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La funzione trasformatrice dello psicodramma

di Francesco Frigione

L’Autore affronta, in due puntate, l’azione trasformatrice della pratica psicodrammatica in campo clinico e sociale, partendo dall’analisi filologico-filosofica di Giorgio Colli,  che ha dato uno sviluppo originale alla celebre opposizione nietzschiana tra “Dionisiaco e Apollineo”.

 

LA FUNZIONE TRASFORMATRICE DELLE PSICODRAMMA

Alla luce dell’opposizione tra “Apollineo e Dionisiaco” elaborata da Giorgio Colli – parte prima

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Il filologo-filosofo torinese Giorgio Colli

 

“Al voluto tacere, al calcolato

parlare, al denigrare senza

odio, all’esaltare senza amore;

alla brutalità della prudenza

e all’ipocrisia del clamore.

Avete, accecati dal fare, servito

il popolo non nel suo cuore

ma nella sua bandiera: dimentichi

che deve in ogni istituzione

sanguinare, perché non torni mito,

continuo il dolore della creazione. ”

Récit, Pierpaolo Pasolini

 

Destrutturazione e palingenesi dionisiaca dell’approccio socio/psicodrammatico

Psicodramma e Sociodramma, come tutti sanno, sono metodi psicologici “creati” da Jacob Lévi Moreno (1889 –  1974). Benché, sin dagli anni ’20 del secolo scorso, siano stati sviluppati come terapie di gruppo e comunitarie in ogni campo dell’azione clinica, psicosociale e delle organizzazioni lavorative ci sfugge  ancora l’entità del loro potenziale rivoluzionario. L’approccio socio/psicodrammatico appare, infatti, costantemente teso a destrutturare l’ordine costituito di un gruppo o di una comunità per instaurare – attraverso una fase psicofisiologica e mentale di caos – un nuovo equilibrio.

Non può darsi diversamente, dato che la metodologia affonda nella tradizione dionisiaca della cultura occidentale e ne esprime, nel profondo dei propri processi,  la tensione violenta e dilaniante, la forza catartica e l’afflato spirituale a superare i limiti contingenti.

  

“Dionisiaco” e “Apollineo” nell’antichità

Nella complessa e sfuggente realtà religiosa dell’antica Grecia, il culto di Dioniso era centrifugo rispetto all’ordine costituito della pólis. Lo testimoniano i riti che dalla dimensione urbana conducevano i tiasi – i corteggi dei fedeli, guidati dai sacerdoti e seguiti dalle menadi invasate – alla selva. In questo luogo ferino, emblema dell’oscurità cosciente e della natura istintuale dell’essere umano (ricordiamo che lo è ancora nella Commedia dantesca), i fedeli raggiungevano l’estasi divina attraverso la possessione orgiastica, ed espletavano il diasparagmos, ossia il sacrificio rituale di una vittima fatta a brandelli e consumata cruda dal gruppo. Detto incidentalmente, oggi, questo cerimoniale – di cui è evidente il parallelismo con l’eucarestia cristiana – adottando il linguaggio psicoanalitico di Franco Fornari (1921 – 1985), lo definiamo accomunamento introiettivo, ovverosia un pasto simbolico teso a generare fratellanza.

Al termine dell’orgia dionisiaca, infatti, si stabiliva un nuovo ordine nel gruppo. Appare chiaro che questa capacità trasformativa del collettivo e delle individualità spieghi come i misteri dionisiaci (su cui, in epoca tarda, si è innestata la tradizione soteriologica orfica), insieme a quelli Eleusini (legati alla tenebrosa vicenda di violenza, disperazione, morte e rinascita di Demetra, Kore e Ade), siano stati per duemila anni il fulcro della religiosità del popolo Greco. La parola “misterico”, d’altronde, deriva da mystós, ossia muto, con la bocca sigillata per non svalorizzare un’esperienza ineffabile ed eccedente la ragione. Questa prevedeva vari livelli di iniziazione individuale e, al contempo, comportava per l’intera pólis un’esperienza palingenetica.

Sono esemplari in tal senso le feste ateniesi delle Anesterie, che duravano tre giorni e si celebravano in inverno. I quattro mesi invernali erano anche quelli in cui  Apollo “si ritirava nelle terre iperboree” lasciando a Dioniso “il controllo” del celebre santuario di Delfi, un avvicendarsi che denuncia la sua sostanziale complementarietà con Apollo. Agli strali di quest’ultimo, divinità del sogno e dell’immaginazione, gli Antichi attribuivano sia la malattia che la cura (ricordiamo che il figlio Asclepio ne è un’emanazione, la quale soltanto con il trascorrere del tempo acquisisce un carattere autonomo). I templi di Apollo si ergevano di solito dentro le mura cittadine ed egli era il dio al quale – con la sorella Atena – si affidava l’educazione degli efebi, ossia la formazione dei giovani cittadini e il regolamentato avvicendarsi delle generazioni alla guida delle città-nazioni.

