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La nostra interazione con la natura

 

Gentile professore,

il recente episodio del formarsi di una macchia celeste nelle acque antistanti il Monte della Misericordia, a Casamicciola, ha evocato fantasmi geologici apocalittici, grazie alla superficialità di qualche politico e dei media nazionali che ne hanno amplificato immediatamente, e senza verifica, l’annuncio. Anche se, di certo, non si deve alla comparsa di un cratere vulcanico, ugualmente il fenomeno è preoccupante: con buona probabilità si tratta della conseguenza dell’esplosione di un dotto fognario che corre sotto la superficie marina e che lì sta riversando i liquami.

        Quest’isola vive economicamente di turismo, dal quale dipende quasi per intero il suo benessere presente e futuro, eppure dedica un’attenzione bassissima alla cura del proprio patrimonio naturale, alla preservazione e al mantenimento di quelle meraviglie che, senza alcun merito, abbiamo ereditato dall’amore per la terra dei nostri antenati e dall’opera della natura: fosse anche per una mera questione di lucro – e non di coscienza ecologica – ci dovremmo aspettare una vigilanza attiva da parte delle amministrazioni pubbliche, degli operatori privati, della cittadinanza. Invece avviene esattamente il contrario.

Sebbene si contino dei gruppi attivi sul territorio, consapevoli dei problemi e impegnati in alcune significative campagne ecologiche, il loro lavoro non arriva a smuovere la coscienza della collettività, la quale affronta con sufficienza e inerzia questioni da aggredire urgentemente e con forza.

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        Vorrei sapere cosa pensa lei al riguardo e se vede una soluzione a quella  che io ritengo la conseguenza nel comportamento del nostro popolo di una sua difficoltà culturale e psicologica.

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LA NOSTRA INTERAZIONE CON LA NATURA

 

La macchia del gorgo formatosi a pochi metri dal lungomare di Casamicciola

 

Gentile lettore,

sappiamo tutti che Ischia è il luogo a maggior densità di abusi edilizi dell’intero Mediterraneo – triste primato –, che conta una lunga storia di sversamenti illeciti nelle acque marine da parte di imprenditori privati e che, infine, ha delle amministrazioni nell’occhio del ciclone proprio per presunte illegalità connesse allo smaltimento dei rifiuti, oltre che alla metanizzazione dell’isola. Lei conosce sicuramente assai meglio di me le vicende della cronaca e non sarà certo questo il punto sul quale è opportuno che mi soffermi. Giustamente, concludendo la sua lettera, lei mette il dito sulla piaga «culturale e psicologica» che intravede dietro un’appannata coscienza ecologica collettiva. A questo proposito, voglio narrarle un episodio personale, che bene può introdurre il discorso che intendo sviluppare.

Mio nonno materno era medico a Casamicciola e, quando ero bambino, trascorrevo i miei lunghi periodi di vacanza sull’isola. Non so se ai fatti concreti si aggiunga il lavoro trasfigurativo della memoria e dell’oblio, ma quello che io ricordo è un paradiso di forme, colori, odori, suoni: qualcosa di profondamente equilibrato e rasserenante.

Essendo appassionato di fotografia, qualche anno or sono, decisi di catturare in una sequenza di immagini ostensibili quelle potenti eppure tutte intime e sfuggenti che conservavo in me. Camminai a lungo e cercai dei panorami. Quando l’occhio osservava nel mirino il suo soggetto se ne doveva presto distogliere, poiché veniva turbato da una dissonanza fastidiosa con lo stato di animo che era profondamente legato al ricordo: il paesaggio che lo sguardo distratto tendeva a considerare sostanzialmente identico risultava, invece, radicalmente mutato (in peggio). Qualcosa di caotico e sgraziato s’imponeva ai sensi, privandoli di quel gusto che originariamente avevano sperimentato: case, edifici, strutture senza coerenza e armonia sembravano disseminate un po’ ovunque.

Finii per restringere il mio campo visivo, alla ricerca di dettagli incontaminati; ben presto anche là affioravano degli aspetti disturbanti. Il mio piacere di affievoliva passo dopo passo e una mestizia prendeva il suo posto. L’unica cosa che riuscii a ritrarre fu il grande fico dal quale, da bambino, coglievo i frutti più bassi e maturi, contornati da api ronzanti, e sotto la cui ombra giocavo ad “acchiapparella” con gli amici. L’albero sacro ad Afrodite e a Dioniso era l’ultimo baluardo che avevo trovato intatto rispetto al passato. L’unico simbolo tra il mondo dell’immaginazione e quello della realtà.

Mi venne allora da pensare a quel meraviglioso libro di Bruce Chatwin, Le vie dei Canti, attraverso cui, parlandoci del rapporto tra territorio, miti e riti degli Aborigeni australiani, il grande viaggiatore inglese ci mostra quale rapporto indissolubile esista tra luoghi e anima.

Un luogo martoriato, abusato, negletto, corrisponde – grazie alla continua mediazione del corpo – a un’anima maltrattata e ferita, incapace di ritrovare un raccordo tra la sua aspirazione a manifestare se stessa e l’effettiva realtà del mondo. Ciò vale per l’individuo e la collettività.

E, a proposito di aspirazione, mi torna alla mente la meravigliosa elaborazione che Gaston Bachelard compie nel suo Psicoanalisi delle Acque (in Italiano, RED edizioni, Como, 1987) a proposito dell’osservare i propri tratti  mediante la superficie dell’acqua, del contemplarsi come un fiore che, spiccando sul margine di una riva, si sente invaso dall’identità con la bellezza del mondo naturale. In questo modo, ci dice il filosofo francese, si esprime un aspetto attivo del Narcisismo, un “Narcisismo idealizzante”, che spinge il soggetto umano ad attraversare lo specchio delle acque per andarne a fondo e sviluppare , al contempo, un discorso che lo conduce al futuro.

Bachelard ci mostra, con maestria poetica, che nessuna vera meditazione è valida se non parte da una rêverie elementare, se non si fonda su un’immaginazione sognante che ha negli elementi della natura il proprio referente archetipico.

Questa meditazione è solo all’apparenza una forma di fuga dal mondo, anzi significa ben altro: rappresenta quella condizione che riconduce l’essere umano a un’armonia dinamica con esso, che lo mette nelle condizioni di amare non passivamente il proprio ambiente, ma d’intervenire per giungere a un avvicinamento reciproco, cogliendo il senso del lavoro e del riposo come un continuo di presenza e assenza necessari al respiro del tutto. Allora il fisico, lo psichico, lo spirituale arrivano a coincidere, come osservava Carl Gustav Jung quando descriveva le manifestazioni dell’archetipo dell’Unus Mundus.  Da tale presupposto deriva un rispetto per l’ambiente che non implica pura conservazione ma visione e progetto, interazione, sentimento dell’appartenenza e della mutualità.

L’impulso a conoscersi e riconoscersi attraverso il rapporto con l’ambiente naturale e antropizzato implica un ritrovamento di facoltà sensuali dimenticate o negate, che è opera della cultura e della psicologia contemporanee aiutare a recuperare.

 

 

 Francesco Frigione è psicologo e psicodrammatista analitico, psicoterapeuta individuale e di gruppo, docente di psicodramma in una scuola di specializzazione per psicoterapeuti, formatore di educatori e studenti, autore di progetti psico-socio-culturali in Italia e all’estero. Nato a Napoli, vive e lavora a Roma e a Ischia. Ha fondato e dirige il webzine e il quadrimestrale internazionali “Animamediatica”.

Contatti

E-mail: francescofrigione62@gmail.it

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