ognuno la fa per tornaconto personale. L’Europa: questa espressione geografica che è servita solo ai tedeschi, per ricostruirsi una nazione a spese di altri e alle grandi banche per consolidare il loro potere finanziario sul popolo langue, è politicamente inesistente. Tanto è vero che mentre Parigi si dichiara in guerra, altri, contravvenendo ad una esplicita norma del trattato,  dicono che non lo sono.  I grandi giornali sono di proprietà dei gruppi bancari ed informano il lettore “con senso direzionato”. Salvo poi, quando ci scappano i morti, a elaborare espressioni ad effetto per farci piangere allontanandoci dal problema. Fiumi di parole inutili che nemmeno affrontano il caso. La domanda infatti da porsi è: “i fatti di Parigi contengono una dichiarazione di guerra?” Se la risposta è si, ci dicano chi è lo Stato nemico che ci prepariamo per andare. Se stiamo in guerra ed uno stato viene aggredito è evidente che: o l’Europa tutta interviene o, ognuno, prenda atto che il papocchio non esiste e torniamo nei nostri confini. Con la nostra moneta, la nostra religione, la nostra lingua, e guardiamo oltre. Sono azioni a sfondo religioso? Se si, prendiamo atto di ciò e ricordiamo ai nostri governanti che l’art. 8 della Costituzione statuisce: “Le confessioni religiose, diverse dalla cattolica, hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti in quanto non contrastano con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. Ricordando poi che, la lingua ufficiale del nostro Stato è l’italiano e: prendendo atto che in Italia ci sono parecchi luoghi (privi di autorizzazione) ove si riuniscono centinaia di persone (dicono per pregare) ove non si parla l’italiano; che i rapporti religiosi con gli stati islamici non appaiono definiti; che certi testi letti in questi luoghi considerano “infedele” chi non è dello stesso credo e agli infedeli “è lecito mentire”; considerando ancora che, in un altro passo di questi libri, appare scritto:sura IV vers.91 “se (gli infedeli) avranno volto le spalle per allontanarsi da voi, prendeteli, uccideteli ovunque li troviate e non prendete alcuno di essi a protettore o soccorritore”, sembra che, con i tempi che si corrono, i prefetti abbiano parecchio materiale per disporre la chiusura di tali luoghi. Chi vuol pregare si genufletta a casa propria e dica quel che gli pare. Poi: senza voler organizzare alcuna persecuzione o mettere in moto i bombardieri, non costerebbe molto e non si violerebbe nessuna legge, se gli organi di polizia (dai vigili urbani in su) incontrando per strada delle persone che parlano una lingua diversa dalla nostra, ne controllino i documenti, il permesso di soggiorno, i luoghi dove vivono e come si producono i mezzi per il sostentamento. Si controllino se chi guida un auto, con targa non italiana, abbia o meno una polizza assicurativa con una copertura ai minimi di legge (€ 5.000.000) e se inferiore la si sequestri. Chi non risulta in regola lo si accompagni alla frontiera e tanti saluti. Chi è disposto a scommettere che dopo un mese di una tale terapia non saremmo tutti un poco più tranquilli in casa, a teatro, al ristorante allo stadio o per strada?

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