La grazia di Paolo Sorrentino, mosaico e inchiesta interiore

DI ANNA DI MEGLIO COPERTINO
Inizio: nero su bianco, con effetti immediatamente drammatici, e musica martellante – delirante, mentre l’inquadratura stampa una figura istituzionale che pare intagliata. “Aurora, mi manchi.” La sigaretta, un polmone solo, e non dovrebbe fumare. Presidente della Repubblica, Mariano De Santis. Giurista di fama, autore di un libro cult, “il K3 del diritto penale”. Soprannome “Cemento armato”. Cattolico. E’ agli ultimi mesi di mandato: non può sciogliere le Camere.
Interni sempre cupi, ma anche negli esterni la luce langue. Inquadrature di grande effetto, nitide e opache, insieme. Intimità è fumo e la moglie. Lei, al primo incontro visione di creatura immortale e invece ormai scomparsa da 8 anni. Una fine mai davvero accettata né superata, con cui il protagonista deve avere a che fare. Cemento armato, anche perché da allora bloccato. In uno strazio interiore che lo immobilizza e gli impedisce il divenire. Aurora era elegante. Sorriso disarmante. Perfetta. E poi una bugia. Anch’essa, soprattutto questa, mai superata in quarant’anni. Stordito, come un animale che fiuti l’aria, il tradito si era alzato fra i presenti al funerale di lei, vicino alla bara, credendo di percepire la presenza dell’amante fra gli astanti, stupiti; e la telecamera, nel flash back (uno dei tanti), indugia, come lo sguardo inquisitorio, sul volto di Ugo, l’amico di sempre, che sembra indossare la maschera del traditore, fra occhi e rughe, in una espressione che di certo dispone lo spettatore in tal senso. A incalzarlo, rampognandolo, ammonendolo a ritornar padrone di sé, Coco Valori, antica compagna di scuola di De Santis, esperta d’arte, grande stroncatrice, dalle battute fulminanti e prive di censura. Creatura dai tratti marcati ed eccentrici. Vicina in sferzante originalità ai personaggi rappresentati dalla turca Serra Yılmaz, amata dal regista Ozpetek.
Fotogrammi incisivi: visita da parte del Presidente del Portogallo, improvviso crudele acquazzone, terribile effetto di sequenze rallentate. Impotenza. Dramma. Protocolli istituzionali che rivelano la propria vacuità, anch’essi, come il senso stesso della vita, incapaci di rappresentare un valore, una verità. Altro notevole effetto di fotografia: padre e figlia di fronte, così legati, così lontani. Due figurine nere, essenziali, di profilo, simili a bozze di fumetto. Immobili, separate da elegante tappeto, da confini esterni, da abiti di linea sobria, che rabbuiano, ridotte a complementi di arredo in contesto formale, isolate nell’abbacinante bagliore che dall’esterno sembra gridare di essere scelto. Senza volto, senza identità. Quasi un quadro surrealista. La figlia, Dorotea, giurista anch’ella. Donna senza respiro. Lavora da tempo a legge su eutanasia, con scarsa fiducia nella volontà del padre di firmarla. Lo accusa: “Tu non interferisci, giochi solo di rimessa.” Da buon democristiano. Da politico che si barcamena fra le crisi di governo e di coscienza, con postura incrollabile, rifiutando il coraggio di scegliere. Le obiezioni di lui: se non firma, è torturatore; se firma, assassino. Ma chiave di volta risulta la domanda da parte della figlia: di chi sono i nostri giorni? I grandi temi che lo attendono ancora a fine mandato: eutanasia ed eventuale concessione di libertà a due ergastolani, assassini del proprio coniuge. La Grazia. Titolo del film. Da atto istituzionale, alla luce delle competenze giuridiche e del percorso ideologico-politico, a dimensione esistenziale di valenza profonda e sconvolgente.
Incontro col papa. Nero. L’altro. Nero su bianco niveo della veste. I toni della prima inquadratura. Un pontefice che giunge alla conferma di posizioni tradizionali, pur partendo da modernità di indagine e sconvolgimento di forme. Un papa nero, treccioline rasta, che inforca una motocicletta, piantando in asso il Presidente, con cui ha amicizia di lunga data e di cui ha, nell’occasione di incontro, rapidamente scandagliato l’anima. Anticonvenzionale era stato fra i due lo scambio di battute. Papa: “I sorrisi delle donne stanno cambiando il mondo.” (Poc’anzi il pensiero del protagonista, rivolto al sorriso disarmante della moglie.) “Lei è ottimista. […]Io mi sento solo, Santità.” Santo Padre: “E’ mai stato leggero?” E poi: “Dio suggerisce domande.” “Non è nostro compito fornire risposte … Nemmeno della scienza. Quindi Lei non firmerà legge di morte.” E il papa, leggero, va via in motocicletta.
