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L’8 marzo per combattere la violenza di genere

Di Isabella Puca

Ischia – C’erano donne, uomini e i giovani studenti del liceo al convegno promosso dall’equipe del centro antiviolenza “NonDaSola” che ha pensato di celebrare la giornata internazionale della donna parlando della violenza di genere. «Oggi molte donne – ha detto l’assessora alle politiche sociali, la dott.ssa Rosanna Ambrosino – hanno aderito a uno sciopero per rivendicare i diritti e combattere la violenza. Guardando i dati Istat degli ultimi cinque anni abbiamo notato che le donne che denunciano, e che si rivolgono agli sportelli di ascolto, sono di più. Questo significa che la campagna di sensibilizzazione sta avendo i primi risultati, ma é ancora importante continuare a parlarne. La donna non si sente tutelata, spesso nemmeno dallo Stato, e ha paura a denunciare. Con il progetto “Basta”, voluto dall’amministrazione nel 2008,  emerse che a Ischia la violenza c’è ed è soprattutto di tipo psicologico; spesso le donne non si rendono neppure conto di subire violenza. Da parte nostra c’è tutta la volontà di mantenere aperto lo sportello, di prendere tutti i tipi di finanziamento per continuare questo lavoro e combattere, insieme, questo tipo di violenza».  Non sono poche le donne che, dallo scorso dicembre, si sono rivolte alle dott.sse del centro, anche solo per parlare e trovare conforto dinanzi alla violenza, «questo convegno – ha detto la dott.ssa Pane – è un’occasione preziosa perché  su questo tema si misura il grado di civiltà di una società. La violenza non è un livido, un calcio o un pugno, ma tutti quegli atti che annientano la donna nella sua libertà. Ogni giorno c’è una donna a cui viene negato l’accesso a scuola o nel lavoro o che, per questioni economiche, non riesce ad allontanarsi dalla violenza. Per contrastare il fenomeno urge un sostegno istituzionale per ricostituire le loro vite. Il Centro antiviolenza serve a questo. Abbiamo avuto molte telefonate alcune delle quali si sono trasformate in primi contatti. Le donne hanno ricevuto sostegno psicologico o legale altre, invece, per paura non sono venute qui, ma hanno avuto consulenza telefonica. Ci siamo poste l’obiettivo di far luce sui fenomeni in ombra e quindi informare per bloccare il fenomeno e prevenire per scardinare gli stereotipi culturali. Questo però richiede l’impegno di tutte le forze presenti per educare tutta la cittadinanza affichè maturi e abbia maggiore senso civico, affinché maturi la consapevolezza che la violenza di genere è inaccettabile». Ma la violenza di genere è sempre esistita? È a questa domanda che ha provato a rispondere la dott.ssa Teresa D’Alterio, sociologa dirigente dell’ufficio integrazione socio sanitario Asl Na2Nord. Con il suo intervento di taglio sociologico ha voluto sfatare l’idea che la violenza verso la donna c’è sempre stata. «Studi antropologici – ha spiegato la dott.ssa D’Alterio – ci dicono che la condizione femminile ha avuto uno sviluppo diverso a seconda della cultura. Nel Paleolitico, ad esempio, la donna era considerata un essere divino per la maternità». La violenza di genere sembra dunque essere nata negli ultimi 500 anni con la nascita della società borghese, nella quale, la donna, fu costretta a una funzione subordinata rispetto all’uomo. «Sono le stesse donne a essere portatrici di una cultura maschilista – ha spiegato ancora – a partire dai giochi o dai colori dei vestiti che stabiliscono l’essere maschio o femmina. Gli stereotipi di genere hanno diviso il mondo in 2 parti: maschile e femminile. Alle donne é stata attribuita un’ inferiorità e questo l’ha relegata in un certo ambito della società. Il bambino seleziona il modello del proprio sesso e l’identità di genere fornisce un principio organizzativo, uno schema mentale attraverso il quale organizza tutte le informazioni legate a un modo di vedere la realtà.  La donna viene così relegata al potere nei rapporti familiari mentre lo spazio pubblico è stato attributo agli uomini». Nella violenza di genere si ha, dunque, un retaggio di cultura patriarcale dove la donna diventa di possesso dell’uomo. «Sono le donne a educare i propri figli all’idea di genere, basti pensare ad alcuni lavori di casa che gli uomini non fanno. Quindi il genere fa parte della struttura della società, di un’ ideologia sessista per giustificare il potere. O cambiamo noi come cultura o purtroppo i fenomeni si perpetueranno. Anche i maschi vivono una crisi e questo ha portato il sesso maschile a dover modificare la propria identità: si avrà così o un uomo castigatore o un uomo sensibile e attento che assume, però, atteggiamenti femminili». È