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La Cassazione chiude il contenzioso tra Comune e “Liprone”

La Suprema Corte ha riconosciuto la legittimità della procedura usata dall’ente di via Iasolino, difeso dall’avvocato Francesco Cellammare, per recuperare gli importi dovuti dal contribuente

La Cassazione mette la parola fine alle annose controversie che per un decennio hanno visto contrapposti un cittadino ischitano e l’ente di via Iasolino, e alle sue conseguenze erariali. Controversie di carattere tributario-fiscale, a cui la Suprema Corte ha messo il definitivo sigillo con due ordinanze emesse dalla Terza Sezione Civile, che sotto alcuni aspetti vanno considerati come innovative dell’orientamento giurisprudenziale perché si riconosce la legittimità della procedura seguita dal Comune di Ischia, rappresentato dall’avvocato Francesco Cellammare, per ottenere il versamento dell’imposta comunale sugli immobili. Una procedura fortemente messa in discussione negli anni scorsi, con grave danno per le casse dell’ente.

Ischia

Entrambe le controversie, praticamente analoghe, furono originate dal fatto che l’ente aveva emesso alcune ingiunzioni fiscali per recuperare gli importi dovuti: sulla base di tali ingiunzioni iniziò l’esecuzione forzata nella forma dell’espropriazione presso terzi, pignorando crediti vantati dal contribuente.

In entrambi i casi, il signor Mario “Liprone” Impagliazzo aveva proposto opposizione esecutiva contro tali pignoramenti, fondandola su una serie di motivazioni: innanzitutto di non avere mai ricevuto la notifica delle ingiunzioni, e poi sulla circostanza di non aver mai ricevuto un “atto di intimazione redatto dal responsabile del procedimento”. La terza motivazione era riposta nel fatto che per il recupero del credito in questione non era consentito all’amministrazione ricorrere alla procedura prevista dall’articolo 5 del Rd. 639/1910 e che di conseguenza il Comune non poteva vantare alcun titolo esecutivo. Infine, secondo l’opponente l’amministrazione era decaduta dal diritto di esigere il proprio credito e comunque quest’ultimo era da considerarsi prescritto. Il Tribunale aveva però rigettato le opposizioni. Stesso esito davanti alla Corte d’Appello di Napoli. Secondo la sentenza d’appello, in quella sede le contestazioni si ridussero a due, e cioè l’impossibilità del Comune di Ischia di riscuotere crediti tramite il regio decreto, e la conseguente decadenza del Comune dal proprio diritto.

In merito a tali questioni, la Corte d’Appello ritenne che all’amministrazione comunale è consentito riscuotere i crediti tributari attraverso l’ingiunzione fiscale ai sensi del Rd 639/1910, e che sussisteva il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in ordine al secondo motivo.

Secondo i giudici della Terza Sezione Civile, il Comune di Ischia ha correttamente utilizzato l’ingiunzione fiscale come mezzo per riscuotere i propri crediti tributari. Respinto il ricorso, nel quale si affermava l’avvenuta abrogazione di tale modalità e la prescrizione del credito

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Le sentenze d’appello sono state poi impugnate davanti alla Corte di Cassazione con ricorso fondato su due motivi. Il primo di essi consisterebbe sostanzialmente nel fatto che l’amministrazione comunale non possa procedere a esecuzione forzata sulla base di una ingiunzione fiscale. Il cittadino sosteneva infatti che l’ingiunzione fiscale può avere solo valore accertativo, ma “non può essere azionata in forme diverse dalla riscossione a mezzo ruolo tramite concessionario della riscossione”, fondando tale conclusione sul fatto che la possibilità di riscuotere i tributi tramite ingiunzione sarebbe stata abrogata dal Dpr 43/1988, abrogazione che sarebbe stata confermata sia dal d.l. 209 del 2002 sia da successive decisioni giurisprudenziali.

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Tuttavia la Cassazione ha ritenuto infondati i motivi a base del ricorso, spiegando che l’obbligo per le amministrazioni comunali di riscuotere le proprie entrate mediante ruolo, e il declassamento dell’ingiunzione fiscale da titolo esecutivo a mero atto di accertamento, ha avuto nel nostro ordinamento una vita relativamente breve. Introdotto nel 1988, quell’obbligo venne abrogato già nel 1997, e – spiegano i giudici di Cassazione – il legislatore ha più volte ribadito tale abrogazione. Infatti di D.lgs. 446/1997 stabilità che la riscossione coattiva dei tributi potesse avvenire, alternativamente, o mediante ruolo, o con ingiunzione fiscale, “se svolta in proprio dall’ente locale”. Dunque una facoltà, quella di ricorrere al ruolo, ma non un obbligo, e comunque una facoltà definitivamente espulsa dall’ordinamento nel 1999 col “Riordino del servizio nazionale di riscossione”, quando per gli enti locali veniva fatta salva la norma che consentiva il ricorso all’ingiunzione fiscale. Nel 2007, poi, il legislatore col decreto legge 248 ristabilì che “la riscossione coattiva dei tributi degli enti locali continua poter essere effettuata con la procedura dell’ingiunzione di cui al Rd 639/1910”. È questo il punto focale che, per la Corte di Cassazione, rende evidente il fatto che il Comune di Ischia ben poteva riscuotere i propri crediti tributari attraverso l’ingiunzione fiscale. Una motivazione che spazza via gli argomenti secondari posti a fondamento di ciascuno dei due ricorsi, mentre il secondo motivo dell’impugnazione è stato considerato assorbito dal rigetto del primo. La Corte ha quindi rigettato entrambi i ricorsi, condannando l’Impagliazzo a rifondere a favore del Comune di Ischia le spese del giudizio liquidate in 6200 euro per ciascun procedimento. Decisioni che gettano una definitiva luce sui residui dubbi circa la possibilità per gli avvocati degli enti locali di utilizzare l’ingiunzione fiscale per ottenere il versamento delle imposte.

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