Silenzi. Vuoti. Fermo immagini. Sei crisi di governo superate, senza smuoversi. In apparenza, imperturbabile padrone di sé. Forse, invece, prigioniero. “La mia libertà si chiamava Aurora.”
Isa Rocca, una dei due detenuti per cui si richiede grazia. Premeditato l’assassinio del marito, che la opprimeva e maltrattava: ha già scontato otto anni. Ne richiede la grazia anche Ugo Romani, Ministro di Giustizia, come si diceva, vecchio amico del Presidente, aspirante a ricoprire tale incarico, allo scadere del mandato di De Santis. La detenuta è parente della moglie. La figlia del protagonista va a colloquio con la criminale. Anche in tal caso il dialogo serrato scava un solco nel privato, colpendo i punti dolenti del vissuto di Dorotea. La detenuta attende la visita seduta contro una parete: l’ inquadratura dà illusione ottica che un arcobaleno di colori dipinto al muro parta come un fumetto dalla bocca di lei. Al colloquio colei per cui si richiede la Grazia, non impetra affatto. Dura, domina la propria verità senza compromessi, mettendo alle corde chi viene per indagare. Chi sono i savi, i sani, i giusti, chi gli assassini?
Nel film, in cui inserti monogrammatici si succedono, con libertà cronologica slegata dal diktat del tempo ordinario, poi rivelando sottili cunei intimamente significativi, compare a un tratto l’immagine, sempre composta e rigidamente formale, del Presidente con – sorpresa! – al capo macrocuffie, per ascoltar musica, suscitando il sorriso. La musica. Quale? Quella amata e composta dal figlio, dal padre non accettata? Quella rap? Quella che sembra fare a pugni con il rigore del personaggio, e che pure si insinua strappando un moto di accompagnamento del piede, poi una piena assimilazione della forma, in cui protesta, denuncia, verità, libertà di essere si esprimono con prepotenza di chiaroscuri, di luce- ombra, di riso – dramma, allacciandosi alle inquadrature sceniche e ai contenuti ideologici ed esistenziali.
Altro inserto il contatto, che non si riesce tecnicamente a stabilire al meglio, con un astronauta da tempo in missione. Questi non si accorge del collegamento in atto, ma il Presidente resta a osservarlo in un momento di emozione privata dell’altro, nel vuoto dell’assenza di gravità, in una dimensione lontana come quella interiore: il navigatore guarda da un monitor immagini che evidentemente lo commuovono. Una lacrima lucente vola senza peso e si ferma sullo schermo di fronte al quale De Santis lo sta osservando. Ciò suscita poi il sorriso dell’uomo nello spazio, mentre, calamitato, ipnotizzato, il Presidente si muove verso la goccia, sollevando una mano che, inquadrata, si ingigantisce trasformandosi in un indice che va alla lacrima diafana, simile a quello fra Dio e Adamo all’atto della Creazione. (La mano di Dio?) Il presidente, dentro la sua corazza, sente che la sua vera dimensione è l’amore, ora rimandato all’ultimo incontro con Aurora nell’aldilà.
