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La nuova crociata dei “fondamentalisti del no”

DI STEFANO ARCAMONE

 

ISCHIA. Prima volevano spegnere la musica. Adesso non vogliono più i fuochi d’artificio. Nemmeno a Capodanno o Ferragosto. Mica solo quelli delle tante, troppe feste patronali. È uno sforzo che va colto, riconosciuto ed apprezzato. A voler vedere la nota positiva, almeno su questi ultimi sono laici convinti. Ma è l’unica. E serve molta fantasia ed altrettanta benevolenza di giudizio. Intanto, casomai aveste avvertito la loro mancanza, rieccoli lancia in resta con una nuova crociata: i “fondamentalisti del no” sono finalmente tornati.

Li avevamo persi di vista da un po’. Troppe distrazioni, su quest’isola. Soprattutto d’estate. È disorientante.

C’è talmente tanto che finisce che non sai nemmeno più dove posare lo sguardo. Ed immaginateli, allora, mentre, protetti da un monitor ed armati di una tastiera, si scervellano per scegliere il nuovo obiettivo, la nuova missione. I napoletani? Troppo scontato. La musica live di sera? Trito e ritrito. La movida? Banale. Le discoteche? Troppo anni ’90 e bisogna stare al passo con i tempi. Poi, finalmente, l’illuminazione: i fuochi d’artificio.

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L’argomento è attuale e decisamente alla portata dell’uomo del popolo. Funziona, si direbbe in gergo. E visto che sono stati inventati qualche millennio fa dai cinesi, si può tirar dentro anche qualche intellettuale naif alla ricerca di un passatempo estivo. Ci siamo, insomma. Si accenda la – metaforica – miccia. L’ennesima crociata può finalmente avere inizio.

Eppure, ogni piano di battaglia ha il suo punto debole. Per i “fondamentalisti del no” quel punto debole ha un nome ed un cognome: Cesare Di Scala. Mister “Caffè Vittoria” non è nuovo a caustiche analisi del tessuto sociale isolano. Ed ancora un volta coglie l’occasione per esprimere a pieno potenziale la sua innata propensione sarcastica. «Alcuni ischitani non vorrebbero: i tanto vituperati fuochi d’artificio estivi degli albergatori; la musica dei bar, dei disco bar e degli albergatori; condizionatori degli esercizi sotto casa; rumori di notte in centro; che si fittassero le case (quelle degli altri); gli odori degli estrattori dei ristoranti e dei pub; i dehors sui suoli pubblici; arenili in concessione; le discoteche; che ci fosse il Ferragosto. Ma vorrebbero sussidi, pensioni, servizi sociali, finanziamenti che malfattori garantiscono con le proprie intraprese». Risultato? Un plebiscito di consensi. Ed i “fondamentalisti del no” costretti a fare dietrofront e rinviare la crociata contro i fuochi ad un momento più propizio.

C’è abbastanza, tuttavia, per una riflessione su scala più ampia. Che parte da una domanda solo all’apparenza semplice: che razza di isola sogniamo di diventare? Per anni ci si è lamentati senza soluzione di continuità di ogni singolo aspetto legato al turismo, a cominciare dai target di mercato cui si rivolgeva l’isola. I tedeschi erano troppo vecchi. Gli italiani troppo poveri. I napoletani troppo napoletani e così via. La scomparsa della musica dal vivo era un problema, poi lo sono diventati i volumi eccessivi degli amplificatori. Mancano i giovani, si diceva. E poi si è chiesto a gran voce di porre un freno alla movida. Le case ai napoletani non si devono fittare, e poi tutti a costruire abusivamente perché i napoletani erano tanti e le case non bastavano. E così via, all’infinito.

Eccoli, i “fondamentalisti del no”. Ed ecco i loro risultati. Dimenticate la grandezza degli anni ’50. Dimenticate Rizzoli e il Rancio Fellone. Oggi Ischia è solo un lembo di costa bagnato dal mare che ha la fortuna di possedere decine di fonti di acqua termale dalle proprietà curative uniche al mondo. Abbiamo ceduto la nostra identità di comunità isolana rincorrendo l’ambizione di diventare una città su scala ridotta, per poi accorgerci di quanti problemi questa ambizione comportasse tra traffico, pressione antropica, gestione del territorio e via discorrendo. E nonostante tutto, nonostante gli anni, nemmeno abbiamo imparato la lezione.

Il turismo low cost non ci piace, ed abbiamo ragione a disprezzarlo. Però poi contrastiamo tutte quelle piccole iniziative che servono a garantire un servizio qualitativamente superiore, cioè la musica, i locali, la movida, i fuochi d’artificio. Non riusciamo ad accettare tutto ciò che fuoriesce dalla mediocre normalità sulla quale ci siamo adagiati e che sembra calzarci come un vestito di sartoria. Siamo ciò che siamo, non quello che crediamo di essere. Siamo spenti, incapaci perfino di sognare. Perciò i “fondamentalisti del no” continueranno ad avere vita facile, sempre che non si decidano a dire la loro anche i tantissimi Cesare Di Scala dell’isola.

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