LA RIFLESSIONE La fiducia nello studio

DI GIUSEPPE VARLETTA
Sono un insegnante, uno chiamato cioè a lasciare un segno nei suoi allievi. Perciò – come sempre avviene al termine di ogni anno scolastico – sono qui nuovamente a chiedermi se io abbia svolto efficacemente il mio compito e, cosa ancora più difficile, che tipo di segno sia meglio imprimere.
Ebbene, se alla prima domanda non sono certo di poter dare una risposta, anche perché quel segno potrebbe inizialmente restare latente nell’allievo e poi rivelarsi dopo anni, alla seconda rispondo – e di questo mi vado convincendo sempre di più man mano che invecchio – che il miglior segno da lasciare nei giovani che crescono sia la fiducia nello studio. Ovviamente, prima che la fiducia nello studio, viene la capacità di studiare. Ed è qui che entra in campo la scuola e quindi la figura dell’insegnante. Cosa deve quindi fare un insegnante,oggi?Un insegnante deve insegnare a studiare. Punto! Questa è la cosa più importante. E qui vengo ad un’affermazione che farà rabbrividire qualche purista dell’insegnamento della propria disciplina: lo studio è il fine, non il mezzo. Io immagino una riforma della scuola che parta da questo assunto. Invece, quella che vivo oggi è spesso una scuola che si affanna a formare “teste ben piene invece che teste ben fatte”.
Noi insegnanti abbiamo il dovere di combattere questo modo di intendere la scuola. Oggi si fa un gran parlare di competenze e spesso, dovendo scegliere, ci si chiede se abbia più importanza questa o quell’altra competenza, quella disciplinare o quella trasversale, quella di cittadinanza o quella linguistica. Il punto non è questo. Il punto è cosa fare per gli allievi perché siano competenti o perché possano divenirlo in futuro.
Ebbene, è l’esposizione a fenomeni complessi che rende competenti. Perciò, ben vengano le versioni di latino e di greco, le equazioni di matematica, le regole grammaticali, le scienze, le tecnologie, le domande dei filosofi, degli antropologi, le cose difficili insomma. E noi insegnanti cosa possiamo e dobbiamo fare? La prima cosa è mettere l’allievo nelle condizioni di poterle affrontare, queste cose difficili. E quindi, e qui sarò banale ma credo sia la sacrosanta verità, bisogna innanzi tutto insegnargli a “leggere e a far di conto”. L’incapacità dell’allievo di comprendere un testo è alla base di qualsiasi insuccesso formativo e scolastico! E allora, una riforma vera dovrebbe prevedere che senza questi due prerequisiti imprescindibili non si possano – ed io aggiungo non si debbano – affrontare altre discipline. Quando l’allievo non riesce a comprendere quello che legge, che senso ha continuare a cercare di “aggiungere”cose nella sua esistenza? E qui ritorno al punto da cui sono partito, e cioè che il miglior segno da lasciare nei giovani che crescono sia la fiducia nello studio: quando sono capace di studiare, ho anche la fiducia nello studio perché so che, studiando, potrò essere competente in ogni campo!
Ah, quasi dimenticavo… c’è un altro grande “vantaggio” che deriva dall’essere capaci di studiare, ed è che tale capacità ci consente di vivere una vita piena, o meglio “larga”, come ha detto qualcuno. È lo studio che ti consente di vivere pienamente, di apprezzare un’opera d’arte, una poesia, un libro, un tramonto, che ti fa relazionare con gli altri con fiducia, che ti consente, in anticipo, di sapere le domande che altri uomini si sono poste prima di te e che è importante che tu ti faccia per stare al mondo in modo consapevole. Allora, e magari direte che sto esagerando, un insegnante che ti insegna a studiare, che ti insegna la fiducia nello studio, ti sta implicitamente insegnando a vivere! Mamma mia, mi vengono i brividi…
Per concludere, vorrei fare una piccola riflessione sull’intelligenza artificiale e sull’uso che se ne potrebbe fare oggi a scuola. Come saprete, per chiedere qualcosa a Chatgpt c’è bisogno di scrivere un prompt. Ebbene, tutti sanno che la risposta che il chatbot fornisce è tanto migliore quanto migliore è il prompt. Ed è qui che ritorniamo al punto. Un insegnante di oggi, più che dare risposte o pretendere risposte, deve insegnare a fare domande. E così questo strumento così moderno, ci impone un modo di fare – direi – antico. Ah, i corsi e i ricorsi storici…
Un’ultima cosa ancora, per i ragazzi che sono alle prese con gli esami di maturità. Un augurio: che la vostra sia una vita lunga e larga! Ad maiora.
* docente presso l’Istituto “Cristofaro Mennella” di Ischia