stato dunque quando la donna ha chiesto di avere un rapporto simmetrico con l’uomo che si è scatenato il primo conflitto che potrà essere superato solo con un cambio di cultura e di mentalità. Ma prima dell’avvento del mondo borghese com’era considerata la donna? È stato un viaggio a ritroso nel tempo attraverso le Sacre Scritture che ha portato don Emanuel Monte a delineare il ruolo della donna al tempo di Gesù. «La donna nella società giudaica – ha spiegato Don Emeanuel – era vista come madre capace di assicurare la generazione e dotata di amore profondo; come un soggetto esemplare per la fede che poteva ambire al ruolo di serva e padrona della casa del marito e di consolatrice del coniuge. Tuttavia era sempre sottomessa e privata di libertà e autonomia, sempre sospettata di essere tentata di infedeltà. Era chiesto loro di trasmettere la fede, ma senza una missione particolare. Non potevano partecipare al culto nel tempio, ma assistere alla preghiera degli uomini». La donna della Giudea era ritenuta, inoltre, priva di soggettività al punto che la sua parola era priva di testimonianza. Nonostante questo restava una persona e non un oggetto, se si dimostrava, però, una moglie fedele e madre feconda. «Nelle Sacre Scritture sembrano relegate a ruoli secondari, eppure si trovano sempre in situazioni importanti per il futuro e sono dotate di grandezza d’ animo e discrezione». Partendo dalla Genesi e dall’immagine della creazione per la quale Dio tolse una costola di Adamo, Don Emanuel ha sottolineato come, lo stesso Dio, nonostante il peccato originario della donna, abbia voluto mandare suo Figlio attraverso la carne di una donna, Maria.  «É  incredibile studiare la genealogia di Gesù che passa attraverso una peccatrice, una straniera e una donna che aveva commesso adulterio. Nel libro “Le sante dello scandalo”, Erri De Luca inserisce anche un’altra donna che restò incinta prima delle nozze, di un figlio che non era del marito: la Madonna. La genealogia carnale di Gesù é spaventosa, la sua storia arriva da persone che hanno commesso tanti errori. Sarà per questo che é cosi misericordioso con le donne? Nei Vangeli la presenza delle donne non è uniforme, ma queste sono le prime annunciatrici della risurrezione». Attraverso la figura di Don Oreste Benzi che la sera si recava in strada per salvare le donne dall’incubo della prostituzione, si è concluso l’intervento di Don Emanuel Monte che ha dato la parola al Vice Questore Aggiunto Alberto Mannelli. Fondamentale la presenza delle forze dell’Ordine che, dopo la denuncia della donna vittima di violenza, hanno il ruolo di difenderla. «Sull’ isola il problema c’è, ma non viene denunciato. Quello della violenza – ha spiegato il dott. Mannelli – sembra essere un reato invisibile: c’è, ma non si vede, lo scopriamo solo quando troviamo il morto. La normativa sul femminicidio é molto seria ed è stata concretizzata un anno fa. Porta conseguenze drammatiche per chi commette il reato, ma se non viene denunciato non serve a niente». Proprio secondo questa normativa si ha un’aggravante se l’aggressore è un ex fidanzato o un familiare e, se trovato in flagranza di reato, può essere immediatamente arrestato. «Negli ultimi due anni ci sono stati su Ischia solo due casi, donne che hanno chiesto aiuto,  ma che poi non hanno voluto formalizzare la denuncia». Molte donne non denunciano per paura delle conseguenze ed è questo il compito che si prefigge il centro anti violenza: aiutare a liberarsi della violenza, ad avere giustizia senza restare sole.  Via via la parola è passata all’equipe, tutta al femminile, del centro. La dott.ssa Stefania Regine ha indagato sul termine violenza spiegando che spesso questa ha mille volti e le chiavi di casa. «Dieci anni fa ho deciso di occuparmi di violenza di genere e avevo in testa un milione di stereotipi. La storia della prima donna che conobbi non mi fece dormire la notte. Arrivò scortata con i figli; era stata stuprata più volte dal marito, aveva bruciature di sigarette su tutto il corpo e una bruciatura di ferro da stiro sul volto. Scoprimmo che inviava lettere d’amore al compagno che era in carcere; dopo poco ritirò la denuncia e lasciò il centro.  La prima cosa che ho imparato é stato sospendere il giudizio prima ancora di ascoltare la storia di violenza». La  violenza non é una malattia mentale, ma  una scelta che la legge punisce severamente. È su questo punto che si è soffermata l’avvocato Maria Antonietta De Girolamo, indagando su quali sono i segni per riconoscere la violenza domestica e l’iter per denunciarla. Denunciare è il primo passo per sconfiggere la violenza.

 

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