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La solitudine dei numeri primi

DI SALVATORE RONGA

Ho conosciuto Gianfranco Del Neso in un paio di occasioni legate all’esperienza della Pastorale Giovanile. Ho avuto modo di apprezzarne le doti comunicative, l’energia, la passione sincera. Confesso di essere rimasto stupito dopo aver letto la notizia della sua sospensione dall’esercizio del ministero sacerdotale. Il comunicato diramato dalla Diocesi è chiaro nella sua essenzialità e circoscrive i limiti della vicenda in termini di profonda umanità: il dolore da parte del Vescovo e il riconoscimento dell’onestà di Gianfranco nella sua volontà di assumersi ogni responsabilità.

La reazione dell’opinione pubblica è stata pressoché unanime, fin dalle prime battute, pur con qualche lieve distinguo. Tutti hanno elogiato il comportamento del sacerdote, manifestando apprezzamenti e invocando la messa in discussione del celibato che per il clero resta obbligatorio. Fuori dalla discussione, almeno per una volta, ogni pruriginosa indiscrezione, ogni incursione nella vita privata dei singoli: non c’è scandalo. E mi auguro di cuore che con il passare del tempo questa reazione così composta e matura, condivisibile o meno, continui a escludere ogni cedimento, ogni tentazione, anche quella di indagare sul perché di questa o quella scelta, o, ancora peggio, di sottoporre ai raggi X la vita privata di Gianfranco antecedente al suo ministero sacerdotale nel tentativo di individuarne elementi che possano indebolire la solidità e la sincerità della vocazione  che lo ha portato al sacerdozio, almeno fino a ieri.

Ma sono moderatamente pessimista a riguardo e non sarò il primo a cadere nella trappola. C’è tuttavia una riflessione che vorrei provare a fare, una considerazione di carattere più generale che ci riguarda tutti e che sfiora solo tangenzialmente la questione del celibato: oggi è così e chi decide di vestire l’abito talare sa bene a cosa deve rinunciare.

In un mondo sempre più costruito sulle relazioni, sulla necessità di “condividere” con altri le proprie esperienze, di esibirle addirittura come trofei di successo sociale, è molto facile restare soli. Quando poi si rivestono ruoli di responsabilità che ti portano ad avere contatti ogni giorno, e il sacerdote è tra questi, la solitudine è uno spettro che ti aspetta a casa ogni sera. Eppure c’è una profonda differenza tra il restare soli e l’essere soli, essendo la prima una sconfitta e la seconda, invece, una scelta.

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Mi sembra che oggi nello specchio formativo, in qualsiasi ambito e a ogni livello, manchi proprio questo: educare alla solitudine, allo stare da soli, che però non vuol dire imparare a fare a meno degli altri o a esserne emarginato, tutt’altro. Ha forse a che fare con una continua costruzione della consapevolezza di sé, con l’indagine costante dei propri limiti e delle proprie possibilità, con l’essere capaci di bastare a se stessi, senza cedere a egoismi e a narcisismi, e soprattutto senza rinunciare ai sentimenti.

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