 

Apollineo e Dionisiaco nella riflessione filosofica di Giorgio Colli

La mano luminosa di Apollo – dio anche delle arti – genera forme di assoluta bellezza, armoniche, equilibrate, quelle che ritroviamo nella statuaria greca. Essa impone anche all’individuo limiti di ordine fisico, sociale, relazionale, traccia confini invalicabili, costringendo l’uomo all’accettazione assoluta del Fato, dell’Anánke, della Necessità inesorabile. E’ questa la potenza trascendente e superiore alla quale bisogna assoggettarsi senza incorrere in alcun conflitto interiore.

Il sentimento che riflette  nel cuore dell’uomo l’Apollineo è lo phthónos, che solo riduttivamente – afferma Giorgio Colli (1917 – 1979), grande filologo e filosofo torinese – potremmo definire «gelosia», «invidia», «malevolenza», «interesse a far trionfare la propria individualità fenomenica» (cfr. Giorgio Colli, Apollineo e Dionisiaco, Adelphi, Milano, 2010). Di fatti, queste tensioni erano vissute dai Greci, in modo freddo, non passionale e  impersonale, alla stessa maniera con cui sentivano abbattersi su di loro la violenza di Anánke.

Proprio alla riflessione di Colli, mi rifarò per calare nella pratica socio/psicodrammatica la polarità “Dionisiaco – Apollineo”, descritta per la prima volta da Friedrich Nietzsche (1844 – 1900) nel suo saggio sul La nascita della tragedia e lo spirito della musica (1872).

Di fatto, Colli estende la portata dei due termini oltre il terreno dell’etica e accosta il rapporto tra “Dionisiaco – Apollineo” a quello tra Volontà e Rappresentazione in Arthur Schopenhauer (1788 – 1860), pur senza condividere il misantropico pessimismo del filosofo di Danzica.

Colli attribuisce un esplicito valore metafisico ai suoi concetti: li pone come aspetti complementari che dialogano all’interno di un continuum di esperienza fisica, psicologica e spirituale. Il noumeno, vissuto psichico e non solo pensiero, pertiene al Dionisiaco, mentre il fenomeno riguarda l’Apollineo.

Detto en passant, la storia dei concetti di Apollineo e Dionisiaco assume, in giorni di drammatica crisi sociale e ideale dell’Europa, connotati di ancora maggiore attualità. Nietzsche s’immerse nell’abisso della Grecia antica per scuotere le coscienze di un’Europa paralizzata da forme di pensiero materialistiche o idealistiche astratte, e per tale motivo – come direbbe Hanna Arendt (1906- 1975)- virtualmente totalitarie; egli le vede, infatti, prive dell’esperienza profonda e autentica della vita. Negli stessi nervi scoperti di Nietzsche deflagrò la crisi della propria cultura, crisi che egli colse nell’accezione etimologica di «scelta, decisione, fase decisiva di una malattia» (Dizionario Enciclopedico Treccani, vol. I).

E’ un triste paradosso che, grazie alle manipolazioni naziste, l’autore tedesco sia stato a lungo arruolato nelle schiere dei precursori del Terzo Reich. Ed è anche un merito enorme di Colli (e del suo brillante allievo Mazzino Montinari) averci restituito un Nietzsche più veridico, dimostrando le distorsioni e i falsi operati dalla sorella del filosofo, Elisabeth, aperta antisemita.

Tornando a Colli, il Dionisiaco tende, oppostamente all’Apollineo, all’interiorità (thymós). Sebbene si manifesti inizialmente su un piano collettivizzante, lo slancio di cui è dotato valica i limiti esteriori e superficiali degli oggetti mentali e crea spessore e fluida profondità all’esperienza.

Invece l’aspetto insidioso della spinta dionisiaca era ben chiara ai Greci e si chiamava hýbris, «tracotanza», l’ambizione smisurata e devastante tipica, in ambito politico, del governo tirannico. Se, tuttavia, ci rivolgiamo al panorama psicologico, potremmo considerare la hýbris come caratteristica della “tirannide psicotica” nei confronti della capacità psichica di vivere la realtà attraverso un fare poetico e  metaforico.

***

Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

 

L’EVENTO DEL MESE:

Sabato 10 settembre 2016 – dalle ore 15:15 alle ore 18:30, in Via Giulio Iasolino, 112, a Casamicciola Terme (Ischia), il professor Frigione condurrà un seminario psicodrammatico sul tema

“LEGAME E LIBERTÀ”.

Prenotazione obbligatoria al numero: +39 393 9406458.

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