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CULTURA & SOCIETA'

La profonda ferita delle foibe. Non ancora del tutto condivisa

10 FEBBRAIO - IL GIORNO DEL RICORDO – Gli efferati crimini dei comunisti di Tito e di Togliatti nelle martoriate terre del Friuli Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia nella primavera del 1945

Il sottile e perfido “gioco” politico fra la destra e la sinistra italiana, in tema di fascismo e di comunismo non accenna a placarsi nemmeno quando si tratta di commemorare le vittime innocenti italiane, procurate dal nazifascismo e dal comunismo, grazie a due Leggi dello Stato che –a distanza di oltre mezzo secolo- hanno voluto istituzionalizzare avvenimenti crudelissimi che rischiavano di essere sepolti dal velo dell’oblio.

Non è stato facile pervenire all’approvazione della “Giornata della Memoria” (27 gennaio) e al “Giorno del Ricordo” (10 febbraio) in un parlamento spezzettato in decine di gruppi politici molto differenziati fra loro. Gli iter burocratici, molto tormentati, hanno ritardato per interi decenni un atto di dovuta sacralità, inteso a riconoscere e ricordare il martirio di migliaia di esseri umani sacrificati in nome di feroci ideologie divulgate da spietati dittatori e finalizzate da gruppi di assassini con la patente di “esecutori materiali” ai quali fu offerta l’impunità e la protezione più rivoltante.

Il Giorno del Ricordo (come la Giornata della Memoria) ravviva una pagina oscena della storia umana, con il precipuo obiettivo di rendere testimonianza per un abominio incomprensibile per degli esseri umani, precipitati nell’abisso del genocidio dei propri simili, spesso incolpevoli, attraverso le più crudeli pratiche mortifere applicate senza pietà e remissione!

Si tratta degli aspetti più inquietanti del Secondo conflitto Mondiale, quando a conclusione delle ostilità, le forze in campo si abbandonarono ad una “resa dei conti” indiscriminata e sottratta al controllo dei vertici politici e militari che finsero di non vedere, consentendo stragi che si protrassero per diversi mesi, nel nostro caso nella regione Friuli Venezia Giulia e nelle terre italiane- cosiddette irredenti- dell’Istria e della Dalmazia, popolate da oltre 150.000 italiani.

Come la destra politica italiana ha sempre tirato i mantici per i repubblichini di Salò, così la sinistra si è sempre ostinata a non voler ammettere i crimini comunisti delle Foibe e neppure quelli commessi da Tito e le sue squadracce della morte e Stalin con gli arcipelaghi Gulag e le fosse comuni portate alla luce in Russia grazie alle denunce di Solgenitz , di Gorbaciov e di altri compagni poco allineati al regime sovietico. La faccenda non si è certo esaurita con l’adozione delle due leggi della Memoria e del Ricordo, perché a ben vedere in occasione delle rispettive celebrazioni i “contendenti” si tengono a debita distanza, chiarendo fino in fondo l’abisso ideologico che divide fascisti e comunisti nostalgici nell’interpretazione degli avvenimenti storici della seconda guerra mondiale. La condivisione –se mai ci sarà- non interesserà più questa generazione, semmai i giovani del XXII secolo, immuni da sentimenti di parte e più inclini ad accettare una verità storica spogliata dagli interessi contingenti e più aderente ad una corresponsabilità collettiva.

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GLI ANTEFATTI STORICI

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Alla prima guerra mondiale risalgono le motivazioni nazionalistiche che resero tormentati i rapporti fra le popolazioni del confine orientale italo-jugoslavo, costrette a subire per secoli pressioni politiche contrapposte motivate da rivendicazioni territoriali che affondavano le radici nell’impero asburgico. Con l’assetto delle zone di frontiera jugoslave a seguito del vittorioso conflitto europeo, molte cittadine della Slovenia e della Croazia furono assegnate all’Italia. Le cose peggiorarono con l’avvento del fascismo e la successiva occupazione della Jugoslavia da parte della Germania e dell’Italia avvenuta nel 1941. In questo quadro incandescente, in cui gli odii fra nazionalità erano già innescati a sufficienza, si inserì la politica di Tito volta esplicitamente ad annettere alla Jugoslavia l’intera Venezia Giulia. Il fascismo costrinse con la forza “i comunisti di Tito” a battere in ritirata:” Bisogna impedire agli avvocati slavi –ordinava un fascista giuliano, diventato ministro di Mussolini-, che sono pericolosi, la libera attività; bisogna togliere i maestri slavi dalle scuole; i preti slavi dalle parrocchie. Irrompe la guerra nel 1941 e l’occupazione della Jugoslavia. L’aggressione congiunta (Patto d’Acciaio) implicava per il popolo sloveno un pericolo incombente di estinzione e un senso di angoscia per la possibilità stessa di sopravvivere come entità collettiva.

