La giornata d’oggi del rinvio: San Giovan Giuseppe della Croce, il pontificale del Vescovo Carlo Villano, i miracoli del Santo, la partita tra “proconigli e pescecani” e le vignette della pittrice Angela Impagliazzo
I miracoli del Santo concittadino San Giovan Giuseppe della Croce - Il miracolo del suo bastoncino e quello del figlio di 4 anni della Marchesa Spada - Un’altra volta era andato in Duomo a baciare l’ampolla contenete il sangue liquefatti di San Gennaro. Per la grande folla che lo urtava, da ogni parte, gli cadde di mano il bastone e non gli fu più possibile riprenderlo. Trasportato dalla ressa sotto il pulpito, mormorò: “ San Gennaro mio, io non voglio andare in carrozza, non voglio andare in calesse, non voglio andare in sedia all’ospizio di ghiaia, ma senza la mazza come farò ?”. Non aveva ancora terminato l’orazione che vide il bastone venire verso di sé volando sulle teste della folla trasecolata. - Nella rappresentazione della vita del Santo piena di miracoli, c’è un episodio di una spiccata morale che lascia riflettere, che riguarda una nobildonna napoletana, la Marchesa Spada di cui frate Giovan Giuseppe era il confessore preferito. La Marchesa Spada aveva perso un figlio di 4 anni a causa del vaiolo. Lo amava tanto che pregò il Santo di restituirglielo vivo,benché le avesse predetto che, crescendo, sarebbe diventato la vergogna della famiglia…
Ieri è tornato a Ischia Ponte il Vescovo emerito Pascarella a officiare il sacro rito della imposizione delle ceneri ai fedeli che nel Santuario dello Spirito Santo, nella giornata del 5 marzo ove si onora San Giovan Giuseppe, con un occhio ammiravano il Santo Patrono e con l’altro seguivano Pascarella che espargeva ceneri sulla loro testa. Questa mattina 6 marzo, il giono del rinvio, ci sarà il Vescovo Villano a concelebrare con il Provinciale dei FFMM padre Amodio e col parroco Don Pasquale Trani la messa eucaristica alle 9.30 con l’atteso Pontificale.
Alle 12,30 la Supplica al Santo, ALLE 15,00 la messa nella Caooella del Castello, alle 16,00 la messa nella chiesetta della Bambenella alla Mandra, alle 16,30 messa solenne nel Santuario presdieduta dal Superiore dei Frati Minori Padre Mario Lauro. Al termine translazione e trasferimento della Sacra Urna dorata con le spoglie mortali di San Giovsm Giuseppe al Convento di San Antonio alla Mandra. Dal 1945 al 1950 gli ischitani di Ischia Ponte e di Villa dei Bagni al Porto, festeggiavano la giornata festiva di ieri 5 Marzo (rimandato liturgicamente a oggi 6 marzo), dedicato al Santo Concittadino Giovan Giuseppe della Croce, con un avvenimento sportivo davvero singolare che richiamava nelle prime ore pomeridiane, appena dopo pranzo, più gente possibile, giù al largo spiazzo delle alghe, poi battezzato lo “stadio delle alghe” ed oggi ufficialmente Piazzale della Alghe, per la strana quanto divertente partita di pallone, dove i gol segnati venivano contati col pallottoliere, fra le risate spensierate dei numerosi spettatori accorsi, forse ancora col…boccone in bocca. Questi erano gli stessi che al mattino, siamo nell’anno 1948, vestiti con l’abito della festa, avevano assistito, come anche negli anni precedenti, al pontificale del Vescovo di Ischia Mons. Ernesto De Laurentiis delle ore 9,00 ed alla messa di mezzogiorno del parroco Don Agostino d’Arco nella vicina chiesa dello Spirito Santo dove per l’appunto, si venerava e si venera, la settecentesca statua del Santo protettore. Lo si vedeva, l’entusiasmo era a mille, anche perchè quel singolare avvenimento sportivo-teatrale era stato annunciato qualche giorno prima con uno scoppiettante manifesto, si fa per dire, scritto a mano e partorito dalla fervida fantasia, del compianto Sparaspilli, al secolo Giovanni Lauro. Il manifesto-annuncio recitava così: “Cittadini e paesani attenzione ! sabato 5 marzo alle ore 3 del dopo mangiato allo stadio delle alghe grande incontro di “calci” PROCONIGLI e PESCICANI – qui seguono le formazioni. Per arbitro don Andrea Monti , Guardialinee Gino Cacciapuoti e Scisciò Morandi. Giudice di campo Zio Tito. Supervisore Giannino Messina. E, in fondo al manifesto si leggeva: entrata gratis.
