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La guerra del Castello, i veleni dietro la facciata

Clementina Petroni è la memoria storica di un luogo che va oltre la Storia. Il Castello Aragonese, del quale conosce ogni anfratto, è la sua casa da quarant’anni, sin da quando nacque il legame sentimentale con Antonio Mattera, uno dei componenti della famiglia che da un secolo è titolare della fortezza che domina l’antico borgo di Celsa. Un amore che, nonostante la differenza d’età, a metà degli anni ’90 diede alla luce Giovanni, attuale titolare della maggior parte dell’isolotto sul quale sorge il Castello. Ma proprio la nascita di Giovanni portò allo scoperto una serie di contrasti latenti nella famiglia Mattera, come ci racconta Clementina nel corso di una lunga chiacchierata.

Clementina, perché considera la nascita di suo figlio come un momento cruciale nella recente storia del Castello Aragonese?

«Antonio aveva sempre messo in guardia nostro figlio, invitandolo a stare alla larga da certi parenti, che mai come in questo caso possono essere serpenti. I fratelli di Antonio erano ormai convinti che quest’ultimo, già in età avanzata, non avrebbe più avuto figli, e invece nacque Giovanni: una gioia immensa, una rinascita per entrambi, guastata però dall’atteggiamento dei cugini».

Per quale motivo?

«Si credeva ormai acquisita la divisione della proprietà tra i due cugini, ma l’arrivo di un nuovo componente sconquassò tali piani. Mio marito, all’epoca 67enne, ha dovuto affrontare oltre sessanta cause per mantenere intatti i propri diritti e trasmetterli a Giovanni: una situazione affrontata peraltro con un bimbo appena nato. Io avevo 43 anni: un momento che avrebbe dovuto essere soltanto di pura gioia, per certi aspetti si tramutò in un incubo. Antonio comunque seppe battersi come un leone, sapeva il fatto suo, il padre era avvocato: vinse alcune vertenze, mentre decise di ritirarsi da altri processi, per non lasciare in eredità al figlio troppe grane legali che si sarebbero protratte per decenni. Fu un periodo durissimo: notti insonni non soltanto per accudire Giovanni ma soprattutto per i contrasti con gli altri eredi, con Antonio costretto a studiare le carte dei processi anche nelle ore notturne. Un’atmosfera che inevitabilmente si ripercuoteva anche su nostro figlio, seppur ancora piccolo».

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Può spiegare qual è l’assetto attuale della proprietà?

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«La divisione tra gli eredi risale al 1962. L’arrivo di mio figlio a metà degli anni ’90 evidentemente andava a stravolgere le aspettative altrui. Attualmente, mio figlio Giovanni è il titolare della maggior parte dell’isolotto, quella che guarda a levante».

In concreto, su cosa nacquero i contrasti con gli altri eredi?

«Guardi, sarebbe necessario un libro anche solo per sintetizzare gli innumerevoli episodi di questa guerra pluridecennale. Sì, perché la facciata edulcorata del Castello come destinazione turistica nasconde un vero covo di vipere, diretto a mettere in ombra mio figlio e i suoi legittimi diritti. L’attuale ascensore all’interno dell’isolotto ha una capienza di sei persone. Mio marito Antonio voleva costruirne uno, moderno e panoramico, per il quale era riuscito anche ad avere tutte le autorizzazioni da parte della Soprintendenza, ma uno dei cugini Mattera si oppose alla proposta di cedere quei pochi metri di accesso in senso orizzontale per realizzare l’opera. Quell’ascensore avrebbe permesso di trasportare oltre quaranta persone per volta, evitando le infinite code e le attese interminabili provocate dall’attuale sistema, con i turisti in fila e i prevedibili costanti ritardi nella partecipazione agli eventi organizzati sul Castello. Fra l’altro, mio marito dovette affrontare ben 13 anni di processo per rientrare in possesso della contitolarità dell’ascensore, che era stato costruito da tutti i proprietari ma che a un certo punto venne vietato ad Antonio, costringendoci a salire a piedi. Per fortuna il Consiglio di Stato ci diede ragione. Ma c’è ben di peggio…».

Ad esempio?

«Le spese per la promozione turistica del Castello, compreso il sito internet, gravano su tutti i titolari, ma esistono numerose zone d’ombra, come il logo di Nicola Mattera che campeggia on line: in pratica sono loro a gestire tale canale promozionale, dicendo che lo fanno per il bene comune. Altro esempio: i percorsi di visita guidata tendono a privilegiare la parte occidentale del Castello, lasciando sempre in secondo piano il lato di levante, che viene spesso indicato come il lato della “campagna”, dove cioè non esisterebbero vestigia  del passato degne di nota. In tal senso fu significativo l’episodio in cui Gabriele Mattera, padre di uno degli attuali proprietari, escluse mio marito dalla titolarità della biglietteria, costringendolo ad aprirne una seconda, e impartendo istruzioni alle proprie dipendente affinché invogliassero i turisti a visitare soltanto il lato occidentale, e indicando con parole sminuenti e sprezzanti la parte del Castello di cui ora mio figlio è titolare. Insomma, un atteggiamento che tende inevitabilmente a squalificare e svalutare i siti  di proprietà di Giovanni che in realtà sono quelli maggiormente rispettosi della storia, della cultura e delle civiltà che nei secoli si sono sviluppate su questa fortezza unica al mondo, vero e proprio patrimonio dell’intera umanità. Non a caso le grandi famiglie nobiliari dei Lanfreschi, Cossa e Calosirto dimoravano tutte sul lato posto a levante, di fronte l’abitato di Cartaromana».