Nel contesto del cruento conflitto mondiale, i partigiani di Tito sferrano le prime offensive antitaliane; offensive che si arrestano soltanto a seguito delle crudelissime repressioni naziste in tutto il territorio jugoslavo. Ma ormai il terribile solco di odio, di vendetta e di morte è tracciato, rinfocolato anche dalle contrapposte ideologie del fascismo e del comunismo. All’indomani della disfatta italo-tedesca, i partigiani di Tito, ma anche gruppi di “patrioti italiani comunisti” si abbandonano alle più selvagge e truculente spedizioni di morte. Le liste dei morituri sono già pronte da un anno, non si aspetta altro che metterle in esecuzione attraverso un progetto preordinato che assegna compiti congiunti e anche separati agli alleati “rossi”, organizzatissimi nelle loro missioni di uccisioni di massa (vedi genocidio).

IL PENOSO ESODO DALL TERRE ITALIANE

Il mese di maggio del 1945 segna il culmine delle violenze anti-italiane a Trieste, Gorizia e nelle zone controllate dai partigiani jugoslavi con migliaia di persone gettate nelle foibe ( profonde cavità del Carso), o uccise nelle prigioni o nel corso di disumani trasferimenti dove muoiono anche sloveni e croati ostili al nuovo regime. Prende avvio in quei mesi drammatici l’avvio del grande esodo. I fuggiaschi di Pola e dell’Istria sbarcano come storditi, si afflosciano sulle banchine accanto alle loro misere masserizie. Treni, carri, camion scassati trasportano migliaia di italiani verso un destino ignoto, sradicati dalle terre dei padri, dalle loro case, dagli affetti di intere generazioni.

Le partenze continuarono per tutto il 1946 e il 1947. Dalla città di Pola partivano giornalmente i piroscafi “Grado” e “Pola” colmi di esuli e masserizie, solcando il mar Adriatico e approdando nei porti di Trieste, Venezia e Ancona. Da qui i poveretti venivano smistati nelle regioni di tutta Italia. L’ultima fase migratoria dopo il 1954 allorchè il “memorandum” di Londra assegnò definitivamente la zona A del Territorio Libero di Trieste all’Italia e la zona B alla Jugoslavia. L’esodo si concluse intorno al 1960. L’espulsione (in realtà di questo si tratta) fu soggetta a diverse interpretazioni e i profughi usati politicamente: per i comunisti la gente fuggiva da uno stato socialista perché nostalgici del nazionalismo fascista o perchè rifiutavano di accettare l’eguaglianza imposta dai nuovi equilibri politici; per le destre fuggivano dalle violenze del regime comunista ed erano le vittime di una pace iniqua che assegnava alla Jugoslavia terre eminentemente italiane. In realtà i profughi furono schiacciati da queste dinamiche. Un caso emblematico: i profughi fermi alla stazione di Bologna, su di un treno che li portava verso sud, dovettero tornare a Parma per per ottenere i viveri necessari a continuare il viaggio perché i Bolognesi si rifiutarono di accoglierli e rifocillarli avendoli identificati con il fascismo.

Per molti anni gli Istriani, i dalmati. I fiumani, “quelli” di Pola e altre realtà italiane della zona B di Trieste vissero soli e dimenticati in campi profughi allestiti dalla Repubblica di De Gasperi e Togliatti., due buoni arnesi santificati dalle rispettive parrocchie politiche, peraltro “amnistiate” dagli Americani, che non vollero infierire su di un popolo vinto, prostrato, pezzente, diviso già allora in quattro/cinque partiti e reduce da una guerra civile spaventosa a cui nessuno cercò di opporsi!

