CRONACA

La vita in Diretta a Ischia, Enzo Ferrandino: «Non siamo razzisti»

È stato il sindaco di Ischia, Enzo Ferrandino, a metterci la faccia e spiegare in diretta su Rai 1 i motivi dell’ordinanza dei sindaci dell’isola con la quale si vietava lo sbarco di turisti veneti, lombardi e cinesi. Il provvedimento è stato immediatamente bloccato dal Prefetto di Napoli Marco Valentini. Intanto, però, l’isola di Ischia è apparsa come ‘inospitale’ ed a tratti anche razzista. «Vogliamo tutelare la nostra salute», ha detto Enzo Ferrandino al microfono dell’inviata de ‘La vita in diretta’ Lucilla Masucci. Incalzato dal conduttore della trasmissione Alberto Matano, Enzo Ferrandino ha sottolineato come Ischia «non sia un’isola razzista. Era ed è un’isola ospitale che ha sempre ben accolto i turisti.

Resta, però, la necessità di tutelare la popolazione residente da un eventuale contagio». Enzo Ferrandino, anche a nome degli sindaci di Casamicciola, Forio, Barano e Serrara Fontana che hanno firmato l’ordinanza ha spiegato: «Stiamo cercando di tutelare le nostre comunità, rispetto ad un rischio che obiettivamente c’è, evitando di trasformare l’isola d’Ischia come la nave da crociera lasciata in quarantena. Non stiamo fomentando nessun allarmismo». Ed ancora: «La nostra ordinanza non è un atto di razzismo, ma c’è bisogno in questa fase di emergenza di strumenti precauzionali. È fondamentale costruire dei cordoni di sanità». La paura del Coronavirus è tanta. Sull’isola, poi, i timori aumentano, così come le criticità in caso di emergenza. Questi i motivi dell’ordinanza. A spiegare la bocciatura, invece, il Prefetto di Napoli Marco Valentino che in un intervento telefonico registrato ha ribadito i motivi del rigetto dell’ordinanza nella stessa giornata di domenica. Le telecamere di Rai 1, poi, si sono spostate tra le strade dell’isola dando voce agli ischitani. Tutte le persone intervenute hanno espresso vicinanza ai sindaci chiedendo «tutela e controlli. Perché viene prima la salute e poi il turismo».   

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Un commento

  1. sono Antonio Cortese di orgogliose origini ischitane e vivo a Milano.
    Dopo aver appreso degli insulti rivolti a turisti veneti da ischitani affetti dal virus della follia e dell’inciviltà, vorrei rispondere loro con le parole che il prof. Squillace, Preside del liceo Volta di Milano, ha rivolto ai suoi ragazzi:
    “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..”
    Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria….In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate
    fuori dalle pagine di un giornale di oggi.
    Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.”
    Mi farebbe molto piacere vedere pubblicato questo mio messaggio.
    Grazie
    Antonio Cortese

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