In che senso? Vuol dire che il lato occidentale non ha mantenuto l’aspetto originario?

«Proprio così! Molti pensano che la zona dove esiste l’albergo sia rimasta per  gran parte immutata, ma è vero il contrario. Negli anni si è proceduto a un vero e proprio “sacco del Castello”, con una lunghissima serie di modifiche per adattare gli antichi ambienti alle normative attuali e mutarli in stanze e vani d’albergo. Interventi che non hanno risparmiato nemmeno i tratti più caratteristici e densi di storia, adesso irrimediabilmente stravolti.  Il cosiddetto “complesso monumentale” è ridotto al lumicino. Il monastero del ‘500 è diventato un albergo, snaturando la natura di ogni locale. Un bene di tale valore storico non avrebbe mai dovuto essere toccato. L’alloggio della badessa Beatrice Quadra e il bellissimo refettorio delle monache sono stati anch’essi totalmente modificati. Dal refettorio si dipanava un passaggio che dava sulle cucine, a vari livelli, con forni, lavatoi, cisterne: tutto trasformato in una pedana dove per anni ci visse il capitano Francesco Cortese. La sacrestia della chiesa dell’Immacolata è stata convertita in appartamenti. L’Episcopio ha avuto la stessa sorte. Si potrebbe parlare di una vera e propria speculazione».

Il Castello è anche sede di un festival cinematografico ormai affermato.

«Sì, ma io ho spesso richiamato Michelangelo Messina per l’atteggiamento dell’organizzazione, che tende a collocare nella parte occidentale del Castello, quella appartenente a Nicola Mattera, tutti i maggiori eventi di pubbliche relazioni: dagli incontri alle presentazioni, passando per i cocktail di rappresentanza. Il tutto a svantaggio, ripeto, dei siti di proprietà di Giovanni. Inoltre, anche in occasione della realizzazione di trasmissioni televisive nazionali come “Linea blu”, spesso i cugini si atteggiano a esclusivi proprietari del Castello, mentre ad esempio Oscar è proprietario soltanto del Museo delle Armi: niente di più. Una tendenza autoreferenziale che si conferma anche nelle modalità delle visite guidate».

Che tipo di anomalie ha riscontrato?

«I turisti non vengono avvertiti preventivamente della possibilità di essere assistiti da una guida, e quando se la vedono proporre, si beccano anche il sovrapprezzo, la cui contabilità non vi è modo di rilevare con certezza. Chi mi dice che certe operazioni non vadano a tutto svantaggio di mio figlio? Ho più di un sospetto che le guide siano succubi dei voleri di Nicola. Ecco, vorrei che questa e altre opacità venissero chiarite una volta per tutte. Fra l’altro, come ho detto, i percorsi guidati privilegiano in modo smaccato la parte occidentale del Castello: soltanto se avanza qualche minuto, si “sconfina” a levante, altrimenti viene persino evitata la visita. Un boicottaggio costante, di cui talvolta mio figlio non si rende conto».

Perché?

«Giovanni è un ragazzo di 23 anni, di rara sensibilità e intelligenza, e talvolta subisce inconsapevolmente la personalità del cugino. Mio marito poco prima di morire mi disse: “Tieni i cugini alla larga da Giovanni”. Come madre ho l’obbligo morale di metterlo in guardia da chi dice di voler valorizzare l’intero Castello e invece non rispetta nemmeno la sacralità del luogo e le sue ricchezze storiche. Mi piange il cuore nel vedere il Maschio (la costruzione più alta del sito, ndr) cadere letteralmente a pezzi in alcuni punti, con piante d’ulivo nei bastioni e la vegetazione che spunta dalle mura. In futuro toccherà anche a mio figlio cercare di migliorare lo stato dei luoghi e valorizzare non soltanto la fruibilità e l’aspetto estetico, ma soprattutto rispettare l’anima del sito, in nome di suo padre, di suo nonno e di tutti coloro che in migliaia di anni hanno contribuito alla storia del Castello. Quest’ultimo appartiene anche a tutti gli isolani, e a coloro che vengono da lontano a visitarlo, provando emozioni che restano addosso per sempre».

Una vera e propria missione.

«Vorrei che lungo tutti i punti del Castello venisse messa in luce la bellezza, la purezza delle forme e delle linee, senza i tanti, troppi orpelli che finiscono per oscurarla. E mi piacerebbe valorizzare ad esempio l’altra parte del carcere borbonico, dotando l’intero sito di didascalie con cenni storici allo scopo di dare ai visitatori tutti gli elementi per comprendere l’importanza di ciascun luogo. Il Castello rappresenta un valore fondamentale della mia vita, e continuerò a difenderlo, nonostante i tentativi di prevaricazioni e di sciacallaggio contro cui io e mio figlio siamo costretti a lottare».

Francesco Ferrandino

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