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La rivoluzione della speranza

di Michele Romano

In questi giorni la nostra cara penisola dall’estremo nord all’estremo sud è attraversata da una terribile emergenza che ha investito la comunità in tutte le proprie sfaccettature, che si manifestano nelle forme efferate di omicidi e suicidi.

È da strage degli innocenti la vicenda di cui si è resa tragica protagonista la madre-infermiera aostana che nella decisione di porre fine alla propria disperazione di una vita infelice, ha scelto di concludere l’esistenza di due bambini di 9 e 7 anni insieme alla sua, con una scia sanguinaria che ha investito l’intero Stivale.

Anche la nostra comunità, “la polis micaelica” ha assistito inerme al suicidio di un giovane padre che, evidentemente, schiacciato da un inesorabile “dolore metafisico” si è del tutto svuotato dell’etica della responsabilità e dell’amore verso “i suoi piccoli gioielli”.

E parallela a questi abissali traumi “nichilisti” prosegue la “carneficina” delle donne tra le mura domestiche e non. E qui sorge la domanda: a che punto siamo giunti come umanità? Forse, siamo giunti al post-umano in cui ciò che è decisivo viene costituito da ciò che fai e non da ciò che sei, tanto da diventare tutti concorrenti conflittuali tra di noi. Certamente l’inquietante rischio di scivolare in tale direzione è dietro l’angolo. Ma noi vogliamo alimentare la speranza che ciò non avvenga, pur consapevoli di superare enormi ostacoli, come quello di tanti governi planetari, compreso il giallo-verde italiano, impiantati su una operativa “piattaforma del rancore”. E qui si pone un altro interrogativo: dove trovare il “filo di Arianna” per uscire dalle “tenebre del labirinto” del nostro inconscio? Principalmente mettendo in moto un grande processo educativo che ci apra all’innamoramento, alla passione nel guardare sempre di più al “cielo stellato”, allo slancio utopico che aiuta a scoprire la nostra fredda e sterile miserabilità nell’aprirsi all’immenso, all’infinito dove apprendi che la vita si rivela attraverso un lungo e faticoso calvario e conquistare la pace nel cuore è il frutto di un intenso impegno quotidiano di ciascuno in una perenne reciprocità misericordiosa. Così la figura terapeutica che cura e salva l’umanità dai mali oscuri dell’isolamento, dell’angoscia, della paura, della violenza, della viltà è quella del “Buon Samaritano” che è nascosto, quasi sempre, nei meandri inaccessibili della nostra anima, coperto dal velo di Maya del demone egoistico.

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Per uscire dal “buio della notte” in cui si trova prigioniero l’uomo contemporaneo è tempo, utilizzando il titolo di un libro del filosofo tedesco Erich Fromm, di “Rivoluzione della Speranza”, perché sperare significa essere pronti in ogni momento a ciò che ancora non è nato e allo stesso tempo non disperarsi se nulla nasce durante la nostra vita. E qui con la speranza e la fiducia nel procedimento del vivere quotidiano entra in “osmosi” una virtù essenziale: il coraggio che Benedetto Spinoza definisce: fortezza, quella capacità di non arrendersi alla tentazione di compromettere la speranza e la fiducia e di non renderle sterile e fatuo ottimismo accompagnato da un irrazionale fanatismo.

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