Elenco giocatori: Nerone, Scipione, Zembrone, Ricchiella, Cartusciello, Ngiulella, Zizzimbò, Mangiazoccole, Scugnato, Pellegrino, Raustaro, Cazzillo, Pannazzaro, Taliano, Sarzano, Ricchiulillo, Perrillo, Bacchittone, Panzone, Girepitt”. Un paio di giorni prima di quel 5 marzo del 1948, il banditore Tore ‘e Carretta, a voce alta per tutte le strade del paese, lanciava a suo modo l’importante proclama alla popolazione con le seguenti parole:”Popolo, sentite, sentite, sentite, sabato 5 marzo c’è la grande sfida del pallone, i Proconigli si scontrano con i pescicani”. E così fino al giorno della partita, dove la gente rispose compatta e si ritrovò, gomito a gomito a seguir quello storico incontro, che non era il primo, e nemmeno l’ultimo, almeno fino al 1950 ed anche 1951. Le formazioni in campo si identificavano con due nomi improvvisati: “Bomba Atomica” e “ Texas” e venivano accompagnati in campo da una spettacolare sfilata che partiva dal palazzo dell’Orologio fino al terreno di gioco dove due sedicenti tenori, Mastu Giorgio Sorice e Francisco u’ Sargente prima della partita cantavano insieme la nota canzone napoletana “’O surdato Nammurato”. Alla sfilata vi prendeva parte anche la Ndrezzata che con la sua esibizione al centro del campo delle Alghe e con lo sparo degli immancabili tric trac, si dava l’avvio alla partita-spettacolo. E che spettacolo, se si tiene conto della cornice di pubblico festante che circondava l’arena, sistemato, con il folto gruppo dei seminaristi in testa, sul muraglione, dietro le porte, sulle case e sul terrazzino centrale che fungeva da tribuna d’onore,ove vi prendevano posto il Vescovo De Laurentiis, il parroco dello Spirito Santo Don Agostino D’Arco, il parroco della Cattedrale don Vincenzo Cenatiempo, il canonico Polito, Mons. Onofrio Buonocore, il Gerarca Tallarico, il Sindaco di Ischia Vincenzo Telese, il Generale Efisio Marrasi, Capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, il Comandante del Palazzo Reale e quello della Capitaneria di Porto. Il tutto condito dalla presenza della banda musicale Città di Ischia che diretta dal maestro Sasà Tabor intonò la musica della canzone “Addo sta Zazà”.
