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La storia di Dimitri il giardiniere: «io, soldato mancato per l’età»

L’odissea di un Ucraino “Ischitano” che parte per la guerra, ma viene respinto perché “anziano”. La tragica testimonianza della guerra di Putin e le peripezie patite per tornare in Italia

E’ uno dei primi cittadini Ucraini che lavorano in Italia a rientrare a Ischia dopo l’abbandono di Kiev e di altre città cinte d’assedio dall’esercito di Putin. Ma la storia singolare di questo Patriota coraggioso e deciso a tutto, va raccontata perché esce fuori dall’ordinarietà e assume a simbolo di coloro che si battono in tutto il mondo per la Patria, per la Libertà e per la Democrazia. Dimitri è un omone ben piantato –una specie di Rambo- ma armato soltanto di cesoie e serracchio che gli servono per lavorare nei giardini e terreni della nostra Isola. Vive con la famiglia qui da noi da ben sette anni; giardiniere provetto e instancabile, ha scelto l’Italia per dimenticare la povertà e le sofferenze subìte in Ucraina da parte dei Russi fin dal 2014, anno della rapina della Crimea da parte di Putin il despota. L’ho incontrato per motivi di lavoro; una coincidenza che ha consentito questa breve intervista».

«Con la crisi economica e la mancanza di lavoro, decisi nel 2015 di lasciare l’Ucraina e venire in Italia con la mia famiglia, seguendo l’esempio di molti compatrioti alla ricerca di una sistemazione e di una occupazione dignitosa. Ischia mi ha dato questa opportunità e sono infinitamente grato alla sua gente»

Dimitri, come è iniziata la tua avventura nella guerra in Ucraina?

«Ho annusato il pericolo fin dai primi giorni delle “manovre militari” ordinate da Putin in Bielorussia. Ho esperienze di guerra. Ho combattuto contro i Russi in Crimea e ho imparato a conoscerli. Sono infidi e spietati, come d’altra parte insegna la loro storia recente e passata. Con la crisi economica e la mancanza di lavoro, decisi nel 2015 di venire in Italia con la mia famiglia, seguendo l’esempio di molti compatrioti alla ricerca di una sistemazione e di una occupazione dignitosa. Ischia mi ha dato questa opportunità e sono infinitamente grato ai suoi abitanti che ci hanno accolto con affetto e alle autorità sempre disponibili nello sbrogliare la matassa della burocrazia. Al primo appello del presidente Zelensky ho deciso di arruolarmi (mia moglie lavora come badante) e sono partito per Kiev con un volo dall’aeroporto di Roma ancora aperto e operativo».

Cosa hai trovato nella Capitale?

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«Dopo qualche giorno di mia permanenza presso i familiari di mia moglie, alla periferia di Kiev, sono iniziati i colpi di artiglieria russa verso la centrale di Chernobyl. I carri armati hanno invaso Kharkiv nel nord-est dell’Ucraina allo scopo di effettuare una manovra a tenaglia per accerchiare i nostri soldati attestati sulla prima linea. A questo punto mi sono presentato al Centro di Reclutamento di Kiev, ma sono stato respinto. Hanno letto sul passaporto la mia data di nascita. Accettavano soldati dai 18 ai 60 anni. Ne ho 62; per due anni mi hanno mandato indietro, sordi a qualsiasi protesta, al mio curriculum militare e al lungo viaggio affrontato per dare una mano alla mia Patria».

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Cosa hai fatto per renderti utile nelle retrovie?

«Ho riempito bottiglie di benzina per fabbricare bombe molotoff insieme a donne, ragazzi e anziani; ho trasportato sacchi di sabbia per costruire postazioni, ho accompagnato vecchi e bambini nei rifugi, sotto i palazzi della città, ho rincuorato la gente terrorizzata per le incursioni aeree; insomma c’era davvero tanto da fare».

Al primo appello del presidente Zelensky ho deciso di arruolarmi (mia moglie lavora come badante) e sono partito per Kiev con un volo dall’aeroporto di Roma ancora aperto e operativo. Ma al centro di reclutamento sono stato respinto per motivi anagrafici»

Cosa è successo dopo la conquista della centrale di Chernobyl?

