LE OPINIONI

IL COMMENTO La cultura si cancella

DI LUIGI DELLA MONICA

Nei miei ultimi articoli prendevo in prestito dalla “Divina Commedia” la frase: “fatti non foste a viver come bruti”, ma evidentemente le mie parole riscontro che sono come polvere di sabbia mosse dal vento. Ho letto con grande dolore che Forio perderà il suo cinema. Il Maestro Tornatore, nella pellicola intramontabile ed indelebile, incastonata nel firmamento dello star system dell’umanità intera, “Nuovo Cinema Paradiso”, ci narrava con la malinconia di un bambino, divenuto adulto e famoso, la storia evolutiva della cultura del suo paesello e della rilevanza del cinema all’interno dalle comunità. Si fa tanto cicaleggio che l’isola d’Ischia, negligentemente a mio sommesso avviso priva di un teatro stabile, debba ricevere la stessa attenzione e dignità della terraferma, ma si rimane inermi ed inerti di fronte a questo disastro culturale per il versante foriano. Proprio quel lato dell’isola, baciato dalla rinascita della movida, dal fiorire di attività promozionali del territorio, riceve il pugno in pieno viso dell’evento dei duecento turisti inferociti dal presunto “cattivo servizio” e della chiusura del cinema “Delle Vittorie”.

Non mi soffermo sulle motivazioni imprenditoriali e nemmeno colpevolizzo la proprietà, nella giungla delle tasse, dei costi di gestione e delle tariffe energetiche locali, che a Dubai, terra del petrolio, sono erogate dai pannelli solari, che in certo qual modo ad Ischia intera vengono demonizzati. Intendo segnalare il vulnus che nel cuore della comunità foriana, ma isolana in genere, questo evento potrà ingenerare. Un cittadino di Serrara Fontana, ad esempio, con la notevole criticità dei parcheggi, dovrà raggiungere via Francesco Sogliuzzo in Ischia, percorrendo circa 45minuti di auto\moto, per andare al cinema? La scelta la comprenderete bene: uno su cinque, ma anche direi tre, decideranno di rinunciare alla celluloide. Si perde un punto di aggregazione sociale, che riunisce trasversalmente anziani e giovani, verso un bacino di utenza potenzialmente riferito ad una platea di circa 20\30mila persone. Senza cinema, senza teatro, noi ischitani che proveniamo da una cultura istrionica di circa 3mila anni or sono, siamo spiritualmente morti. Non intendo invadere il campo dei ministri di culto cattolico\cristiano, ma mi riferisco a quella parte dell’anima che non viene coltivata dalla religione, ma che si fortifica e nobilita nella cultura“fatti non foste a viver come bruti”.

“Nuovo Cinema Paradiso” ci spiegava che un bambino fraternizzava con un addetto alla proiezione, il monumentale Philippe Noiret de “Il Postino” o di “Amici miei”, crescendo tra un film di Totò ed un western americano, imparando pillole di vita, vissuta sia dal lato degli spettatori, sia dal lato del tecnico di sala, sia dal lato delle maschere. Qualcuno potrebbe replicarmi che siamo nell’era digitale, delle piattaforme in streaming, ma posso contestare questo pensiero, perché ancora oggi i cinema riescono ad aggregare tante persone, entusiaste e gioiose di avere, dopo l’esperienza cupa e nefasta del Covid19, una occasione di uscita e di esperienza umana di interazione con altri soggetti accomunati dalla passione per un dato genere culturale, comico o drammatico, con il quali si radunano in quella sala cinematografica, magari scambiandosi pensieri e riflessioni. Questa medicina spirituale vale per gli adulti, come per i bambini, i quali gioiosi scorazzano sotto lo schermo gigante, emozionati ed elettrizzati dallo spettacolo macroscopico del cinema, che non è paragonabile alla casa, in alcun modo. Indossare un bel vestito per farsi vedere, fumare fuori dalla sala nell’intervallo, chiacchierare con un\a sconosciuto\a sulla tematica del film, sono tutti aspetti che in misura minima, ma sensibile, accarezzano l’anima ed arricchiscono la vita quotidiana di una comunità.

La chiusura, la fine di un’epoca, incupiscono menti e coscienze, tanto da far affermare, soprattutto ai giovani, “qua non c’è niente, andiamo via”. D’accordo, un solo cinema chiuso non può descrivere un quadro depressogeno fosco, ma nessuno può negare che una piccola tessera del mosaico della perfezione e della grande bellezza isolana può esserne pregiudicata. L’evento dei duecento turisti, che alcuno maliziosamente ha voluto definire napoletani, i quali si sarebbero lamentati della qualità del servizio ricevuto la dice lunga sulla crisi di identità culturale che stiamo vivendo. Un vecchio adagio diceva: “prevenire è meglio che curare”, ma mi sembra che la visione preventiva del futuro della intera isola sia totalmente cibo per menti folli o scollegate dal duro e becero pragmatismo imperante fra noi. Cosa comanda il pragmatismo? Strade e piazze vuote o svuotabili alla bisogna per grandi eventi all’aperto, nessuna attenzione per i grandi e piccoli siti al chiuso, per destinarli ad eventi culturali di spessore e di alta qualità culturale, assoluta attenzione per ogni metro quadrato destinabile alla locazione, alla ospitalità alberghiera, alla ristorazione. Ciò che concerne la prevenzione di una doglianza di duecento persone, che sono un potenziale danno di immagine moltiplicato per 10 per ogni ospite, in virtù del passaparola, senza neanche considerare la devastazione che ingenera una recensione negativa sulle piattaforme digitali, viene lasciato completamente al caso.

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Non ho approfondito sulla denominazione della struttura, sia perché errare è umano, sia perché immagino che tante pubblicità ingannevoli sulla c.d. vacanza rovinata, spesso incentivate anche da miei colleghi forestieri non proprio ortodossi, ma posso comprendere che i fruitori della notizia cercheranno di generalizzare in negativo su tutta l’isola e che i vicini del luogo del presunto misfatto faranno a gara per distanziarsi. Nessuno mi venga a raccontare che ricevendo richieste di spiegazioni da parte di amici o di conoscenti forestieri un ischitano di Ischia Ponte o di Casamicciola non sarà tronfio nel replicare: eh…ma che vuoi fare è successo a Forio, da un’altra parte”. In questo modo, disuniti, mi duole dirlo, si perde tutti, non solo i cugini foriani. Si perde senza una visione di insieme collettiva fra i sei comuni, perché con ogni misura preventiva deve accogliere, coccolare, vezzeggiare quel turista che nonostante il blocco aereo di Sharm El Sheik e le terme chiuse in ogni dove ad Ischia, ha scelto di recepire il tanto sofferto messaggio di venire sull’isola anche in inverno e durante le festività natalizie. Non bisogna voltarsi dall’altra parte con la faccia, se un cinema chiude, se un teatro non ci sarà mai, o se 200 turisti mettono a ferro e fuoco un albergo, perché i problemi sono interconnessi fra tutti gli isolani, che nell’era della globalizzazione e dei grandi eventi devono dismettere l’ascia della guerra fra vicini e pensare alla maniera della Costiera Amalfitana, della Penisola Sorrentina ed a poco, a poco, della costa di Bacoli.

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