I profughi giuliani-dalmati conobbero l’Aphartaid italiano “stivati” in centri di raccolta insieme a quelli provenienti dalle ex colonie africane o del Dodecanneso. Vennero utilizzate caserme, ospedali dismessi, colonie, ma anche i campi di internamento e di prigionia che erano stati costruiti e utilizzati dai nazifascisti per l’internamento dei civili, e dei prigionieri di guerra (Risiera di san Sabba, Fossoli, Ferramonti Tarsia. Le condizioni di vita nei campi erano drammatiche. Livia B. racconta che era partita da Fiume nel 1947 e assegnata alle “Casermette” di Torino, dove visse per 4 anni:” Il campo era una ex caserma. Hanno fatto dei grandi padiglioni divisi con legno e coperte militari che dividevano una famiglia dall’altra e in questo piccolo posticino che tu avevi doveva entrarci il tavolo, il letto, la cucina, insomma tutto quello che potevi. E poi si mangiava anche in casermetta facendo la fila. Ci davano minestra di ceci con i vermi sopra. Ho preso anche i pidocchi. Eravamo trattati malissimo; non ci consideravano, come se fossimo delle bestie che venivano chi sa da dove.Ma non eravamo né gialli, né neri e non parlavamo un’altra lingua. Parlavamo italiano tutti quanti. Non c’era rapporto con la gente del posto; ci dicevano di tutto e di più. A calci in faccia ci hanno trattato. Un’accoglienza terribile”.

Giulio R., profugo di Pola, narra uno degli episodi più noti ed emblematici della difficile accoglienza ai rifugiati.: ”Siamo andati via in treno da Pola fino a Udine. Poiu ci hanno preso le impronte digitali a tutti: uomini, donne, bambini. Poi ci hanno messo nei carri bestiame; ci han dato una balla di paglia per famiglia che ci potevi star seduto o se volevi dormire.Ci hanno mandato prima in Sicilia, poi a Bologna. Io ho fatto l’esperienza di Bologna; eh, si, dovevi passare da Bologna; tutti passavano da lì per essere sputati in faccia ed essere chiamati fascisti. Ma a bambini di tre anni come puoi dire fascisti! Le donne andavano a chiedere l’acqua e si sentivano rispondere che acqua per noi no ce n’era! Per loro andavi via dal paradiso terrestre, dalla Jugoslavia della nuova patria. Praticamente siamo andati via dal comunismo del “radioso avvenire”!

“Sto cazzo, aggiungo io!” (ndr). Nel 1962, militare di Leva a Gradisca d’Isonzo (Gorizia), le guardie di frontiera jugoslave faceva la fame a palmi. Avevano le divise logore e certe scarpacce forse appartenute ai prigionieri di guerra! Ai voglia di dirlo a Crescenzo Monti (comunista doc di Casamicciola) che lui i sacchi di fave e castagne peste ce l’aveva nel deposito di piazza Maio, mentre i compagni con la stella rossa di don Giuseppe, il Baffone, mangiavano pane di segale e barbabietole in ammollo! Morì beato e contento nel risparmiandosi la caduta del muro e la dissoluzione del partito di Berlinguer!

Le Foibe, in questo contesto avvelenato, non furono prese nemmeno in considerazione dai comunisti nostrani che inalberavano la falce e il martello, ma soltanto per i fessi!

IL MASSACRO DELLE FOIBE

Furono circa 15.000 le vittime inabissate nelle profonde voragini carsiche dai comunisti titini e italiani, imitando i massacri delle Bande nere di Pavolini, di Buffarini-Guidi, di Ettore Muti, della Koch, delle SS Italia, che si mossero negli stessi contesti di “pulizia ideologica” e di vendetta personale.. I comunisti risposero colpo su colpo alle nefandezze nazi-fasciste, ma con l’aggravante di uccidere in modo indiscriminato e spesso colpendo persone innocenti o responsabili di lievi manchevolezze.

