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La beffa dell’EVI: è in liquidazione, perde il ristoro del “Sostegni Bis”

L’azienda che gestisce acquedotto e fognature sull’isola avrebbe potuto vedersi riconosciuta una fetta anche consistente dei 4 milioni di euro perduti a causa del covid: ma la mancata revoca della liquidazione non le hanno inserito di entrare tra i soggetti beneficiari. E questo dopo sette bilanci consecutivi in attivo. Ma adesso…

L’acqua è poca, verrebbe voglia di dire. Se non fosse che la citazione potrebbe essere – per quanto ironica – di pessimo gusto, dal momento che la vittima dell’ennesimo provvedimento governativo discutibile (in tempi di covid, pur con tutte le attenuanti del caso, non è certo il primo) si occupa proprio di gestire tra l’altro un servizio di vitale importanza come quello idrico. In un momento in cui tutti gli enti se la passano non proprio alla grande, succede che ancora una volta l’EVI spa – gestore del servizio di acquedotto e fognature sull’isola d’Ischia – non potrà usufruire di contributi e finanziamenti nazionali, sebbene abbia subito un severo calo di fatturato a causa della crisi economica provocata o aggravata dal Covid 19. L’azienda idrica ischitana, purtroppo, non rientra tra i beneficiari neanche dell’ultimo intervento governativo, risalente a pochi giorni fa, volto a dare sollievo e sostegno ad imprese e categorie: il cosiddetto “Sostegni bis”, vale a dire il decreto legge n. 73/2021, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 123 del 25 maggio 2021.

Non c’è possibilità alcuna di una interpretazione sbagliata, purtroppo è tutto (drammaticamente per l’Evi) chiaro. Ogni possibile dubbio, infatti, viene fugato dal due circolari dell’Agenzia delle Entrate, la n. 22/E del 2020 e n. 5/E del 2021. In particolare, il documento del 2020 chiarisce: «L’attività delle imprese in fase di liquidazione, anche volontaria, è generalmente finalizzata al realizzo degli asset aziendali, per il soddisfacimento dei debiti vantati dai creditori sociali e per il riparto dell’eventuale residuo attivo tra i soci. In linea di principio, quindi, in tutte le ipotesi in cui la fase di liquidazione sia stata già avviata, alla data di dichiarazione dello stato di emergenza Covid-19 (al 31 gennaio 2020, Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020), non è consentito fruire del contributo qui in esame, in quanto l’attività ordinaria risulta interrotta in ragione di eventi diversi da quelli determinati dall’emergenza epidemiologica COVID-19. Diversamente, considerata la ratio legis della disposizione normativa che disciplina il contributo, sono inclusi nell’ambito applicativo della norma i soggetti la cui fase di liquidazione è stata avviata successivamente alla predetta data del 31 gennaio 2020». Quindi, siccome l’EVI è in liquidazione da prima dello scoppio dell’epidemia mondiale da Coronavirus, non ha diritto a ricevere alcun aiuto: aiuto che, va da sé, non serve tanto a pagare gli stipendi del personale, ma a far proseguire l’azienda sulla linea dell’efficienza nei settori idrico e fognario.

A questo punto si impongono delle considerazioni, che nascono spontanee soprattutto perché almeno da un anno e mezzo si parla di una possibile revoca della liquidazione dell’azienda, che se fosse arrivata avrebbe consentito di ottenere – sembra – una fetta consistente di una somma che si aggira attorno ai quattro milioni di euro, quello che cioè rappresenta la perdita maturata a causa della pandemia. E capirete che non si parla certo di quattro spiccioli. Ed è chiaro che quanto accaduto evidenzia un paradosso non certo italiano ma soltanto isolano. L’EVI, come ricordano i più attenti, è in liquidazione addirittura dal 2008 ossia da tredici anni. Una prassi assolutamente inusuale, di fatto la “bottega” avrebbe dovuto chiudere i battenti se non fosse che non può “abbassare la serranda” un’azienda che gestisce un servizio delicato, prioritario e indispensabile, come quello che gestisce acqua e fogne. Tra l’altro non si può ricordare come all’epoca la scelta della liquidazione fu causata da motivi più politici che non di natura finanziaria, se si consideri il fatturato che comunque l’EVI già produceva. Poi sono arrivati anche sette bilanci positivi ossia conclusi in attivo ma nonostante questo i sindaci non hanno inteso riportare l’azienda “in bonis”. E non va dimenticato che i primi cittadini e dunque la politica costituiscono i componenti dell’assemblea del Consorzio pubblico CISI, che detiene l’80% della EVI spa. Insomma, di fatto lo spartito è nelle moro mani e possono suonare qualsiasi “musica”. Fin qui, però, le note della revoca della liquidazione ancora non si sono udite ed è chiaro che la cosa comincia quantomeno a destare qualche perplessità, per usare un eufemismo. A proposito: quest’anno, e forse anche il prossimo, il bilancio dell’EVI, per la prima volta dopo sette anni, andrà in leggero passivo: questo a causa, come detto, della crisi dovuta al Covid (che ha fermato moltissime attività commerciali e tutte quelle ricettive e di ristorazione). Adesso la scusa per lasciare tutto inalterato c’è: indubbiamente non si può togliere dalla liquidazione un’azienda in deficit. Ma perché non si è fatto nei sette anni in cui il bilancio è stato florido? Misteri ischitani…

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