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Rizzoli, la rabbia dei pazienti che denunciano: «File snervanti, servono più operatori sanitari»

ISCHIA – “Auguriamoci di stare sempre bene, perché con queste attese c’è da morire!” Le parole di sconforto vengono pronunciate in un’affollatissima sala d’attesa del Pronto Soccorso dell’ospedale Anna Rizzoli di Lacco Ameno. La signora ha appena raggiunto la seconda ora di attesa prima di essere visitata, lamenta un fortissimo dolore alla gamba. Dai lamenti che non riesce a trattenere e dal volto sofferente sembra davvero una pena profonda e lancinante. Nella stessa sala ci sono almeno venti persone ed è solo un giorno infrasettimanale di metà settembre, eppure i pazienti in preda a dolori sono tanti. La fila procede a rilento, troppo piano anche per chi ha una pazienza certosina.

La tensione è palpabile e il pensiero corre inevitabilmente alle numerose aggressioni avvenute sulla terraferma, quelle effettuate da parenti dei doloranti congiunti sfiniti dal tempo che passa. Atti esecrabili che a Ischia fortunatamente non avvengono, ma dallo sguardo arrabbiato di più di una persona c’è da scommettere che la rabbia è pronta a travalicare i limiti dell’autocontrollo. Si entra in Pronto Soccorso con ferite, traumi, fratture e dolori sospetti senza sapere quando si potrà uscire. L’organico, per quanto professionale e attento,  è inadeguato a sopperire alle esigenze di una popolazione di 65 mila abitanti che in pieno periodo estivo aumenta sensibilmente, fino a portare le persone che si trovano sull’isola a diverse centinaia di migliaia di unità.

Intanto, mentre la sala d’attesa pullula di persone sofferenti, arrivano altre persone che hanno bisogno di cure. C’è chi lamenta forti giramenti di testa, forse a causa del troppo sole preso in spiaggia, chi ha subito un trauma durante una gita in barca con sospetto trauma cranico. La fase di triage, ovvero di smistamento,  dura poco, il giusto, appena pochi minuti per registrare tutti i dati del paziente e comprendere l’entità del danno subito e l’urgenza dell’intervento. Anche la visita di rito dura nei limiti, ortopedico e radiologo si prendono cura degli infortunati con professionalità, anche se sui volti dei medici è impossibile non scorgere la stanchezza e i segni dello stress causati da turni di lavoro in cui è quasi impossibile riuscire a prendere anche solo una pausa. Per stare tranquilli ed evitare spiacevoli sorprese si decide anche di effettuare una TAC così da scongiurare lesioni che possano essere sfuggite al primo esame. Qui scatta l’intoppo. La attesa per effettuare la tomografia computerizzata dilata i tempi all’inverosimile e quella che era una serena giornata di mare passata con gli amici si tramuta in un interminabile e sfiancante pomeriggio passato con le dita incrociate, sperando di ottenere buone notizie e che non ci sia niente di rotto.

Il Cudas, il Comitato Unitario per il diritto alla salute, lo sostiene da tempo: medici e infermieri che lavorano al Rizzoli non sono abbastanza, ce ne vorrebbero di più, soprattutto tenendo conto che sull’isola d’Ischia alternative non ce ne sono, l’unico punto di riferimento per potersi curare soprattutto per le emergenze  rimane il Rizzoli. Eppure con il vecchio presidio della clinica San Giovan Giuseppe, qualche guardia medica in più e magari l’ausilio anche degli ambulatori di base e gli studi medici che potrebbero arginare i problemi meno gravi, come piccoli tagli, punture di insetti e altre piccole emergenze, il carico di lavoro dell’ospedale verrebbe notevolmente ridimensionato.

Invece, al momento, il Pronto Soccorso è intasato, un vero coacervo di dolori e lesioni difficili da gestire in tempi umani che non solo innervosiscono i pazienti ma sfiancano anche i medici. Una situazione davvero insostenibile per un’isola, perdipiù turistica, dove non sono presenti alternative valide. Entrato a ora di pranzo il ragazzo che ha subito il trauma in spiaggia riesce finalmente a uscire quando i colori del tramonto cominciano a disegnare la fine della giornata, Entrato alle 13.00 è uscito poco dopo le 18.00. Cinque ore al pronto soccorso. Un’attesa infinita, snervante che ricorda, a ogni persona che frequenta l’ospedale, quanto importante sia il servizio svolto dagli operatori sanitari e quanto importante sarebbe potenziarlo per non subire interminabili attese.

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Antonello DE Rosa

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