Ancòra: la direttrice di Vogue, affascinante, cui inizialmente non è stata concessa intervista circa l’eleganza (“Elegante era mia moglie, non io …”) lo invita … E lui pensa al modo di camminare di Aurora. Le decisioni incalzano, come le ombre di morte e sofferenza. Avvolgono un cavallo, quello del Presidente, in agonia: andrebbe abbattuto, ma egli ordina: “Tenetelo in vita!” Ancora una volta rinviando il momento della scelta. Eutanasia si allontana. Finché … Il protagonista prende una buona volta visione della proposta di legge frutto del lungo appassionato lavoro della figlia: con una rapidità che sorprende in un uomo di Cemento Armato, il Presidente legge, stralcia, interviene su singoli punti, ordina integrazioni … Se adeguatamente apportate, firmerà. Il volto della figlia fra speranza e incredulità. Ennesimo fulmineo cambio di situazione: a teatro. Danza. Ritmo anche qui martellante, come protesta e atto di accusa. Donne. Tante. Un uomo solo. Inquietante, ancòra, il volto dell’amico. Fu lui l’ amante della moglie? Da Coco pretende la verità, ma ella rifiuta, insultando, dipingendo uno schizzo di colorita oscenità sul grigio aplomb di lui. Musiche e colori spesso violentemente o ironicamente o scherzosamente contrastano con il valore intrinseco, impeccabilmente composto, dal protagonista perfettamente incarnato, di norme, forme, istituzioni, cerimoniali. Davanti al cavallo in agonia: “Chiedimelo!” La figlia decide improvvisamente di partire, lasciandolo solo, lei, che ha sacrificato al padre la sua vita, anch’ella niente sa di lui, dice. “Non ti ho mai sentito dire una parolaccia.” E’ tempo di fare qualche cambiamento. I miei figli conoscono il futuro, io nemmeno il passato. Riflette. Tante le tessere che volano a incastrarsi l’una nell’altra, a comporre il mosaico del malessere interiore. Ma il Papa: “Sai cos’hai tu? La Grazia.” Poi il rap. Il Presidente canta. Il corazziere, impietrito, muove solo gli occhi, con effetto immediatamente comico. E il cavallo Elvis è morto. Di morte naturale? Sì, la risposta. Vera? Credibile? Di chi sono i nostri giorni?
Pranzo. Poi canto degli alpini. Si tace. Di nuovo risuona. E solo agli sguardi stupiti è affidato il compito di anticipare l’evento insolito. Ora a cantare è lui, il Presidente. L’immobilismo si sta dunque sciogliendo. Eventi, affetti, incontri, osservazioni stan sistemandosi a comporre finalmente nuovi scenari. Il sentimento. La Grazia. Lo stato di Grazia. Tutto il buio senza risposte conduce lì. Quanti uomini di valore le risposte non han saputo darle né averle! Poi cambio di campo: la campagna, una gallinella … L’adesione finalmente a una naturalezza di percorso, il più possibile libero da condizionamenti. “Mi dimetterò due settimane prima della scadenza del mandato; così da senatore a vita potrò votare anch’io il prossimo presidente.” “Lei è molto intelligente.” Gli si risponde con ammirazione. Sentimento e ragione: possono conciliarsi? La rapidità e il fermo immagine sono tra i contrasti che sapientemente il regista, sempre più libero dal barocco, ma comunque sontuoso a suo modo, mette in atto. I dialoghi son fulminei, incisivi, essenziali, mai debordanti. “Io vivevo qui e lei passò.” La scintilla sulla roccia del tempo fra un passato di consuetudini consolidate ( l’imperfetto durativo ) e uno imprevisto, punto fermo nel lampo della memoria, che il tutto interviene a cambiare (passato remoto). Un intero paese firma la richiesta di grazia avanzata dagli alunni dell’ex professore, uxoricida, Cristiano Arpa. Un intero paese, scopre il Presidente, andato stavolta di persona a verificare, tranne due persone: il sindaco e la moglie. O meglio, la moglie del sindaco, e, di conseguenza, lui, il sindaco. Cristiano Arpa, l’assassino, è molto intelligente. Anche la moglie del sindaco lo è. Ora è il Presidente a far visita all’altro richiedente grazia. Scegliendo il rifiuto dei privilegi del ruolo. In sala d’attesa, con la gente comune. I volti, gli abiti, le posture, gli sguardi dei diseredati dipingono un affresco silente, pure pittoricamente loquace nel contrasto con la figura del De Santis. Nella sala del colloquio ancora una volta il fumetto colorato si snoda dal capo del detenuto. La verità? No. “Le” verità. Più sfuggente, questi, nel dialogo, dell’altra richiedente. Stimato dagli alunni, dal paese. Con gli alunni però recitava, ammette, e gli studenti apprezzavano una buona recitazione. “Alla