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La forza del Napoli senza i grandi fatturati

Una domenica senza campionato serve a raffreddare i bollenti spiriti, nel sensobuono: un po’ di unguento sulle ferite, un po’ di ghiaccio sugli entusiasmi esagerati. Ma dopo una bella partita dell’Italia serve anche a riflettere. Soprattutto sulle balle cinesi che circolano da anni in libertà. Un antico collega sparito da anni teneva una rubrica sul giornale sportivo la domenica mattina, “Parole in libertà prima dell’ingresso in campo”. Erano quisquilie, pinzallacchere, cazzatelle: ma divertivano perché la partita di pallone era un divertimento. Un editoriale del direttore della “Gazzetta” ieri ci ha rappresentato una storica deviazione del calcio da gioco a business con tutto quello che ne consegue. Compreso il timore che ci si stia avvicinando – se già non ci siamo – alla falsificazione di un evento che da oltre un secolo produce passione. Dicevamo della Nazionale: presentata come una squadruccia di italianuzzi pressocché estranei al movimento esotico che manda in campo ogni settimana almeno il 55% di stranieri e comunque rinforzata da “mezzi italiani” come Eder e El Shaarawy (così dicono gli stessi che hanno difficoltà a riconoscere l’italianità di Balotelli) riesce a qualificarsi anzitempo per gli Europei esaltando soprattutto l’attacco, dopo aver pensato a costruire una difesa decorosa. Come il Napoli. E non venite a dirmi che l’Azerbaijgian è robetta; già abbiamo pagato un paio di Coree, Nord e Sud; ma soprattutto ricordate – pensando al teorema di De Laurentiis – che questi “paesotti”, vedi anche il Turkmenistan, hanno un fatturato petrolifero invidiabile per l’Italietta che cresce dell 0,9%. Ma torniamo al Napoli. In questo campionato, che i critici spesso incompetenti vanno da tempo descrivendo come il Cenerentolo d’Europa, si assiste, grazie a Sarri, ad un’insolita quanto pregevole qualità del gioco. Ed è bello registrare come tutto questo non avvenga per ragioni di fatturato (le centinaia di milioni spesi da Milan e Juve presentano un rendimento piuttosto basso) ma per il lavoro che un maestro non giovane d’età, ma fanciullo di passione, sta svolgendo da quando gli hanno affidato una squadra che pareva più grande di lui, della sua modestia… estetica, per quella tuta che indossa e per l’eloquenza misurata che danneggia i cronisti spropositati. Avviso i naviganti che questo Sarri non l’abbandonerò neanche se la navicella azzurra dovesse affrontare gran tempesta; non l’abbandonerò perché mi ha restituito il piacere di vedere calcio e partecipare a una festicciola che antichi amori mi negano proprio perché negati al nuovo, alla fantasia, al calcio vero che non tramonterà mai. Arriva la Fiorentina e se fate caso la partita col Napoli viene presentata come una partita di pallone, senza angosciarci con le avventure finanziarie di Della Valle (ch’è anche editore della “Gazzetta” e del “Corsera” come l’Elkann juventino cui dà ogni tanto dello scemotto) o le fantasie iperboliche di Don Aurelio che si sforza di spiegare com’è arrivato a Sarri e basterebbe che s’accontentasse di applaudire lui e la propria fortuna. Pare che Sarri e Sousa abbiano in mente – e in mano – due tipi diversi di calcio, ma non è vero: entrambi hanno conoscenza di una realtà che molti allievi di Sacchi respingono: in campo ci sono anche gli avversari. Mi aspetto che la prossima sfida del San Paolo sia bella e appassionante come film già visti con Lazio, Juve e Milan: ma che sia giocata con intelligenza affinché alla fine vincitori e vinti (o pareggianti) possano essere applauditi come protagonisti di un campionato che non ha nulla da invidiare al resto d’Europa.

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