Due presidenti della Repubblica; Giulio Einaudi e Giovanni Gronchi, concedendo la medaglia d’oro al valore militare alla città di Triste scrivevano:” Nella primavera del 1945 Trieste, sottoposta a durissima occupazione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe, non rinunciando a manifestare attivamente il suo attaccamento alla Patria”. Stragi e e foibe sono così diventate sinonimi. Le 1700 caverne dell’altipiano carsico, le foibe appunto, che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra e, accanto ad esse, cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi, profondi meandri, racchiudono migliaia di esseri umani, vittime dell’odio, del furore cieco e bestiale della violenza ideologica portata alle estreme conseguenze dai comunisti jugoslavi del maresciallo Tito e da molti fanatici estremisti di sinistra italiani (se così possiamo definire alcuni “compagni rossi” del nord Italia) a cui diedero mano libera Togliatti, Longo, Secchia, Amendola, Pajetta e alti dirigenti di partito e dello stesso CLN.

E’ giunto il momento tanto atteso di saldare i conti con i nemici…Italiani identificati fra i fascisti, gli avversari politici, possidenti ritenuti “nemici del proletariato”, preti anticomunisti, carabinieri, soldati che hanno combattuto fino all’ultimo insieme alla Germania; insomma varia umanità accomunata soprattutto per la professione di un anticomunismo ritenuto dai “duri e puri” somma ignominia per una nazione liberata anche dall’Unione Sovietica. I comunisti iniziano con la razzìa di denaro e lingotti d’oro nelle banche, nelle società e negli enti pubblici, al saccheggio delle dimore dei ricchi e benestanti e infine ai rastrellamenti nelle città e nei paesi di periferia di persone già individuate e schedate. Gli infelici vengono prelevati e caricati sui camion militari, come avevano fatto i nazisti con gli Ebrei e i deportati nei campi di concentramento; ma qui non ci sono camere a gas e forni crematori; alle borgate di Basovizza, Semez, Gropada, Cernovizza, Raspo, Brestovizza, Zavni, Vines, Surani, Odolina, Capodistria, centinaia di crepaci, pozzi, voragini attendono di essere colmati dalle vittime designate e da innocenti fatti arrestare da delatori con conti personali da saldare.

Da testimonianze di familiari delle vittime, testimoni oculari, “pentiti” e ricercatori storici è stato possibile ricostruire il macabro rituale a cui venivano sottoposti gli “infoibati”! Caricati sui camion come bestie da macellare, i disgraziati, con le carni straziate dal fil di ferro che teneva avvinti i polsi, venivano sospinti a gruppi verso l’orlo dell’abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo, chi non trovava morte istantanea dopo un volo di duecento metri, continuava ad agonizzare fra gli spasimi delle ferite. Molte vittime erano prima denudate e seviziate. Nell’abisso di Semich furono precipitati soldati italiani e civili, uomini e donne, ,quasi tutti seviziati e ancora vivi. Dopo il 1945, quando fu possibile quando fu possibile riesumare una certa quantità di vittime, si rinvennero anche soldati tedeschi e sloveni anticomunisti. La brutalità e la ferocia degli assassini sono state documentate dal Comitato per le Onoranze ai Caduti delle Foibe, che ha svolto lunghe e laboriose indagini per pervenire ad un consuntivo di un genocidio non ancora conosciuto nelle sue reali dimensioni.

Con il primo governo di Alcide De Gasperi, fu designato al ministero della Giustizia…Palmiro Togliatti, detto il Migliore. Il primo provvedimento del Guardasigilli fu quello di salvare il culo della banda di assassini comunisti (ne beneficiarono anche gli assassini nazi-fascisti) con la miseranda Legge di amnistia dei delitti compiuti nel Secondo Conflitto Mondiale. Vi erano previsti dei paletti per salvare la faccia, ma come nella migliore tradizione giuridica italiana, TUTTI, in vario modo, la fecero franca!

Oggi, a distanza di settantacinque anni da quei tragici eventi incombe su tutti, senza distinzione alcuna, il dovere di ricordare la barbarie. Bene ha fatto il Parlamento italiano a porre riparo ad una censurabile “dimenticanza” varando la Legge sul Giorno del Ricordo, ma male ha fatto la sinistra in generale ad opporsi per anni a un doveroso riconoscimento di una parentesi storica abominevole che ha degradato personaggi di ieri e di oggi al ruolo di mistificatori e di negatori di crudeltà mai più riproponibili.

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