mia età la libertà non serve a molto.” “Lasciarsi vivere equivale a lasciarsi morire. Voglio solo dimenticare e tornare leggero.” La leggerezza. Ancòra. “Freddo, tu riscaldi/Buio, tu illumini/Io perduto, tu mi troverai/Uno due cento autunni.” Tornano, nei versi della poesia Autunno, tanti anni prima composta e recitata a sua moglie, che non l’apprezzò, i contrasti esistenziali messi in scena dall’intera pellicola. Anche la luce sontuosa al teatro La Scala è buia. La folla inneggia e applaude. “Lei ci ha salvati da quell’incosciente, Presidente …”. Coco lo consola: il popolo lo ama. Lui sa che amano l’idea di legalità, il pensiero che incarna. Non lui. Quando De Santis prega, si addormenta. La tregua concessa dall’abbandonare i sentieri della ragione? Aurora sognava tutte le notti e poi raccontava dettagliatamente. Dunque sonno profondo. Egli vorrebbe sognare l’assenza di gravità. Ancòra e ancòra, leggerezza. Qual è un atto di follia che il generale amico del Presidente ricordi di aver compiuto? Gli chiede De Santis. L’aver frugato nella stanza del proprio figlio, trovando uno spinello, che non seppe aspirare. Sempre più il messaggio si compone nel pensiero dello spettatore. Non esiste scelta, senza libertà, non esiste libertà, senza quella di poter davvero scegliere. Giuristi e militari, vien detto, han pensato che diritto e disciplina li avrebbero sollevati dalla fastidiosa incombenza di possedere la verità. Ma non è così. Coco in lacrime confessa: l’amante di Aurora era lei. Pianti liberatori di entrambi. Stringersi la mano è darsi pace. Finalmente la verità. La verità? Poi … Premia Guè, il rapper … I saluti di fine mandato … La commozione … Ancòra lacrime. E sorrisi. E, finalmente, per la prima volta dopo anni, a casa a piedi, senza auto ufficiale. Libertà? Dal passato? Dal tradimento? Dal futuro? “Lei attribuisce troppa importanza alla verità”. La frase rivoltagli dalla sua “ombra”. Risposta: “Deformazione professionale.” “Ma ora è in pensione.” Ultima sigaretta. Dalla finestra scorge la direttrice di Vogue. Le telefona: “Sono Mariano De Santis, ex presidente della Repubblica.” – Come vestiva da ragazzo? – A me piace ricordare … Sono sempre stato grigio, noioso, studioso di diritto, e non mi è mai pesato … Mia moglie era l’estrosa e ne ero felice … Amava tutti i colori (intanto scorre le vesti di lei)… L’azzurro … Il verde … Pochi giorni prima che se ne andasse, indossò una spilla su una giacca … Ti fa sembrare una signora … Tu sei la mia ragazza … Lei si commosse … Aurora è stata la donna perfetta per me … Perché non mi ha mai dimenticato … La direttrice lo saluta dicendo che lo aspetterà sempre. L’amante dell’ergastolana aspetta sempre … Notizia in anteprima, scoop, concessa alla direttrice: – Prima di lasciare il Quirinale, ho firmato legge per l’eutanasia … Il papa deve render conto a Dio, io ai miei figli. – Come si è convinto? – Mia figlia è una grande giurista … C’è un tempo in cui i figli devono seguire i genitori. Un tempo in cui i genitori devono seguire i figli. La Grazia è la bellezza del dubbio. Quello che facciamo tutti i giorni. Il coraggio. Di chi sono i nostri giorni? Sono nostri. Ma non basta tutta la vita per capirlo. Grazia concessa a Isa Rocchi: legittima difesa preventiva. Lei amava il marito e non poteva fuggire. L’ergastolano invece non amava la moglie. Questo ha compreso il Presidente. I pronostici circa le premesse sembrano smentirsi. Nel finale scorrono ancora le didascalie. L’amore fra la Rocchi e il nuovo compagno, che l’avrebbe attesa per sempre, finisce presto. L’apparente disinteresse da parte di Arpa si manifesta falso: personalmente chiede la grazia, cui diceva di non tenere. Ugo Romani non viene eletto Presidente. Per un solo voto …
Libertà. Lo stato di Grazia. La leggerezza. L’assenza di gravità. Una lacrima nello spazio. Nello spazio finalmente Adriano De Santis fluttua.
Maestria tecnica conferisce intensità, l’intensità produce emozione, l’insieme scenografico di dettagli, riprese, colori, musica diviene a tratti lirico. Come si accennava, lo stile appare meno barocco e più essenziale. Il primo tempo risulta più convincente; nel secondo sembra si ceda alla tentazione di voler spiegare tutto, troppo: l’intervista alla direttrice di Vogue banalizza. Sorrentino sta trasformandosi in pittore. E la pittura sa esser d’impatto, benché o perché muta. L’arte di sapientemente tacere conferisce fascino.