«Sono trascorsi tre giorni di fuoco intenso ed è stato imposto il coprifuoco. Tutti a dormire nei sotterranei, nella metropolitana e nei rifugi. Tre notti d’inferno, con temperature bassissime, rimbombi di bombardamenti, macerie, morti, feriti e l’esortazione del nostro Presidente a resistere, combattere e non mollare»,

Dimitri, perché questa guerra assurda?

«Volevamo aderire alla Nato e uscire dall’influenza russa. Putin non ce lo ha perdonato. Pretende con la forza l’annessione dell’Ucraina ad un ipotetico Impero Russo sull’esempio dello zarismo».

L’Europa e gli Stati Uniti cosa fanno per aiutare il tuo Paese?

«Solo aiuti militari sotto forma di armi e munizioni e con notevole ritardo. Anche soldi come ha fatto l’Italia e, naturalmente, l’accoglienza dei profughi che scappano da Kiev, Dnipro, Donetsk, Mariupol… Nessuno vuole imbarcarsi in una guerra. Ce la dobbiamo cavare noi, come nella guerra di Crimea».

Poi cosa è successo con il passare dei giorni?

«L’avanzata dei russi è stata fermata dal valore dei nostri soldati, ma ci sono migliaia di vittime non ancora registrate e rivelate. Soldati, bambini, ammalati negli Ospedali. Molti palazzi e Industrie sono andati distrutti dai missili e dai carri armati. Le popolazioni delle città assediate si sono salvate nei rifugi che sono stati costruiti a centinaia nei sotterranei. A questo punto, avvicinandosi il nemico a Kiev, è stato ordinato alla popolazione civile di evacuare i territori più esposti ai colpi di artiglieria russi. Sono stato costretto a partire perchè si presentava inutile qualsiasi difesa armata nella Capitale. Con altri amici e parenti siamo andati via da Kiev, malgrado il coprifuoco ancora in atto. L’unica strada percorribile era quella verso la città di Ivano-Frankivsk, al confine con la Polonia. Con camion di fortuna e ben 150 km a piedi, nella neve, nei pantani ghiacciati – a tappe forzate- spesso digiuni, siamo finalmente arrivati alla Stazione Ferroviaria di Leopoli, ultima città di Frontiera dell’Ucraina. Lunghe file di profughi attendevano i convogli per riparare nei Paesi Europei. Uno spettacolo che ha riproposto le crudeli immagini della seconda guerra mondale».

Quando è finita questa vera e propria odissea?

«Buon per me che avevo custoditi gelosamente nello zaino il passaporto, il permesso di soggiorno in Italia e il Green Pass con le tre vaccinazioni anticovid! Dopo due giorni di attesa abbiamo ricevuto la visita del console polacco e di alcuni funzionari dell’ambasciata. Poi i pasti caldi della Croce Rossa e un bel biglietto aereo della Ryanar per Roma. Ci siamo imbarcati un centinaio di compatrioti con pochi bagagli e la morte nel cuore. Poi la Freccia Rossa per Napoli e l’aliscafo per Ischia»

Un’ ultima domanda indiscreta: ma quanto ti è costata tutta la bagatella?

«Non avevo un solo euro in saccoccia. L’Ambasciata polacca ha provveduto a tutto con i fondi della Croce Rossa Internazionale. Ora sono a Ischia a lavorare, ma con il cuore vicino ai miei compatrioti che si battono come leoni per un futuro migliore dell’Ucraina. Ho saputo che il nostro Presidente ha avanzato richiesta di adesione all’Unione Europea. So che è lunga, ma ce la faremo. Viva l’Ucraina, viva l’Italia!».

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“Volevamo aderire alla Nato e uscire dall’influenza russa. Putin non ce lo ha perdonato”.
Tutti hanno capito però che l’annessione dell’Ucraina alla Russia serviva a garantire un territorio cuscinetto di sicurezza al confine.
Del resto la crisi dei missili di Cuba nel 1962 ebbe analogo “movente” da parte americana.
L’Ucraina avrebbe potuto optare per l’inclusione europea, senza chiedere di far parte della Nato, ad esempio come la Svezia, che storicamente é un paese ricco di “libertà”!
Forse c’è anche una buona dose di testardaggine da entrambe le parti, più che una questione di “libertà” o indipendenza.

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