Quei giocatori in campo, dai noni indefinibili, ormai in età matura, erano le vecchie glorie da un passato sportivo notevole, prima con la forte squadra del Littorio e poi con la prima A.S. Ischia. Costoro si costituirono in due circoli sportivi, la Pro Ischia con sede a Villa Bagni, ossia Porto d’Ischia e la Robur a Ischia Ponte. I loro veri nomi vale la pena ricordarmi, e cioè: Commitante, De Simone, Ferrandino, Trani, Terzuoli, Nino D’Amico, Sorrentino, Ungaro, Calise, Cigliano, Di Meglio, Di Massa, Salzano, Pilato, Filiberto, Scipione, Califano, Barile, Lauro, Migliaccio, Prota, Mattera, Messina. Tutta gente bene inserita nel tessuto sociale locale, chi con mestieri e chi con professioni di successo. A riportarli in campo, sebbene col fiato corto e pancetta prospiciente, fu proprio Sparaspilli che oltre a coniare i nomi delle due squadre contro, ideò la festa con tutti i suoi contorni, dentro e fuori del campo da giocatore protagonista e da inimitabile mattatore. Sparaspilli,fino al giorno della sua scomparsa alla veneranda età di 94 anni, era l’ ultimo superstite, di una brigata di giovanotti del tempo,che a modo loro seppero scrivere una bella pagina di storia. “A partita terminata, ci raccontava Sparaspilli, i gol non venivano mai contati. Si applicava la regola del passato col vecchio detto “chi ha avute avuto e chi ha dato ha dato”. Cosi si festeggiava il 5 marzo, giorno del Santo Concittadino e della certezza di una primavera in arrivo. I MIRACOLI – FRATE CENTO PEZZE – “Lasciate stare questi stracci, sono l’abito del mio sposarizio con Cristo” , così San Giovan Giuseppe della Croce rispondeva ai confratelli ed alle persone con cui si intratteneva, quando gli chiedevano se era il caso o meno di indossare un nuovo mantello che lo potesse meglio riparare dal freddo e dal vento.
La frase storica del Santo, relativa al suo famigerato mantello, ha cavalcato i tempi ed impressionato le giovani generazioni sane di oggi , abituate ad altri agi, ma sempre più coscienti che seguendo l’esempio di San Giovan Giuseppe, i valori della vita corrente possono in positivo raggiungere altezze inimmaginabili. In pratica non sarà semplice , ma almeno idealizzando il messaggio francescano del Santo concittadino, la vicinanza a San Giovan Giuseppe è avvertita più tangibile, specie in questi giorni di festa dedicati al Santo. – MIRACOLO PER IL FIGLIO DI 4 ANNI DELLA MARCHESA SPADA – Nella rappresentazione della vita del Santo piena di miracoli, c’è un episodio di una spiccata morale che lascia riflettere, che riguarda una nobildonna napoletana, la Marchesa Spada di cui Frate Giovan Giuseppe era il confessore preferito. La marchesa Spada aveva perso un figlio di 4 anni a causa delvaiolo. Lo amava tanto che pregò il Santo di restituirglielo vivo,benché le avesse predetto che, crescendo, sarebbe diventato la vergogna della famiglia. Fra Giovan Giuseppe ordinò ai domestici si somministrargli un cucchiaino di manna di San Nicola. Ma essi non riuscirono ad aprirgli la bocca. Il Santo allora pregò e poi disse al defunto; “Gennarino, per santa obbedienza, apri la bocca e prendi la manna”. Il morticino risuscitò, crebbe, divenne un impenitente giocatore, finì in prigione e in esilio. Morì mendico, dando tuttavia segni di pentimento, come era stato predetto.Fra Giovan Giuseppe dal benefico influsso della sua protesta taumaturgica non escluse se stesso. Un giorno incontrò per Napoli una salmeria di muli. Nell’atto di scansarli, il corpo non gli ubbidì con agilità, ed egli cadde sotto lo zoccolo di uno di quegli animali. Furono subito avvertiti i suoi confratelli dell’incidente che gli era occorso e pregati di mandare una barca al Molo Piccolo, dove si pensava di trasportarlo. Il Santo, non volendo essere preso in braccio, si segnò il piede contuso e, come se nulla fosse stato, riprese il cammino. – IL MIRACOLO DEL SUO BASTONCINO – Un’altra volta era andato in Duomo a baciare l’ampolla contenete il sangue liquefatti di San Gennaro. Per la grande folla che lo urtava, da ogni parte, gli cadde di mano il bastone e non gli fu più possibile riprenderlo. Trasportato dalla ressa sotto il pulpito, mormorò: “ San Gennaro mio, io non voglio andare in carrozza, non voglio andare in calesse, non voglio andare in sedia all’ospizio di Ghiaia, ma senza la mazza come farò ?”. Non aveva ancora terminato l’orazione che vide il bastone venire verso di sé volando sulle teste della folla trasecolata.






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